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READ-E-BOOK » Научная фантастика » I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
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I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]

Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:

Due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Il primo, quasi desertico, non ha mai favorito gli insediamenti umani finché non vi sono giunti i seguaci di Odo, in contrasto insanabile con la società del benessere che prospera su Anarres. Da allora, gli Odoniani hanno creato una società di sopravvivenza, consona ai loro ideali: una «fratellanza» da cui sono esclusi i concetti di proprietà, di governo e di autorità. I contatti fra i due pianeti sono limitati e un muro chiude il porto franco in cui scendono le navi spaziali anarresiane, salvaguardando gli «anarchici», i nullatenenti di Urras, dalle idee (non meno che dai microbi) di Anarres.
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Il secondo giorno di viaggio, egli si trovava in sala comunicazioni, e parlava con Anarres per radio, prima sulla lunghezza d’onda del CDP, ed ora su quella del Gruppo dell’Iniziativa. Sedeva chino in avanti, e ascoltava o rispondeva con un fiotto della lingua chiara ed espressiva che era la sua lingua madre; a volte gesticolava con la mano libera, come se il suo interlocutore potesse vederlo, a volte rideva. Il nostromo della Davenant, un Hainita chiamato Ketho, che si occupava del contatto radio, lo osservava con attenzione. Ketho aveva passato un’ora dopo il pranzo, la sera prima, con Shevek, insieme con il comandante e altri membri dell’equipaggio; gli aveva chiesto, in un modo tranquillo, privo di pretese, Hainita, un mucchio di cose su Anarres.

Shevek si voltò finalmente verso di lui. — D’accordo, finito. Il resto può attendere finché non sarò a casa. Domani si metteranno in contatto con lei per disporre le procedure di atterraggio.

Ketho annuì. — Ha avuto qualche buona notizia — disse.

— Sì, certo. Almeno, alcune, come dite?, notizie vivaci. — Dovevano parlarsi in iotico. Shevek lo conosceva meglio di Ketho, il quale lo parlava in modo molto corretto e rigido. — L’atterraggio sarà una cosa emozionante — continuò Shevek. — Un mucchio di nemici e un mucchio di amici si troveranno sul campo. La buona notizia sono gli amici… Pare che ce ne sia un numero maggiore di quello che c’era alla mia partenza.

— Questo pericolo di aggressione, quando lei atterrerà — disse Ketho. — Certo i funzionari del Porto di Anarres pensano di poter controllare i dissidenti? Non le diranno deliberatamente di scendere per venire ucciso?

— Be’, mi proteggeranno. Ma sono anch’io un dissidente, dopotutto. Ho chiesto di correre il rischio. È il mio privilegio, sa, di Odoniano. — Sorrise a Ketho. L’Hainita non gli restituì il sorriso. Aveva la faccia seria. Era un bell’uomo di una trentina d’anni, alto e chiaro di pelle come un Cetiano, ma quasi glabro come un Terrestre, con lineamenti forti, virili.

— Sono lieto di poterlo condividere con lei — disse. — Sarò io a portarla giù con il battello d’atterraggio.

— Ottimo — disse Shevek. — Non tutti amerebbero accettare i nostri privilegi!

— Più di quanti lei non creda, forse — disse Ketho. — Se permetteste loro di accettarli.

Shevek, la cui mente non aveva badato molto alla conversazione, stava per lasciare la stanza; le ultime parole lo fecero fermare. Fissò Ketho, e dopo un momento disse: — Vuol dire che le piacerebbe scendere con me?

L’Hainita rispose con uguale franchezza. — Sì, mi piacerebbe.

— Il comandante glielo permetterebbe?

— Sì. Come ufficiale di una nave esploratrice, anzi, fa parte del mio dovere esplorare e investigare un nuovo mondo quando è possibile. Io e il comandante abbiamo esaminato la possibilità. L’abbiamo discussa con i nostri ambasciatori prima di partire. La loro opinione è che non debba venire fatta una richiesta ufficiale, dato che la politica del suo popolo è impedire agli stranieri di atterrare.

— Uhm — disse Shevek, poco amichevole. Si avvicinò alla parete di fronte e rimase immobile per qualche momento davanti a un quadro, un paesaggio Hainita, molto semplice e sottile, un fiume scuro che scorreva fra le canne, sotto un cielo pesante. — I Termini della Chiusura dell’Insediamento di Anarres — disse, — non permettono agli urrasiani di scendere, eccetto che all’interno dei confini del Porto. Questi termini sono ancora accettati. Ma lei non è un urrasiano.

— Quando Anarres fu colonizzata, non c’erano altre razze conosciute. Per implicazione, quei termini comprendono tutti i forestieri.

— Così decisero i nostri amministratori, sessant’anni fa, quando il suo popolo giunse in questo sistema solare e cercò di parlare con noi. Ma io credo che si sbagliassero. Essi non fecero altro che costruire nuovi muri. — Si voltò e fissò, con le mani dietro la schiena, l’altro uomo. — Perché vuole scendere, Ketho?

— Desidero vedere Anarres — rispose l’Hainita. — Ancor prima che lei venisse su Urras, già m’incuriosiva. Cominciò quando lessi le opere di Odo. Divenni vivamente interessato. Ho anche… — esitò, come se provasse imbarazzo, ma continuò nel suo modo coscienzioso, represso: — Ho imparato un po’ di pravico. Non molto, però.

— Allora è un desiderio suo… una sua iniziativa?

— Totalmente mia.

— E si rende conto che potrebbe essere pericolosa?

— Sì.

— Le cose… sono un po’ uscite di controllo, su Anarres. È ciò che mi dicevano i miei amici per radio. È sempre stata nostra intenzione… il nostro Gruppo, questo mio viaggio… scuotere un po’ le cose, svegliare, infrangere certe abitudini, indurre la gente a porsi delle domande. Comportarsi da anarchici! E tutto ciò è continuato mentre io ero via. Così, lei capirà, nessuno sa bene che cosa accadrà. E se lei atterrerà con me, altre cose ancora voleranno in aria. Io non posso spingere troppo. Non posso portarla come rappresentante ufficiale di qualche governo straniero. Questo non servirebbe, su Anarres.

— Lo so.

— Una volta che lei sia sceso, una volta che abbia superato il muro con me, lei, come io vedo la cosa, sarà uno di noi. Noi siamo responsabili verso di lei e lei è responsabile verso di noi, lei diventa un anarresiano, con le stesse opzioni di tutti gli altri. Ma non sono opzioni sicure. La libertà non è mai molto sicura. — Si guardò attorno nella stanza tranquilla e ordinata, con i suoi semplici quadri di comando e i suoi delicati strumenti, il suo alto soffitto e le sue pareti senza finestre, e riportò lo sguardo su Ketho. — Lei si troverà molto solo — disse.

— La mia razza è molto antica — disse Ketho. — Siamo civili da mille millenni. Abbiamo storie di centinaia di questi millenni. Abbiamo provato ogni cosa. L’anarchia, con il resto. Ma io non l’ho provata. Dicono che non ci sia niente di nuovo sotto nessun sole. Ma se ogni vita non è nuova, ogni singola vita, allora perché nasciamo?

— Siamo i figli del tempo — disse Shevek, in pravico. L’uomo più giovane lo fissò per un momento, e poi ripeté le parole in iotico: — Siamo i figli del tempo.

— Giusto — disse Shevek, e rise. — Giusto, ammar! Faresti meglio a chiamare nuovamente Anarres sulla radio… prima il Gruppo… Ho detto a Keng, l’ambasciatrice, che non avevo nulla da dare in cambio di ciò che il suo popolo e il tuo hanno fatto per me; be’, forse posso darvi qualcosa in cambio. Un’idea, una promessa, un rischio…

— Parlerò al comandante — disse Ketho, serio come sempre, ma con un leggerissimo tremore di eccitazione, di speranza nella voce.

Molto tardi, la successiva notte della nave, Shevek era nel giardino del Davenant. Le luci erano spente, ed era illuminato soltanto dalla luce delle stelle. L’aria era fredda. Un fiore che sbocciava di notte, proveniente da qualche mondo inimmaginabile, si era aperto fra le foglie scure e diffondeva il proprio profumo con paziente e vana dolcezza per attirare qualche inimmaginabile falena, a trilioni di chilometri di distanza, nel giardino di un mondo che ruotava intorno a un’altra stella. Le luci solari sono differenti, ma c’è soltanto una oscurità. Shevek era fermo accanto all’alto, chiaro oblò, e osservava la parte notturna di Anarres, una curva oscura su metà delle stelle. Si chiedeva se Takver sarebbe stata presente laggiù, al Porto. Non era ancora arrivata ad Abbenay da Pace e Abbondanza l’ultima volta che aveva parlato con Bedap, cosicché egli aveva lasciato a Bedap l’incarico di discutere e di decidere con lei se sarebbe stato saggio recarsi al Porto. «E credi che potrei fermarla, se non lo fosse?» aveva detto Bedap. Si chiedeva anche che tipo di viaggio avesse fatto dalla costa di Sorruba; un dirigibile, si augurava, se aveva portato le bambine. Viaggiare col treno era duro, se si era accompagnati da bambini. Ricordava ancora i disagi del viaggio da Chakar ad Abbenay, nel ’68, quando Sedik aveva avuto il mal di treno per tre mortali giorni.

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