La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
«Il ponte!» gridava Steve. «Il ponte!»
Glielo lessi sulle labbra, più che udirlo. Era stupefacente quanto fosse rumorosa la sparatoria: avrei voluto lasciarmi cadere a terra e tapparmi le orecchie. Ci arrampicammo sopra macerie, alberi caduti, pezzi di legno lasciati dalle maree più violente; Mando s’impigliò con un piede, lo liberammo a strattoni. I proiettili ci sibilavano intorno, laceravano l’aria, zip, zip; correvo tanto ingobbito da sentire male alla schiena. Un altro bengala si accese, più in alto e più verso l’interno. Si librò sopra di noi come una stella cadente; ci rendeva più facile il percorso, ma ci mostrava a tutti, per cui fummo costretti a strisciare, un palmo alla volta. Dal lato del mare provenivano raffiche di mitragliatrice, dietro di noi risuonavano esplosioni cadenzate; con un lampo accecante e con un boato da rompere i timpani, un edificio in fondo alla strada crollò sulle altre macerie. Il sottomarino. Ci strappammo da un intrico d’assi e riprendemmo a correre, piegati in due. Un altro bengala illuminò il cielo. Ci buttammo a terra e aspettammo che il vento lo trasportasse verso il mare aperto. Sull’altura, un edificio in rovina esplose, poi un terzetto di sequoie fu abbattuto. Il bengala si spense. Inciampammo nelle ombre per un bel pezzo prima che un altro bengala si accendesse; ci stendemmo bocconi in un folto d’eucalipti.
«Chissà» ansimò Gabby «se quelli di San Diego sono riusciti a fuggire.»
Nessuno rispose. Mando reggeva ancora in mano la rivoltella. Eravamo a pochi metri dal ponte; volevo attraversarlo prima che il maledetto sottomarino lo facesse saltare nel fiume. Dana Point risonava ancora per la fucileria, sembrava vi si svolgesse una vera battaglia, ma forse sparavano alle ombre. Pensavo che quelli di San Diego non sarebbero riusciti a scappare come noi. Ci rimettemmo in piedi e zampettammo fra le macerie. Una zaffata del gas venefico. Un altro bengala si accese, ma cadde subito sfrigolando nell’acquitrino. Caddi, mi tagliai la mano, il gomito, il ginocchio. Arrivammo al ponte.
Non c’era nessuno. «Dobbiamo aspettarli!» gridò Steve.
«Attraversiamo» dissi io.
«Non sapranno che siamo qui! Ci aspetteranno…»
«Non ci aspetteranno» intervenne amaramente Gabby. «L’hanno già attraversato, se ne sono andati da un pezzo. Ci hanno detto di aspettare qui per rallentare l’inseguimento.»
A bocca aperta, Steve fissò Gab. Un altro bengala si accese proprio sopra di noi. Mi acquattai contro la ringhiera. Attraverso i montanti di cemento, vidi che parecchi bengala venivano trasportati al largo, formavano una fila sfilacciata che ricadeva più vicino all’acqua, finché quello più lontano illuminò chiazze di mare. L’ultimo veleggiò al largo, sopra il sottomarino.
«Andiamo, prima che ne lancino un altro» disse Gabby, furioso.
Si alzò e corse sul ponte, senza aspettare il nostro parere. Lo seguimmo; ma un altro bengala scoppiò nel cielo, illuminò il ponte nei minimi particolari. Non restava che continuare a correre: e corremmo, perché il sottomarino cominciò a sparare contro di noi. Il parapetto risuonò rumorosamente per i colpi, l’aria si lacerò come stoffa compatta, come il primo brontolio del tuono. Arrivati all’estremità opposta del ponte, ci appiattimmo dietro un tratto di asfalto inclinato. Il sottomarino scaricò una gragnuola di proiettili. Dalle montagne giunse l’ululato di una sirena, basso sulle prime, poi rapidamente più acuto. Sciacalli che suonavano l’allarme. Ma contro chi combattevano? Oscurità, esplosioni remote, ululati di sirena. Il sottomarino smise di sparare. Ero così rintronato da non udire niente. Debole rumore di spari davanti a noi, dentro San Clemente, percepiti più che uditi. Steve mi accostò il viso all’orecchio, disse: «Torniamo per le vie…» e qualcos’altro che non afferrai. La sparatoria a sud significava che quelli di San Diego erano già lì, decisi; li maledissi per averci abbandonati. Scappammo di nuovo, ma certo dal sottomarino ci videro grazie ai binocoli notturni, perché ripresero a sparare. Ci gettammo a terra. Strisciammo e saltammo, corremmo piegati in due tra le macerie sulla strada costiera. Il sottomarino rimase alla foce del fiume a bombardarci. Lasciammo la strada costiera, seguimmo un basso promontorio, passammo in mezzo agli alberi, percorremmo un’altra strada. Fin dentro le rovine di San Clemente, il labirinto di macerie. Mando zoppicava, restava indietro. Pensai che il piede gli facesse male.
«Sbrigati!» gli gridò Steve.
Mando scosse la testa, zoppicò fino a noi. «Non posso» disse. «Mi hanno colpito.»
Lo mettemmo a sedere per terra. Piangeva, con la sinistra si teneva la spalla destra. Gli staccai la mano e sentii il sangue bagnare la mia.
«Perché non ce l’hai detto?» esclamò Steve.
«Ormai è fatta» disse Gabby, brusco, spingendomi via. Mise il braccio intorno a Mando. «Forza, dobbiamo riportarlo a casa il più rapidamente possibile.»
Nel bagliore lontano dell’ultimo bengala, distinti la faccia di Mando. Mi fissava come se avesse qualcosa da dirmi, ma riusciva solo a contrarre le labbra.
«Aiutami a portarlo» disse Gabby, con voce rauca.
Sentivo il sangue inzuppare la schiena della camicia di Mando. Steve gli tolse di mano la pistola e partimmo. Riuscivamo a fare solo qualche passo alla volta, prima che una trave o una parete crollata ci bloccassero.
«Dobbiamo fermare il sangue» osai dire infine. Mi colava dentro la manica e lungo il braccio. Posammo Mando a terra. Ridussi in strisce la mia camicia. Era difficile tamponare il foro del proiettile. Senza volerlo sfiorai con il dito la ferita: una piccola lacerazione sotto la scapola, a destra. Sanguinava meno di prima. Mando mi fissò ancora con un’espressione che non seppi interpretare. Non disse niente. «Ti porteremo a casa in un attimo» lo rincuorai, con voce roca. Mi alzai troppo bruscamente, barcollai, ma Steve ci aiutò a sollevarlo e ripartimmo.
Il centro di San Clemente è un unico mucchio di macerie, senza più traccia di piani urbanistici né tratti sgombri che lo attraversino. Gabby e io portavamo a fatica Mando in mezzo a noi, mentre Steve, rivoltella in mano, andava avanti a cercare la strada migliore. Di tanto in tanto le sirene ululavano al di sopra del vento; più d’una volta fummo costretti a nasconderci per evitare bande vaganti di sciacalli. Colpi d’arma da fuoco echeggiavano nelle via ingombre. Non avevo idea di chi sparasse, né contro chi. Una parete crollò sotto la spinta del vento. Varie volte finimmo in un vicolo cieco. Steve ci gridava istruzioni, ma a volte Gabby e io ci limitavamo a scegliere il percorso meno accidentato e questo provocava altre grida di Steve, acute e disperate. Da dietro giunsero delle voci; Gabby e io posammo a terra Mando, bloccati al centro della via. Tre sciacalli si avvicinarono, pistola in pugno. Steve accorse e sparò, crack crack crack crack! Tutt’e tre gli sciacalli caddero. «Avanti» ci gridò. Sollevammo Mando e proseguimmo barcollando. I vicoli ciechi ci costrinsero a tornare sui nostri passi; perdemmo un bel po’ di tempo a ritrovare la strada; alla fine raggiungemmo Steve fermo nella via… case crollate da tutte le parti, vento e sparatoria al di là, nessun mezzo per avanzare… eravamo bloccati in un gigantesco ossario.
«Non so dove siamo» esclamò Steve. «Non trovo più la strada.»
Gli dissi di prendere il mio posto, gli presi la rivoltella e attraversai di corsa la via. Attraverso gli alberi vidi l’oceano, l’unica indicazione veramente utile.