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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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— Signora Quen!

Elene si voltò. Il fattorino non era riuscito a passare; qualche idiota, nelle file dei militari, doveva averlo rimandato indietro. Si avviò velocemente verso di lui e verso la fila che all’improvviso, inesplicabilmente, stava facendo dietro-front, e puntava verso di loro, con i fucili spianati.

Un grido echeggiò dietro di lei. Elene guardò in direzione dell’orizzonte incurvato, e vide un’ondata indistinta di gente che scendeva correndo verso di loro, al di là dell’arcata. Una rivolta!

— Chiudete! — gridò nel comunicatore portatile, sebbene sapesse che non funzionava. I militari si stavano muovendo, e lei si trovava tra loro e i bersagli. Corse verso il lato più lontano, fra il groviglio di scalette e passerelle, con il cuore in gola; si voltò di nuovo a guardare mentre la linea dei soldati avanzava, restringendo il perimetro, e poi le passò accanto, mentre alcuni di essi si piazzavano in posizione al riparo delle scalette. Elene premette il pulsante del comunicatore, disperatamente; cercò di mettersi in contatto con il suo ufficio. — Chiudete! — Ma l’orda aveva superato il punto di controllo del settore azzurro, forse era già entrata. Il chiasso aumentò: una marea che avanzava verso di loro, mentre altri continuavano a scendere dall’orizzonte, una folla impressionante che sembrava non finisse mai. All’improvviso, Elene comprese l’espressione delle facce lontane, il comportamento che non era dovuto al panico, bensì all’odio; le armi… pezzi di tubo, mazze…

I militari spararono. Ci furono urla, quando cadde la prima fila. Elene, che si trovava a meno di venti metri dietro le truppe, rimase paralizzata, vedendo l’orda che continuava ad avanzare verso di loro, scavalcando i morti.

Q. Quelli del settore Q erano usciti. Avanzavano brandendo le armi e urlando, un suono che passò da un rombo lontano a un ruggito assordante, ed erano innumerevoli.

Elene si voltò, e corse via, vacillando per gli sbalzi di gravità, sulla scia degli addetti ai moli che fuggivano, e degli indigeni che vedevano gli uomini combattere e cercavano riparo.

Dietro di lei, il frastuono divenne assordante.

Affrettò l’andatura, tenendo una mano sul ventre, per attutire i sussulti della corsa. C’erano urla, dietro di lei, quasi sommerse dal grande rimbombo. Avrebbero travolto anche i militari, si sarebbero impadroniti dei fucili… con la sola forza del numero. Elene si voltò a guardare… vide il settore verde nove vomitare altri fuggitivi sparsi, in preda al panico. Si fermò per riprendere fiato e continuò a correre, nonostante il dolore sordo dell’arco pelvico, rallentando un po’ quando era necessario, vacillando per gli sbalzi della gravità. I fuggitivi cominciarono a superarla; pochi, dapprima, poi altri, un’onda travolgente che la raggiunse mentre lei stava superando l’arcata della sezione bianca; e all’orizzonte, più avanti, una marea che irrompeva di traverso dagli ingressi del nove: migliaia e migliaia di persone correvano verso i mercantili attraccati, lanciando grida che si mescolavano alle urla più indietro, e spintonandosi.

Gli uomini che la superavano erano sempre più numerosi… insanguinati, puzzolenti, urlanti. Qualcuno le urtò la schiena, la fece cadere su un ginocchio. L’uomo continuò a correre. Un altro la urtò, barcollò e passò oltre. Elene si rialzò a stento, con il braccio informicolito, cercò di raggiungere le scalette e le passerelle, un riparo… davanti a lei risuonarono gli spari, dall’accesso di una nave.

— Quen! — gridò qualcuno. Elene non riuscì a capire chi l’avesse chiamata, si guardò intorno, cercò di lottare con la marea umana e inciampò nella calca.

— Quen! — Girò la testa; una mano le strinse il braccio e la trascinò via, e un fucile sparò sopra la sua testa. Altri due l’afferrarono e la rimorchiarono attraverso la ressa… un colpo le sfiorò la testa e lei barcollò, poi corse insieme agli uomini che cercavano di farla passare in mezzo alla rete dei cavi e delle passerelle. C’erano urla e spari: altri cercavano di raggiungerli, ed Elene si preparò a lottare, credendo che fosse la folla inferocita; ma la muraglia umana la assorbì insieme agli uomini che erano con lei. Erano dei mercantili. — Ripiegate! — stava urlando qualcuno. — Ripiegate! Hanno sfondato! — Stavano salendo una rampa, verso un portello aperto, un freddo tubo snodato che brillava di un bianco giallognolo, l’accesso di una nave.

— Non voglio salire a bordo! — protestò Elene; ma non aveva più fiato, e tutto intorno c’era una massa compatta di gente. La trascinarono su lungo il tubo, e quelli che avevano difeso l’entrata si affrettarono a seguirli appena furono arrivati alla camera di compensazione interna. Si ammassarono gli uni sugli altri mentre arrivavano gli ultimi, disperati fuggitivi. La porta si chiuse con un sibilo e un tonfo, ed Elene rabbrividì… per un miracolo, la porta non aveva stritolato qualcuno.

Il portello interno si aprì nel corridoio dell’ascensore. Due uomini grandi e grossi spinsero avanti gli altri e soccorsero Elene mentre una voce stava tuonando ordini attraverso il comunicatore. Le doleva il ventre, ed aveva le cosce intorpidite; si appoggiò alla parete e riposò fino a quando uno dei due le toccò la spalla, gentilmente.

— Sto bene — disse lei. — Sto bene.

La fatica della corsa stava passando… Elene ricacciò indietro i capelli, e guardò gli uomini, i due che l’avevano aiutata a passare tra la folla, facendole largo in mezzo ai rivoltosi. Li conosceva, e conosceva anche lo stemma che portavano, nero e senza simboli: Finity’s End. La nave che aveva perduto un figlio sulla stazione; gli uomini con i quali lei aveva parlato quella mattina. Forse stavano andando verso la loro nave, e s’erano trattenuti per salvare una dei loro, per tirare fuori una Quen dall’orda. — Grazie — mormorò. — Il comandante… per favore, devo parlargli… subito.

Nessuna obiezione. L’uomo grande e grosso — Tom, Elene ricordava il suo nome — la cinse con un braccio, e l’aiutò a camminare. Il cugino aprì la porta dell’ascensore e premette il pulsante. Uscirono nel settore centrale, affollato a causa della mancanza di rotazione. La sala principale e la sala comando erano in basso, e di due la condussero da quella parte. Adesso Elene si sentiva meglio, molto meglio. Camminava da sola, tra le file di apparecchi e l’equipaggio schierato. Neihart. La famiglia della nave era Neihart; base Viking. Sul ponte c’erano gli anziani e alcuni dei più giovani… i bambini dovevano essere sistemati in alto. Elene riconobbe Wes Neihart, il comandante della famiglia, con il volto rugoso, i capelli argentei e l’aria triste.

— Quen — disse Neihart.

— Signore. — Elene strinse la mano che le veniva offerta, ma rifiutò la sedia, e si appoggiò allo schienale. — Quelli del settore Q sono in libertà; le comunicazioni sono interrotte. La prego, si metta in contatto con le altre navi… faccia passare parola… non so cosa sia successo alla centrale, ma Pell è nei guai.

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