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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Era peso, forza e furia contro furiosa destrezza, e furiosa forza. Arman aveva l’esperienza delle implacabili città dell’uomo. Gardius era un montanaro di Exar. Era come una contesa tra un toro e una pantera nera. La resistenza di Arman era prodigiosa, sembrava venirgli da una scorta sovrumana. Colpiva con maggiore violenza del più debole Gardius, eppure quando la vista di Gardius vacillava e si annebbiava, Arman sembrava fresco, impaziente, pieno di risorse.

Attraversò la stanza con un balzo, Gardius si spostò barcollando. Arman roteò il braccio come una mazza, mancò il bersaglio. Gardius afferrò il braccio, fece leva, e Arman cadde pesantemente a terra, prono. Per la prima volta giacque immobile un istante, e in quell’istante Gardius scattò in avanti, gli sferrò un calcio alla testa. Arman emise un gemito sordo, contrasse le mani, le unghie raschiarono il pavimento.

Mardien si stava muovendo carponi verso il raggio termico; Gardius si scagliò in avanti, lo prese, indietreggiò.

Ansimava, gli occhi vacillavano, il cuore gli batteva forte; le ginocchia sembravano cardini molli, cento contusioni pulsavano, il sangue gli sgocciolava dalla guancia, dalla bocca, dal mento. Mardien era seduta sul pavimento, lo guardava con occhi cattivi, e Gardius vide l’immagine fugace di una bestia primordiale. Fu la più fugace delle immagini, e pensò quale meravigliosa maschera era la bellezza, e un eone di civiltà.

«Sei marcia quanto lui,» ansimò. «Sei la sua amante.»

«Sei geloso,» gli disse Mardien. «Ecco perché lo odi, ecco perché odi me. Sei geloso!»

«Non lo nego,» disse Gardius con una voce che risuonò strana alle sue stesse orecchie. Nemmeno le parole erano quelle che voleva dire.

«Se lo fossi… se anche lo fossi,» si corresse, «non è nulla di cui ho vergogna.»

Gardius non rispose. Il silenzio scese su di loro, il tempo sembrava fermo per le tre creature immobili nella loro posizione, Arman sdraiato con le braccia scomposte, Mardien rigidamente seduta, Gardius appoggiato contro la parete. I suoi occhi caddero sull’iniettore: perché non aveva immobilizzato Arman?

Allungò la mano, lo raccolse, lo esaminò. L’ago era rotto, il sacco era vuoto. Rimase inerte un momento, riflettendo. Gli eventi stavano diventando troppo grandi per lui, si stavano scontrando e accalcando oltre il suo controllo. Dov’era il ragazzo? Era stato drogato? Era andato a chiamare aiuto?

Arman rantolò, scosse la testa dolorosamente e si sollevò piano sulle braccia.

«Stai fermo,» disse Gardius. Arman alzò lentamente gli occhi su di lui. «Tieni le braccia dietro la schiena.»

Arman obbedì, impassibile. Gardius si chinò in avanti con un rotolo di nastro adesivo. Una cosa magra e ossuta gli saltò addosso, gli immobilizzò le braccia.

Ecco dov’era il ragazzo.

Arman balzò avanti, afferrò il raggio termico. Il ragazzo si era tirato indietro, adesso, e balbettava ad Arman le sue giustificazioni.

«…Sapevo che non aveva in mente niente di buono il momento stesso in cui l’ho visto. Ho creduto meglio tenerlo d’occhio, qualsiasi cosa per aiutarti, Lord Arman…»

Arman osservava Gardius riflettendo. Gardius aspettava con le braccia conserte, aspettava di essere ucciso. Mardien si tastava i lividi, dove lo sgabello l’aveva colpita, e assisteva inespressiva.

Arman si rivolse improvvisamente al ragazzo. «Fuori, dietro la casa, nel velivolo. Nell’armadietto di coda c’è una lunga corda.»

«Sì, signore.»

«Prendila.»

Il ragazzo corse via, ritornò dopo un momento.

«Legagli i polsi,» disse Arman. «Dietro la schiena.»

Arman raccolse l’estremità della corda. «Fuori,» disse a Gardius. E a Mardien: «Porta la sua torcia.»

Condusse Gardius al velivolo, legò l’estremità della corda alla struttura inferiore. Gardius si irrigidì. Quando il velivolo si fosse sollevato lui si sarebbe trovato sospeso per i polsi, che erano legati dietro la schiena. Il peso del suo corpo gli avrebbe strappato le braccia all’indietro fuori dalle articolazioni, e il suo corpo avrebbe penzolato impotente sotto le braccia tese.

Arman si girò verso il ragazzo. «Sai guidare?»

«Sì, Lord Arman…»

«Portalo sulla palude, e taglia la corda.»

Il ragazzo rise quasi istericamente. «Sì, signore. Cibo per i ragni, ecco come finirà.»

Mardien, con la faccia bianca come uno spettro, si aggrappò al gomito di Arman. «Arman… non possiamo torturarlo…»

«Lasciami,» disse Arman bruscamente. «È una spia di Maxus.»

«No, non lo è, veramente. E anche se lo fosse… non possiamo torturare, Arman…»

Arman girò la testa minaccioso. «Chiudi la bocca! Tornatene in casa se non ti piace!»

Mardien lo guardò un agghiacciato istante, poi si voltò e si allontanò in fretta.

«Decolla,» disse Arman. «Assicurati che faccia la fine che merita.»

«Non preoccuparti, Lord Arman. Vivo solo per servirti.»

«Bene. Mi ricorderò di te.»

Il ragazzo saltò nella cabina. Gardius lanciò un’occhiata alla corda. Arman era stato generoso con la lunghezza. Le eliche rotearono, l’aria venne convogliata verso il basso, il velivolo si sollevò. Gardius si gettò sul dorso, avvolse la corda attorno a una caviglia. Il velivolo si levò nella notte, e sotto, a testa in giù, penzolava Gardius. Scomodo, pensò, ma non tanto scomodo come starsene appeso alle braccia slogate durante le sue ultime ore di vita.

Arman gridò rabbiosamente ma il ragazzo non l’udì. Il velivolo volò via nella notte, facendo pazzamente ondeggiare Gardius. La luce proveniente dalla porta aperta del villino si ridusse a tre dischi dorati, a una striscia, poi più nulla.

Per quanto tempo volassero, Gardius, col sangue che gli pulsava nella testa, non poteva tenerne conto. Doveva concentrarsi per non perdere conoscenza, se sveniva le sue gambe si sarebbero rilassate, la corda sarebbe scivolata via dalle caviglie, e lui sarebbe caduto di lato restando appeso come Arman avrebbe voluto. Il tempo passò. Il vento sferzava il suo viso, lo scuoteva avanti e indietro. Era vagamente consapevole della sagoma scura e costante sopra, della notte, del buio sotto, della perla matura e opulenta che era la luna di Fell. Questi erano gli elementi essenziali della sua nuova esistenza. La vita sembrava lontana, passata, un grido in un sogno assolato.

E così Gardius venne trasportato a testa in giù nell’oscurità, a cavallo del vento come una strega insolitamente ridicola. Respirare gli riusciva difficoltoso. Gli occhi sembravano uscirgli dalle orbite. Si aggrappò alla coscienza con una presa che lentamente diventava scivolosa.

Il velivolo si fermò, librandosi in cielo. Mille piedi più sotto si stendeva la palude, completamente nera, se non per l’occasionale scintillio dell’acqua. Gardius sentì la testa del ragazzo che guardava giù, udì debolmente le parole al di sopra del fragore della corrente d’aria discendente.

«Lo vedi questo? È un coltello. Io taglio la corda, e tu vai giù. Cibo per ragni.» Rise. «Una lunga strada per scendere, una lunga camminata per tornare a casa. Se ti lascio andare piano piano ti godrai la passeggiata, e ci saranno i ragni a darti le indicazioni.»

Il velivolo si assestò rapidamente, l’orizzonte si levò come liquido nero in una grande scodella di vetro purpureo. Erano ormai a venti piedi, e quasi Gardius urtava il fogliame.

«Spero che ti goda la passeggiata,» gridò il ragazzo. «Ci sono solo cento miglia, e hai un sacco di tempo.» Gardius sentì vibrare la corda. I fili si divisero… uno, due, tre. Cadde, attraverso le foglie e i ramoscelli che si spezzavano, in un folto di grandi baccelli sferici. Qualcuno scoppiò sotto di lui, altri si staccarono e andarono alla deriva nell’oscurità, leggermente luminosi, come bolle piene di fumo lucente.

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