L'uomo di Siviglia [The Blind Man of Seville - it]
- Автор: Уилсон Роберт
- Серия: Javier Falcon (it) #1
- Год: 2004
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 88-304-2141-3
- Переводчик: Paola Merla
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «L'uomo di Siviglia [The Blind Man of Seville - it]». Краткое содержание книги:
Una visione a tal punto intollerabile che dovette riporre la cartella e chiudere a chiave l'armadietto. Guardò quel contenitore di metallo grigio dove erano sepolti i suoi ricordi. Alicia aveva ragione. Non si poteva chiudere a chiave la memoria, non si poteva metterla ossessivamente in ordine, imballarla, classificarla sotto la «I» e sperare di farla rimanere al suo posto. Non c'era pignoleria che potesse impedire alla mente di lasciar filtrare qualcosa. Per questo la gente disperata si faceva saltare le cervella, l'unico modo sicuro per impedire la fuga di notizie dalla memoria era distruggere il deposito per sempre.
La domanda che avrebbe voluto rivolgere ad Alicia si ripresentò, anche questa volta senza forma. Non riusciva veramente a credere di aver ottenuto un risultato quella sera, come aveva detto lei, non era certo di non essere stato la ragione per cui Mercedes non aveva fatto più ritorno. Sì, sua era la responsabilità e questo pensiero lo proiettò nel suo impermeabile e sulla strada, bagnata ora, i ciottoli lucidi sotto la pioggia fine. Arrivò sulla plaza del Museo e trovò un curioso conforto nel passeggiare sotto gli alberi oscuri e gocciolanti.
Subito dopo l'una un taxi si fermò all'incrocio tra calle San Vicente e calle Alfonso XII. Inés scese e aspettò sul marciapiede mentre Calderón, dal sedile posteriore, pagava la corsa. Falcón uscì dal riparo degli alberi, i capelli bagnati, e si fermò sulla piazza, dietro il chiosco dei giornali. I due imboccarono la calle San Vicente e Falcón, attraversata di corsa la piazza, quasi piegato in due, si riparò sul lato buio della strada, opposto a quello degli amanti, camminando dietro le auto parcheggiate. I due si fermarono, Calderón estrasse le chiavi, Inés si girò e i suoi occhi lo incontrarono, paralizzato tra una macchina e il muro di un edificio. Si tuffò nel portone più vicino dove rimase immobile, il dorso premuto contro la parete, appiattito nel buio, il cuore e i polmoni in lotta tra loro come animali selvatici chiusi in un sacco. Inés disse a Calderón di salire, i suoi tacchi risuonarono sul selciato e si fermarono sul marciapiede davanti al portone.
«So che sei lì», disse.
Il sangue rombava nelle orecchie di Falcón.
«Non è la prima volta che ti vedo, Javier.»
Falcón strizzò le palpebre, bambino che stava per essere scoperto, punito.
«La tua faccia continua a sbucare dalla notte», proseguì lei, «tu mi pedini e io non intendo accettarlo. Hai distrutto la mia vita una volta, non ti permetterò di farlo ancora. Ti avverto, se ti vedo di nuovo, vado difilato dal giudice e ti faccio diffidare. Mi hai capito? Ti umilierò come tu hai umiliato me!»
I tacchi a spillo si allontanarono, poi tornarono indietro, più vicini questa volta.
«Ti odio», bisbigliò Inés. «Tu lo sai quanto ti odio? Mi stai ascoltando, Javier? Ora salirò quelle scale ed Esteban mi porterà a letto. Mi senti? Lui mi fa cose che tu non saresti nemmeno capace di sognare!»
ESTRATTI DAI DIARI DI FRANCISCO FALCÓN
26 giugno 1946, Tangeri
Ho un tremendo mal di schiena e vado dal medico spagnolo in calle Sevilla, non lontano dalla casa di R. Mi visita, mi porta in una stanza attigua e mi fa sdraiare a pancia in giù su una panca coperta da un panno. Si apre un'altra porta e il medico mi presenta a sua figlia, Pilar, che lo assiste come infermiera. Pilar mi massaggia con un olio la schiena fino al coccige. Alla fine del trattamento sono in imbarazzo per lo stato del mio membro virile. Quelle manine sono magiche. Mi dice che devo tornare per un massaggio tutti i giorni per una settimana. Se tutti i mali fossero questi!
3 luglio 1946, Tangeri
Dopo interminabili trattative sono riuscito a persuadere Pilar a posare per me, ma a mezzogiorno arriva un ragazzo e mi dice che lei non può venire. A fine pomeriggio passa a trovarmi Carlos Gallardo. È un altro di quei «colleghi artisti», ma non è Antonio Fuentes lui, non ha niente di ascetico. È un tipo equivoco, un forte bevitore, in genere frequenta il bar ha Mar Chica, è lì che ci siamo conosciuti. Abbiamo fumato hashish insieme e guardato l'uno il lavoro dell'altro, senza commenti.
È accompagnato da un ragazzo marocchino che porta i sacchi della spesa e li deposita davanti alla porta. Ci sediamo sulle basse poltrone di legno in una delle stanze più buie e fresche, lontano dal calore del patio. Il mio domestico posa tra noi un narghilè e lo riempie di un miscuglio di tabacco e di hashish. Fumiamo, l'hashish funziona e mi sento bene, pensieri staccati mi nuotano nella mente come pesci in un acquario. Il ragazzo di C. sta in piedi accanto alla sua sedia, un piede bruno appoggiato sull'altro. Ha i capelli rasati, forse è stato C. a rasarlo, per paura dei pidocchi. Mi sorride. Non può avere più di sedici anni. Guardo meglio e mi accorgo che C. ha infilato la mano sotto la sua veste e gli sta accarezzando le natiche. Non sapevo questo di C; non ne sono disgustato. Faccio qualche commento. «Sì», dice lui, «certo che mi piacciono le donne, ma con loro mi sento un po' inibito per quanto riguarda il sesso. Io do la colpa al fatto che noi siamo spagnoli e alle nostre madri. Ma con questi ragazzi è così normale, è qualcosa che fanno comunemente e che nessuno pensa di stigmatizzare. Sono libero di fare quello che voglio. Dopotutto sono un fautore della sensualità, devi averlo visto nei miei lavori.» Riesco a rispondere in qualche modo e lui continua: «Mentre tu, amico mio, sei un blocco di ghiaccio. Freddo, gelido. Nelle tue tele si sente sibilare il vento. Non mi pare che tu ti stia sgelando in questo clima caldo. Forse dovresti prenderti un ragazzo per goderti un po' di sensualità senza sensi di colpa». Fumiamo ancora un po' e mi sento la pelle di velluto. C. dice: «Portati Ahmed in camera tua e vai a letto con lui ora». L'idea mi scatena dentro una scarica elettrica, scopro di non provare nessuna repulsione, al contrario. Il ragazzo mi si avvicina. Riesco a malapena a parlare, ma in qualche modo declino l'offerta.
5 luglio 1946, Tangeri
P. viene da me con sua madre. Non fa troppo caldo e sediamo nel patio all'ombra del fico. Conversiamo. Gli occhi delle donne svolazzano di qua e di là come uccelli tra i rami. Mi sento come un grosso gatto che stia pensando alla cena. La madre di P. è qui per sapere qualcosa su di me…
Dato che l'attività di R., di cui sono socio, è una delle più conosciute nella comunità spagnola di Tangeri, ben presto la signora mi mangia nel palmo della mano come se fosse ricolmo di miglio. Io al contrario non sono conosciuto, perché mi tengo lontano dalla loro noiosa società. Se la signora si avventurasse tra le chabolas alla periferia della città scapperebbero via tutti alla menzione del nome di El Marroquí, ma la madre di P. vive tra la sua casa e la cattedrale spagnola, perciò sono al sicuro e d'altronde non me la vedo nel bar ha Mar Chica.
Chiede di vedere i miei lavori e io rifiuto educatamente, ma finisco per cedere. P. è ipnotizzata dalle forme e dai motivi monocromi, mentre sua madre gira per lo studio alla ricerca di qualcosa di più comprensibile. Si accontenta del disegno di un tuareg, che perlomeno ha un po' di colore. Lo firmo e glielo offro, dicendole che vorrei fare un ritratto di sua figlia. Ne parlerà con il marito, dice.
Se ne vanno e qualche minuto dopo si sente bussare con forza alla porta. È il ragazzo che è venuto l'altro giorno con C, Ahmed. Sta mangiando una pesca e il succo gli gocciola sul mento e gli sporca le guance. Si lecca le labbra. Un approccio poco sottile, ma efficace. Lo faccio entrare e lo seguo tremante attraverso l'interminabile serie di stanze e di passaggi. Si rende conto dell'urgenza e corre, i piedi nudi sollevano l'orlo della veste. Entrando nella camera da letto vedo il suo corpo caramellato già disteso sotto la zanzariera. Cado su di lui come un edificio demolito. Dopo gli do qualche peseta e lui va via contento.