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READ-E-BOOK » Криминальные детективы » Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]
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Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]

Электронная книга - «Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]». Краткое содержание книги:

Università d’Islanda. In un mattino di fine ottobre, il silenzio del dipartimento di Storia viene lacerato da un grido. Aprendo la porta di uno stanzino, il direttore si vede crollare addosso un cadavere senza occhi e con una runa magica incisa sul petto. Il corpo è quello di Harald Guntlieb, enigmatico dottorando tedesco con la passione per il cupo periodo della caccia alle streghe. Ma chi era veramente Harald? Per la polizia, che chiude frettolosamente il caso con l’arresto di un piccolo spacciatore, era solo uno stravagante ragazzo ricco in vena di emozioni forti, dalle perversioni sessuali alle modificazioni corporee estreme. Per Matthew Reich, inviato in Islanda dalla famiglia Guntlieb per riaprire le indagini, era uno dei massimi esperti europei di magia nera, grazie a un’inestimabile quanto agghiacciante collezione ereditata dal nonno. Per Thora Gudmundsdottir, l’avvocatessa incaricata di assistere l’affascinante Matthew, era solo un figlio non amato, incamminatosi fra le tenebre per inseguire un miraggio. Non resta dunque che ripercorrere i passi del giovane in un folle labirinto sulle tracce di un libro maledetto, fra antichi sortilegi e moderne rivalità accademiche, per svelare un mistero sempre più tetro, complesso e intrigante…
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Thora proruppe in una risata sarcastica. «Questa è bella! Spazzatura!» Con ampi gesti delle braccia fece finta di prendere un oggetto e guardarlo disgustata. «Che ci fa questo piede qui dentro? Che confusione in questa stanza. Buttiamolo via!» disse gettando in pattumiera il piede immaginario. «Non fare lo stupido e dimmi piuttosto dove li avevate presi.»

Halldor era nero in volto. «Non sono uno stupido. Se la polizia sottopone quella roba ad accurate analisi, troverà che si tratta di parti del corpo malate, che erano state asportate con un regolare intervento chirurgico. Le mie mansioni all’ospedale includono anche il trasporto dei resti al crematorio. Io invece me li sono portati a casa.»

«Penso che dovrai dire addio al tuo lavoro, amico mio. Ho i miei dubbi che ti faranno fare altri turni.» Intanto le si erano risvegliate nella mente un gran numero di domande. «Come si fa a conservare a lungo senza surgelarli piedi, dita o che diavolo era? La carne umana non ammuffisce dentro gli scatoloni?»

«Basta arrostirle», rispose Halldor come se non ci fosse niente di più normale.

Thora scoppiò in un’altra risata nervosa. «Un bell’arrosto umano, che raffinatezza! Gesù, come compiango quel poveretto che ti dovrà difendere in tribunale!»

«Esilarante: hai mai pensato di darti al cabaret? Non le ho arrostite come un cosciotto d’agnello, le ho fatte seccare a fuoco lento in forno per disidratarle, in modo che non si decomponessero. O perlomeno che lo facessero più lentamente. E tanto perché tu lo sappia, la carne non ammuffisce.» Halldor si riappoggiò adirato allo schienale della sedia. «Dovevamo usare quella roba nelle nostre pratiche magiche. Le rendeva più emozionanti.»

«E il dito che venne ritrovato all’Istituto Arni Magnusson? Era uno di quelli che avevi fatto seccare?»

«Sì, era stato il primo. Lo volevo usare per fare uno scherzo a Briet. Glielo misi nel cappuccio del loden, e già mi immaginavo la scena quando lei se lo fosse tirato su, invece il dito cadde per terra chissà dove senza che lei se ne accorgesse. Comunque non me ne preoccupai: era impossibile ricollegarlo a noi. Ma tanto per andarci cauti, dopo quel fatto smisi di giocare con i pezzi di corpo.»

Thora rimase seduta a riflettere su quelle parole, poi decise di cambiare argomento. Di schifezze ne aveva ormai abbastanza, per il momento. «Perché ci hai mentito sul vostro viaggio a Strandir e Ranga? Sappiamo benissimo che c’eri andato assieme ad Harald.»

Halldor abbassò lo sguardo. «Non volevo che mi collegaste al Museo della Magia. Fu là che Harald trovò le formule magiche che ci servivano. In ogni modo non successe niente di particolare in quell’occasione. Io lo aspettai fuori, disteso su una panca, mentre Harald discuteva con il responsabile della mostra. Non la finivano più di parlare, e quando ce ne andammo si salutarono con baci e abbracci. Io invece ero reduce da una sbornia colossale e stavo bene solo all’aria aperta. Accanto a me c’era un corvo molto socievole.»

«E durante il rientro a casa non ti disse niente?»

«No, anche perché il pilota avrebbe potuto sentirci.»

«E Ranga, che cosa fece Harald laggiù?» insisté Thora. «Sappiamo che eri con lui anche in quella circostanza.»

«Non so cosa stava cercando. Una cosa è certa, non era lì per pescare. Di più però non saprei dire. Harald se ne andò un po’ in giro mentre io rimasi in albergo a leggere.»

«Perché non andasti con lui?»

«Perché non voleva», rispose lo studente. «Mi aveva portato con sé perché gli avevo detto di essere nei guai con un esame, per cui promise di chiudermi a chiave tutto un fine settimana in un posto dove non succedeva niente per obbligarmi a studiare senza distrazioni. E mantenne la sua promessa, certo non letteralmente, ma rifiutandosi di prendermi con sé quando se ne andava in giro per le campagne. Non so nient’altro, tranne che la sede vescovile di Skalholt si trova da quelle parti.»

«Ma avrete passato del tempo insieme, non avete mai parlato di niente?»

«Ovviamente cenammo insieme, e poi passammo al bar», rispose Halldor con il sorriso sulle labbra. «Ma in quella circostanza facemmo altro, capisci?»

«E perché diavolo ci avevi detto di non sapere niente di quel viaggio?» Thora era sempre più sconcertata. «E perché ti eri registrato con il nome di Harry Potter?»

«Così!» rispose Halldor irritato. «Comunque fu Harald a sceglierlo. Era il suo senso dell’umorismo. Gli piaceva molto affibbiare dei soprannomi alla gente, e quella volta fu il mio turno.» Lo studente esitò un attimo. «Quanto al viaggio… Non lo so, vi ho mentito così, tanto per mentire. Va bene?»

Thora scosse la testa, esasperata. «Sai cosa penso? Che tutti voi facciate le cose così, tanto per farle. Magari Harald è stato davvero ucciso da Hugi e voi avete fatto il resto senza rendervi conto delle conseguenze. Nessuno di voi ha la testa a posto, mi sembra di capire, e forse lui ha ammazzato Harald per qualche stupido motivo che nessuno capisce se non lui stesso.»

«No!» La disperazione aveva preso il posto della rabbia. «Non l’ha ucciso Hugi, è assolutamente da escludere.»

«Peccato che abbiano trovato una maglietta con il sangue di Harald nel suo armadio, e Hugi non riesca a spiegare come sia andata a finire lì. Gli investigatori hanno stabilito che era stata usata per asciugare il sangue dal pavimento.» Thora guardò il suo interlocutore. «La maglietta in questione è la stessa indossata da qualcuno durante l’operazione alla lingua. Ha la scritta 100% SILICONE. La conosci?»

Halldor annui con foga. «Sì, è quella indossata da Hugi. Si era macchiata di sangue, e lui se la tolse. Poi io la usai per pulire il pavimento dopo l’intervento, ma mi venne in mente troppo tardi che lui non lo avrebbe apprezzato, così la gettai dentro il suo armadio per evitare rogne. Ma Hugi non ha ucciso Harald.»

«E chi è stato allora? Spremiti le meningi, perché rischiate di finire in galera tutti quanti.»

«Briet!» esclamò Halldor improvvisamente. «Dev’essere per forza stata lei.»

Thora ci pensò su un attimo. Briet, quella biondina con il seno procace? «Perché l’avrebbe ucciso lei?» chiese senza mostrare nessuna emozione.

«Mah, così…» rispose Halldor senza convinzione.

«No, dimmelo. Una qualche teoria dovrai pure averla, per nominarla con tanta sicurezza. Perché proprio lei?» insisté Thora con voce risoluta.

«Beh, quando eravamo in centro, a un certo punto lei scomparve dal bar in cui ci eravamo fermati. Poi disse di averci persi di vista, ma era impossibile perché rimanemmo seduti al nostro posto per tutta la serata, o almeno così mi pare.»

«Temo non basti per incriminarla», gli fece notare Thora, evitando di chiedergli perché mai non avesse riferito questo piccolo particolare agli inquirenti.

«C’è anche la faccenda del cucchiaino», proseguì Halldor a voce bassa. «Era lei che doveva sbarazzarsene, ma non lo fece. Non può essere stata così stupida da pensare di nasconderlo nel cassetto dove hanno detto di averlo ritrovato. Non ci credo. Marta Mist si prese cura del coltello, e infatti lo fece sparire. Invece il cucchiaino è ricomparso tutto d’un tratto proprio ora. Non è strano?»

«Ma perché avrebbe dovuto metterlo nel cassetto?»

«Per incastrarmi. Lei non l’aveva mai tenuto in mano senza i guanti, come invece avevo fatto io. Ed era arrabbiata con me perché di lei non ne volevo più sapere. Non lo so.» Halldor si risistemò sulla sedia. «Quella sera era particolarmente strana. Quando scoprimmo il cadavere, fu lei l’unica che non si mise a urlare o piangere. Fu l’unica a rimanere tranquilla. Rimase lì a guardarlo senza dire niente, mentre noi uscimmo completamente di testa. Quando poi si mise a parlare, fu per ricordarmi del contratto. È chiaro che voleva far ricadere la colpa su di me. Chiedi agli altri se non mi credi.» Il ragazzo si chinò in avanti e afferrò il braccio di Thora dall’altra parte del tavolo. «Era stata lei a dirci della finestra, forse ci era già passata quella sera stessa, come faccio a saperlo io? Lei era arrabbiata con Harald perché l’aveva evitata la settimana precedente. L’aveva fatto anche con noi, ma non ce l’eravamo presa. Forse ha avuto uno scatto di rabbia, o magari loro due si erano visti e lui si era comportato da bastardo. O una cosa del genere. Almeno fammi il piacere di controllare il suo alibi. Parla con lei, se non vuoi fare altro per me.»

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