La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
«Perché non sei tornato con lei?» domandò Don a suo padre. «Papà, perché non sei tornato con lei?»
Norman aveva gli occhi gonfi e cerchiati di rosso, il collo del maglione spiegazzato. Si voltò a guardare Naugle che stava accanto all’ambulanza, poi si irrigidì e Don si accorse che il sergente Verona stava scendendo dalla veranda. Scorgendoli, il detective si tolse il cappello e se lo girò lentamente nelle mani.
«Chi è stato?» domandò Norman sul punto di afferrare il poliziotto per il bavero. «Chi cazzo ha fatto questo disastro alla mia casa, a mia moglie? È stato Falcone? È stato…»
«Non lo so, Norm. Sono venuto non appena ho ricevuto la notizia. Tua moglie, ovviamente, non è ancora in grado di parlare e il coroner ha potuto dire soltanto che Falcone era…» Si fermò, accorgendosi di Don. «La casa è in uno stato disastroso. È come se una squadra di football avesse appena finito di fare una partita d’allenamento, santo cielo.» Si avvicinò a Quintero e si allontanarono insieme, a testa bassa.
«Papà?»
«È in stato di choc, ha detto», ripeté Norman in tono assente, mentre osservava i due uomini che confabulavano. «Starà bene. È solo in stato di choc. Gesù Cristo, hai visto la casa? Sarà meglio che ci lascino qui qualcuno a sorvegliarla, altrimenti possono entrare a rubarci tutto.»
Don si mosse sul prato e sbirciò attraverso la finestra. Il camino era a posto, si vedeva l’ombra obliqua di una lampada e credette di scorgere della macchie sulla parete scura. Suo padre si avvicinò e gli toccò un braccio.
«Gesù», disse, guardando verso casa. «Gesù, sembra come se ci avessero lanciato dentro una bomba.»
Don non riusciva a pensare, perché ci sarebbe stato troppo a cui pensare, e non protestò quando venne spinto dentro l’ambulanza. Naugle era appollaiato vicino a sua madre; Norman salì per ultimo e chiuse le portiere.
Non sentì la sirena che si faceva largo tra la folla; non vide che lo sbarramento era stato tolto per lasciar passare l’ambulanza. Riuscì a vedere soltanto Joyce, distesa sotto le lenzuola, con i capelli sciolti sulle spalle e il tubo di una flebo infilato nel braccio. Aveva gli occhi chiusi, il colorito giallastro e, di tanto in tanto, il dottor Naugle le passava un fazzoletto sulla fronte e le tastava la vena sul collo, per controllare le pulsazioni.
«Gesù», sussurrò Norman. «Gesù, che disastro.»
La sala d’attesa era piccola e piena di sedie di plastica; c’era anche un piccolo divano di plastica e un tavolino stracolmo di riviste vecchie e spiegazzate ormai lette da tutti. Don si era messo vicino alla finestra che dava sull’ingresso principale e batteva senza sosta un piede sulle piastrelle a scacchi. Ogni tanto si passava una mano sul naso e tra i capelli; ogni tanto si voltava verso le porte a soffietto e guardava nel corridoio in direzione della stanza di sua madre.
L’ospedale era tranquillo. I dottori e le infermiere che passavano non facevano alcun rumore e, anche quando si fermavano a parlare, non si sentiva niente, si vedeva soltanto il movimento delle loro labbra.
Aveva voglia di andarsene.
Non voleva sapere che cosa avrebbe detto Joyce una volta ripresa conoscenza; non voleva sentirla parlare del cavallo o di Falcone, non voleva che la considerassero pazza.
Ma sicuramente sarebbe stato così. Lo sapeva, ed era tutta colpa sua, perché aveva cercato di fare andare le cose per il suo verso.
E il peggio di tutto non era la morte. Quello che lo spaventava non era la morte. Qualcosa era andato storto e in qualche modo aveva perso il controllo di tutto. Se mai era riuscito ad avere qualche controllo, pensò sfregandosi gli occhi con le mani.
Abbassò lentamente le braccia.
Continuò a fissare nel vuoto, fuori dalla finestra.
«Chi è stato?» domandò quietamente Norman alle sue spalle.
Don sobbalzò e si voltò verso il padre, appoggiandosi al davanzale, in difesa. Suo padre si era tolto la giacca e sembrava che i capelli sulle tempie si fossero fatti ancora più grigi. «Che cosa?»
Norman spostò lo sguardo verso la finestra, poi sul pavimento, e si avvicinò. «Scommetto che è stato uno dei tuoi amici, non è vero?»
«I miei amici? Papà, ma cosa stai dicendo? Quali amici?»
Norman strinse le mani in due pugni. «Che cosa diavolo hai fatto a Pratt questa volta, eh? Cosa gli hai detto?»
«Niente. Non ti capisco. Non so a cosa ti riferisci.»
Norman emise un lamento, mentre si sforzava di riaprire le mani, e si lasciò cadere sul divano. «Nemmeno io, figliolo», rispose stancamente. «Cristo, nemmeno io. È tutto…» Si passò il braccio sulla faccia e fece cadere la mano sulla camicia. «Tua madre starà subito bene. È … come ha detto Naugle, è in stato di choc.»
Don tornò a scrutare oltre i pannelli di vetro. «Non ha detto niente?»
Norman scosse il capo. «Su chi può essere stato? No. C’è Verona con lei in questo momento, e speriamo che torni subito in sé. Ma ci metterà un po’ di tempo. L’ha detto anche Naugle.»
«Verona? La polizia?»
Norman si sporse in avanti per afferrare una rivista, fece scorrere le pagine e poi la rimise a posto. «Sì. Perché no?» Si mise a ridere amaramente. «Io sto brindando con il sindaco e parliamo di … be’, parliamo, poi vengo a sapere che tua madre sta per essere portata all’ospedale, e Verona mi telefona dalla scuola perché Hedley…»
Don cercò a tastoni una sedia. «Il signor Hedley?»
«Le disgrazie non vengono mai sole, non scordartelo», rispose Norman con disgusto. «D’Amato l’ha trovato nell’auditorio dopo la partita. Il corpo era sul palco, nascosto su un lato.» Poi sbatté le mani sul tavolo, alzò lo sguardo e disse: «È pazzesco! Quale altra città riesce a sbarazzarsi di un maniaco per rimpiazzarlo subito con un altro?» Si guardò in giro, inerme. «È da impazzire. Non ha nessun senso. Gesù Cristo, tu cerchi di proteggere la tua famiglia, il tuo futuro e cosa ne hai in cambio, eh? Un bel niente, ecco che cosa. Ricevi solo merda, ecco che cosa.»
Don si alzò di scatto dalla sedia.
Norman guardò verso di lui con gli occhi pieni di rabbia. «Se scopro che Pratt ha qualche cosa a che fare con tutta questa storia, lo ammazzo, mi hai sentito?»
«Brian non ammazza la gente», disse Don, quasi urlando. «Come puoi…»
«Potrebbe essere stato un incidente.»
«Cosa?»
«Certo. Quel coglione potrebbe aver fatto … be’, forse qualcosa gli è andato storto, sai.»
«Papà…»
Norman non stava ascoltando. «Maledetto Falcone. Ma ci puoi credere, proprio in casa mia? È pazzesco.» Annuì, d’accordo con quanto lui stesso diceva. «È maledettamente pazzesco.»
Don si avvicinò alla porta e la aprì.
«Dove stai andando?»
«Aria», rispose. «Ho bisogno di aria.»
«C’è tua madre là dentro. Non ti importa che tua madre si trovi là dentro? Dobbiamo essere qui quando si risveglierà.»
«Ho solo bisogno di un po’ d’aria», ribatté e lasciò che la porta si richiudesse alle sue spalle. Attraversò il corridoio e premette il pulsante dell’ascensore. Osservò le porte che si aprivano a scatti. Entrò proprio nel momento in cui il sergente Verona usciva dalla stanza di sua madre. Il detective alzò un dito verso di lui, ma Don fece chiudere le porte e si appoggiò alla parete dell’ascensore.
Sorrise leggermente in direzione delle porte ormai sigillate.
In un certo senso, era anche divertente. Suo padre era stato sul punto di incolparlo di quanto era successo, ma per ragioni tutt’altro che reali.
Ma questo non era stato divertente per niente.
La gabbia dell’ascensore si fermò improvvisamente, le porte si riaprirono e uscì alla luce dell’ingresso del primo piano. Un uomo stava pulendo il pavimento con una lucidatrice che emetteva un rumore sordo; una ragazza stava leggendo un libro al bancone dell’accettazione, mentre fumava una sigaretta. Nessuno lo degnò di un’occhiata mentre attraversava l’anticamera asettica. Sembrava che non ci fossero in giro poliziotti o guardie di sicurezza, né nell’ingresso, né alla porta girevole dalla quale uscì Don.