I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
Stranezza e familiarità: in ciascun movimento del pensiero Terrestre, Shevek trovò questa combinazione, e ne fu costantemente affascinato. E provò simpatia: anche Ainsetain aveva cercato una teoria unificante dei campi. Dopo avere spiegato la forza di gravità come una funzione della geometria dello spaziotempo, egli aveva cercato di estendere la sintesi fino a includere le forze elettromagnetiche. Non c’era riuscito. Già nel corso della sua vita, e per molti decenni dopo la sua morte, i fisici del suo mondo si erano allontanati dai suoi tentativi e dai suoi fallimenti, per dedicarsi alle magnifiche incoerenze della teoria quantistica e alla ricca messe tecnologica dei suoi risultati, e per concentrarsi infine sul modello tecnologico in modo talmente esclusivo da arrivare a un punto morto, una catastrofica mancanza d’immaginazione. E tuttavia la loro intuizione originaria era giusta: al punto in cui erano, il progresso era da cercare nell’indeterminatezza che il vecchio Ainsetain si era rifiutato di accettare. E il suo rifiuto era stato ugualmente giusto… a lunga scadenza. Solamente, gli erano mancati gli strumenti per dimostrarlo: le variabili di Saeba e le teorie della velocità infinita e della causa complessa. Il suo campo unificato esisteva, nella fisica Cetiana, ma esisteva in base a condizioni ch’egli forse non sarebbe stato disposto ad accettare; la velocità della luce come fattore limite era essenziale alle sue grandi teorie. Entrambe le sue Teorie della Relatività erano altrettanto belle, altrettanto valide, e utili, come sempre, anche dopo i secoli trascorsi, eppure dipendevano da una ipotesi che non poteva essere dimostrata vera, e che anzi, poteva essere, ed era stata dimostrata, in talune condizioni, falsa.
Ma una teoria in cui tutti gli elementi fossero dimostrabilmente veri non era una semplice tautologia? Nella regione dell’indimostrabile, o perfino del confutabile, giaceva l’unica possibilità di spezzare il cerchio e di progredire.
In tal caso, l’indimostrabilità dell’ipotesi della coesistenza reale — il problema contro cui Shevek aveva battuto disperatamente la testa in quegli ultimi tre giorni, e, anzi, in quegli ultimi dieci anni — aveva davvero importanza?
Egli aveva cercato a tentoni di afferrare in pugno la certezza, come se si trattasse di qualcosa che si potesse possedere. Egli aveva preteso una sicurezza, una garanzia, che non è data, e che, se fosse data, diverrebbe una prigione. Prendendo come semplice assunto, come postulato, la validità della coesistenza reale, gli si offriva la possibilità di usare le belle geometrie della relatività; e di lì sarebbe stato possibile andare avanti. Il passo successivo era perfettamente chiaro. La coesistenza della successione poteva venire trattata con uno sviluppo in serie di trasformate di Saeba; con questo modo di affrontarle, la successività e la presenza non presentavano alcuna antitesi. La fondamentale unità dei punti di vista della Sequenza e della Simultaneità diveniva palese; il concetto di intervallo serviva a collegare gli aspetti statico e dinamico dell’universo. Come aveva potuto fissare in faccia la realtà per dieci anni senza vederla? Non ci sarebbe stata alcuna difficoltà nell’andare avanti da lì. Anzi, egli era già andato avanti. Era già arrivato. Aveva visto tutto ciò che doveva venire in questo primo, apparentemente superficiale, barlume del metodo, fornitogli dall’avere compreso un insuccesso vecchio di secoli. Il muro era abbattuto. La visione era chiara e integra. Ciò ch’egli vedeva era semplice, più semplice di ogni altra cosa. Era la semplicità: e in essa era contenuta ogni complessità, ogni promessa. Era la rivelazione. Era la strada sgombra, la strada di casa, la luce.
Il suo spirito era come un bambino che correva fuori, verso la luce del sole. Senza fine, senza fine…
Eppure nella sua profonda tranquillità e felicità egli tremò di paura; le sue mani tremarono, e i suoi occhi si riempirono di lacrime, come se egli avesse fissato il sole. Dopotutto, la carne non è trasparente. Ed è strano, estremamente strano, sapere che la propria vita è stata esaudita.
E tuttavia continuò a guardare, e ad andare sempre più avanti, con la stessa gioia infantile, finché, d’improvviso, non poté più andare avanti; tornò indietro e guardandosi intorno, attraverso le lacrime vide che la stanza era buia e le alte finestre erano piene di stelle.
Il momento era andato; ed egli l’aveva lasciato andare. Non cercò di afferrarsi ad esso. Sapeva di esserne parte, non il momento parte di lui. Egli gli era affidato.
Dopo qualche tempo, si alzò con ancora un brivido e accese la lampada. Girò un poco nella stanza, toccando cose, la legatura di un libro, un paralume, lieto di essere ritornato tra questi oggetti familiari, di essere ritornato nel suo mondo… poiché in quell’istante la differenza tra questo pianeta e quello, tra Urras e Anarres, non aveva per lui maggiore significato della differenza di due granelli di sabbia sulle spiagge del mare. Non c’erano più abissi, non c’erano più muri. Non c’era più esilio. Aveva visto le fondazioni dell’universo, ed esse erano solide.
Si recò nella stanza da letto, camminando lentamente e con passo leggermente incerto, e si lasciò cadere sul letto senza spogliarsi. Vi giacque con le braccia dietro la testa, di tanto in tanto prevedendo e risolvendo un particolare o l’altro del lavoro che occorreva fare, assorto in un solenne e delizioso stato di ringraziamento, che gradualmente sfumò in una serena fantasticheria, e infine in sonno.
Dormì per dieci ore. Si destò pensando alle equazioni che avrebbero espresso il concetto di intervallo. Si mise a tavolino e cominciò a lavorare su di esse. Quel pomeriggio aveva una lezione, e andò a tenerla; andò a pranzare alla mensa degli Anziani di Facoltà e parlò con i colleghi laggiù incontrati del tempo e della guerra, e degli altri argomenti ch’essi portarono all’attenzione. Se essi notarono qualche cambiamento in lui, egli non se ne accorse, poiché non era realmente consapevole della loro presenza. Tornò alla sua stanza e lavorò.
Gli urrasiani dividevano il giorno in venti ore. Per otto giorni passò da dodici a sedici ore quotidiane alla scrivania, o a passeggiare per la stanza, spesso con i suoi occhi chiari rivolti alla finestra, al cui esterno splendeva la tiepida luce del sole di primavera, e le stelle e la Luna giallastra e calante.
Quando giunse con il vassoio della colazione, Efor lo trovò disteso sul letto, vestito per metà, con gli occhi chiusi, che pronunciava frasi in una lingua straniera. Lo destò. Shevek si svegliò con una scossa convulsa, si alzò e raggiunse faticosamente l’altra stanza, la scrivania, che era perfettamente vuota; fissò il calcolatore, che era stato cancellato, e poi rimase fermo accanto ad esso, come un uomo che è stato colpito alla testa e non se n’è ancora accorto. Efor riuscì a farlo tornare a letto e disse: — Signore, febbre. Chiamo il medico?