La regina dei dannati [The Queen of the Damned - it]
- Автор: Райс Энн
- Серия: Cronache dei vampiri #3
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 978-88-304-0970-5
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La regina dei dannati [The Queen of the Damned - it]». Краткое содержание книги:
Khayman passò oltre, attinse a una forza ancora più grande, salì ancora più in alto nella sua ricerca, ormai così lontano dal suo corpo che per il momento non riusciva neppure a individuarlo. Si diresse verso nord, chiamando i nomi di Santino e di Pandora.
Li vide in una distesa devastata di neve e di ghiacci, due figure nere nel candore infinito… gli indumenti di Pandora erano lacerati dal vento, i suoi occhi erano colmi di lacrime di sangue mentre cercava i contorni indistinti del complesso di Marius. Era lieta di avere a fianco Santino, un esploratore inverosimile, splendidamente vestito di velluto nero. La lunga notte insonne in cui Pandora aveva compiuto il giro del mondo l’aveva lasciata dolorante, sul punto di crollare. Tutti gli esseri devono dormire; devono sognare. Se non si fosse sdraiata presto in un luogo buio, la sua mente non sarebbe più riuscita a combattere le voci, le immagini, la follia. Non voleva riprendere il volo, e Santino non era in grado di farlo, perciò adesso camminava al suo fianco.
Santino le stava accanto, sentiva solo la sua forza, e aveva il cuore stretto e ferito dalle grida lontane di coloro che erano stati annientati dalla regina. Sentì il contatto fuggevole dello sguardo di Khayman e si strinse il mantello intorno al viso. Pandora non si accorse di nulla.
Khayman si allontanò. Lo faceva soffrire vedere che si toccavano. Lo addolorava vederli insieme.
Nella casa sulle colline, Daniel tagliò la gola a un ratto che si divincolava e fece scorrere il sangue in un bicchiere di cristallo. «Il trucco di Lestat», disse studiandolo controluce. Armand era seduto in silenzio accanto al fuoco. Guardò la rossa gemma di sangue nel bicchiere quando Daniel gliel’accostò premurosamente alle labbra.
Khayman si allontanò nella notte e ascese ancora più in alto, lontano dalle luci della città come in una grande orbita.
Mael, rispondimi. Fammi sapere dove sei. Il raggio freddo e ardente della Madre aveva colpito anche lui? Oppure era così addolorato per Jesse che non prestava più attenzione a nulla e a nessuno? Povera Jesse, abbagliata dai miracoli, annientata da un novizio in un batter d’occhio, prima che qualcuno potesse impedirlo.
La figlia di Maharet, mia figlia.
Khayman aveva paura di ciò che poteva vedere, aveva paura di ciò che non osava tentar di cambiare. Ma forse il druido, adesso, era troppo forte per lui; il druido nascondeva se stesso e la sua pupilla agli occhi e alle menti di tutti. E se non era così, la regina aveva vinto e tutto era finito.
Jesse
C’era un gran silenzio. Era stesa su un letto duro e tuttavia soffice, e si sentiva inerte come una bambola di pezza. Poteva sollevare una mano, che però poi ricadeva, e continuava a non vedere altro che vaghe sagome spettrali… ma forse erano solo illusioni.
Per esempio le lampade intorno a lei, antiche lampade di coccio sagomate come pesci e piene d’olio. Irradiavano nella stanza un profumo soffocante. Era una camera ardente?
Ritornò la paura d’essere morta, prigioniera della carne e tuttavia distaccata da essa. Sentiva un suono strano: cos’era? Un paio di forbici che tagliava. Le accorciavano i capelli: la sensazione si diffuse nella pelle, arrivò fino alle viscere.
All’improvviso, un pelo le venne strappato dal viso; uno di quei peli fastidiosi e fuori posto che le donne odiano tanto. La preparavano per metterla nella bara? Chi, se no, avrebbe avuto tanta cura, e le avrebbe sollevato la mano per esaminare le unghie con attenzione?
Ma il dolore ritornò, una scossa elettrica che corse lungo la schiena. Urlò. Urlò nella stanza dove, appena poche ore prima, aveva dormito in quello stesso letto, con le catene che cigolavano.
Sentì qualcuno prorompere in un’esclamazione soffocata. Si sforzò di vedere, ma scorse soltanto le lampade. E una figura indistinta alla finestra. Miriam.
«Dove?» chiese lui. Era sbalordito e cercava la visione. Non era accaduto un’altra volta?
«Perché non posso aprire gli occhi?» chiese Jesse. Lui avrebbe potuto guardare in eterno senza vedere Miriam.
«Hai gli occhi aperti», disse lui. La voce era ruvida e tenera. «Non posso darti di più, se non ti do tutto. Non siamo guaritori: siamo uccisori. È tempo che tu mi dica che cosa vuoi. Non c’è nessuno che possa aiutarmi.»
Non so che cosa voglio. Ma so che non voglio morire! Non voglio smettere di vivere. Come siamo vigliacchi, pensò, e bugiardi. Una grande tristezza fatalista l’aveva accompagnata fino a quella notte, e tuttavia c’era sempre stata quella speranza segreta. Non soltanto vedere, ma sapere, far parte di…
Voleva spiegare, esprimersi scrupolosamente con parole udibili, ma il dolore ritornò. Un tizzone ardente le toccò la spina dorsale, e la fitta si irradiò nelle gambe. Poi l’insensibilità benedetta. La stanza che non poteva vedere divenne buia, le fiamme delle lampade antiche guizzarono. Fuori, la foresta bisbigliava. La foresta fremeva nell’oscurità. La stretta di Mael sul suo polso divenne di colpo debole: non perché l’avesse lasciata, ma perché lei non la sentiva più. «Jesse!»
Mael la scosse, e la sofferenza fu come una folgore che squarcia la tenebra. Urlò a denti stretti. Miriam, muta e con gli occhi vitrei, guardava dalla finestra. «Mael, devi farlo!» gridò.
Si sollevò a sedere sul letto, chiamando a raccolta tutte le sue forze. La sofferenza non aveva forma o limiti: l’urlo era soffocato dentro di lei. Ma poi aprì gli occhi, li aprì veramente. Nella luce nebulosa scorse l’espressione fredda e spietata di Miriam. Vide l’alta figura di Mael curva sul letto. Poi si girò verso la porta aperta. Stava arrivando Maharet.
Mael non lo sapeva: non se ne accorse fino a che non se ne avvide lei. A passi vellutati, Maharet salì le scale. La lunga gonna frusciava. Percorse il corridoio.
Oh, dopo tutti quegli anni, quei lunghi anni! Fra le lacrime, Jesse vide Maharet avanzare nella luce delle lampade; vide la sua faccia splendente, il fulgore ardente dei capelli. Maharet accennò a Mael di lasciarle.
Poi si avvicinò al letto. Alzò le mani con le palme aperte in un gesto d’invito; alzò le mani come per ricevere un neonato.
«Sì, devi farlo.»
«Allora, tesoro, di’ addio a Miriam.»
Anticamente esisteva un culto terribile nella città di Cartagine. La popolazione offriva in sacrificio i bambini al grande dio bronzeo Baal. I corpicini venivano deposti sulle traccia protese della statua e poi, per mezzo di una molla, le braccia si alzavano e i bambini cadevano nella fornace rombante che era il ventre del dio.
Dopo la distruzione di Cartagine, soltanto i romani avevano tramandato quella vecchia storia, e con il passare dei secoli i sapienti non l’avevano più creduta. Sembrava troppo terribile, l’immolazione dei bambini. Ma quando gli archeologi avevano incominciato a scavare, avevano trovato a profusione le ossa delle piccole vittime. Avevano dissepolto intere necropoli di minuscoli scheletri.
E il mondo aveva saputo che l’antica leggenda era vera: gli uomini e le donne di Cartagine avevano portato al dio i loro figli e s’erano prosternati mentre precipitavano urlando nel fuoco. Era la loro religione.
Ora, mentre Maharet la sollevava e le toccava la gola con le labbra, Jesse pensò all’antica leggenda. Le braccia di Maharet erano come le dure braccia metalliche di Baal, e in un istante Jesse conobbe un tormento inenarrabile.
Ma non era la propria morte che Jesse vedeva; erano le morti degli altri, le anime dei non-morti immolati che s’innalzavano per sfuggire al terrore e alla sofferenza fisica mentre le fiamme consumavano i loro corpi sovrannaturali. Udiva le loro urla, udiva i loro moniti, vedeva i volti mentre lasciavano la terra portando ancora la forma umana ma senza la sostanza; li sentiva passare dalla sofferenza all’ignoto, sentiva il loro canto che incominciava.