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La stagione dei mutanti [The Mutant Season - it]

Электронная книга - «La stagione dei mutanti [The Mutant Season - it]». Краткое содержание книги:

Siamo nel 2017 ed è inverno, la stagione in cui avviene il raduno annuale dei mutanti. Tutto precipita quando Eleanor Jacobsen, il primo senatore mutante degli Stati Uniti e portavoce dei diritti della sua specie, viene assassinata mentre sta indagando su un esperimento genetico per creare un misterioso supermutante…
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Michael rimase qualche attimo in silenzio. Volse lo sguardo attorno, sui membri del suo clan. Cento occhi dorati scintillarono di rimando.

«Sì», rispose. «Chiedo perdono per l’interruzione.»

«Lo credo bene!» osservò Tela con voce dura.

«Ritengo che dovremmo mostrare comprensione per il momentaneo disorientamento del nostro giovane confratello», propose Halden in tono benevolo.

Attorno al tavolo, cinquanta teste annuirono.

Michael sedette accanto a Jena. Lei gli sorrise trepida, raggiante in volto.

Mi ama veramente, pensò Michael. Abbastanza da aver deciso di legarmi a lei in questo modo. Al punto di rischiare la mia collera, il mio odio, la mia ripulsa.

Guardò la sua promessa sposa. Era bella. Alta, giovane, bionda.

Gli venne subito in mente un’altra donna, più bassa, capelli neri e sorriso vivace. Le sue labbra si strinsero in un moto d’angoscia.

Kelly, pensò. Ho aspettato troppo.

Jena gli strinse la mano. Michael posò nuovamente lo sguardo su di lei. Non l’amo, si disse. Ma forse neppure la odio. E può darsi che col tempo riesca a mostrarle almeno gentilezza, se non amore.

Si afferrò a quella mano, Michael, e chiuse gli occhi, mentre Halden iniziava a intonare il canto che segnava definitivamente il suo destino.

Fra le braccia del clan, noi siamo una famiglia.

Nei limiti del cerchio interno, noi siamo uno.

Dalle epoche lontane fino al futuro più remoto,

Andiamo innanzi come abbiamo sempre fatto,

Insieme, mano nella mano, cuore dentro cuore,

mente nella mente. Il diritto a nuova vita

ci congiunge, e siamo uno.

La spiaggia era formata di nera sabbia vulcanica, costellata di sfavillanti scagliuzze di mica. In questa insolitamente tiepida giornata d’inverno, la scura coltre assorbiva con avidità l’energia di un solicello pallido, divenendo talmente calda che era un’impresa camminarvi a piedi nudi. Andie corse strillando verso la salvezza del grande telo da bagno. Stephen alzò la testa dal videotaccuino, sorridendo di sotto l’ampio panama.

«Ah, che razza di paradiso!» esclamò Andie in tono afflitto, massaggiandosi le dita sbollentate. «Quando mi proponesti Thera, chi mai avrebbe immaginato che mi sarebbero venute le vesciche sotto i piedi…»

«Su, prendi un goccio», propose Jeffers, passandole una caraffa a pressione colma di vino resinato. «Sentirai che sollievo.»

E tornò al suo miniterm.

Andie inghiottì un lungo sorso della bevanda verde chiaro, odorosa di pino, dal cui gusto fresco e acidulo trasse immediato refrigerio. Si distese sulla sedia a sdraio e rimase a contemplare le acque turchesi dell’Egeo. Che bella idea era stata venire fin lì! Avevano trascorso i tre giorni precedenti esplorando le rovine ammantate di cenere di Akrotiri, avventurandosi per i sentieri che percorrevano la dorsale dell’isola, e facendo l’amore nel loro appartamento privato, lussuoso rifugio fra le mura bianche di calce dell’albergo appollaiato sulle pendici dell’antichissimo vulcano. Washington era lontana migliaia di miglia. Andie chiuse gli occhi, lasciando alla carezza del sole il compito di versarle sulle membra il nettare di una deliziosa sonnolenza…

Un urlo la ridestò dal dormiveglia. Due donne tarchiate in neri costumi da bagno, ferme sulla battigia, gridavano e si sbracciavano a indicare qualcosa. Lontano dalla spiaggia, laggiù dove l’acqua si faceva azzurro intenso, una piccola testa nera ballonzolava tra i flutti. Troppo lontano. La testolina andò sotto. Riemerse sputacchiando. Andò sotto di nuovo.

«Stephen! C’è un bambino che sta annegando!» gridò Andie.

Balzò in piedi e corse verso la linea dei frangenti. Discreta nuotatrice, Andie, fra le placide sponde di una piscina. Ma questo era il mare, freddo e possente, percorso da onde inesorabili. Non appena in acqua, dovette fare i conti con la corrente di marea. Era così lontana, quella testolina nera. Dopo poche bracciate si trovò a corto di fiato. Poi si vide sorpassare da un altro nuotatore, che senza muovere le gambe procedeva rapido lasciandosi dietro una turbolenta scia biancheggiante.

Riguadagnata a fatica la riva, Andie restò lì ansimante a guardare la piccola testa che ancora una volta andava giù. Attese, col fiato sospeso, di vederla rispuntare. Poi un’altra testa, più grande, dai capelli più chiari, fluttuò nel medesimo punto.

Jeffers.

Come poteva esser giunto fin là tanto in fretta?

Si immerse: la sua schiena, un guizzo lucido nel sole, scomparve. La gente, sulla spiaggia, guardava e aspettava, ansiosa. I secondi si trascinavano interminabili. D’improvviso, un fiotto d’acqua verde eruppe dai marosi e il bambino schizzò fuori come un turacciolo di sughero, seguito immediatamente da Jeffers. Questione di attimi, e i due furono sulla spiaggia, attorniati da una folla vociante.

Jeffers boccheggiava esausto, ma il ragazzo giaceva immobile, con le labbra cianotiche. Andie cominciò a praticargli la respirazione artificiale. Chiamare un robomedico? Ma avrebbe fatto in tempo? Il bambino rimaneva inerte, insensibile.

«Per favore…» mormorava Andie. «Non morire… Per favore…»

Due mani fredde l’afferrarono per le spalle, tirandola via.

«Lascia fare a me.»

Jeffers si accovacciò, pose una mano sul petto del bambino, l’altra sulla sua testa, e chiuse gli occhi. Profonde rughe di concentrazione gli solcarono la fronte. Prese a borbottare qualcosa di gutturale, una bizzarra sequela di suoni indefinibili. Le labbra gli si ritrassero sui denti in una smorfia selvaggia. E d’un tratto il piccolo corpo fu squassato da una contrazione violenta. Tesi allo spasimo, fasci di muscoli sporgevano sul collo di Jeffers. Il bambino tossì e incominciò a piangere. La giovane madre cadde in ginocchio e se lo strinse al petto, singhiozzando di gioia, mentre intorno la folla applaudiva.

Pallido e stordito, Jeffers ricadde all’indietro, respirando affannosamente. Andie afferrò la caraffa del vino e gliela porse. Egli bevve avidamente. In pochi istanti il suo viso riprese colore, il suo respiro rallentò.

«Mi è toccato andare parecchio a fondo, per ritrovarlo», disse.

«L’acqua era molto alta, laggiù?» gli chiese Andie.

«Non l’acqua. La sua mente. Quasi persa.» Inghiottì un’altra sorsata di vino. «Per prima cosa ho cercato di riattivargli il cuore. Ma era stato sotto tanto di quel tempo… l’ho dovuto chiamare, chiamare… Non sono molto bravo, in questo. Ma mia madre era una guaritrice. Qualcosa mi ha insegnato.»

Andie sentì un brivido correrle per la schiena.

«Come hai fatto a raggiungerlo così alla svelta?»

«Telecinesi. Ma appena in tempo.»

«Sei stato bravissimo.» Stringendolo a sé lo accompagnò fino al telo, senza far nemmeno caso alla sabbia bollente che le cuoceva i piedi. Completamente svuotato di energie, Jeffers giacque nel sole.

«Penso che dormirò un poco», disse. Chiuse gli occhi, e si assopì all’istante.

Andie gettò un’occhiata al miniterm abbandonato sulla sabbia scura, mezzo coperto dai neri granellini. Gli diede una ripulita con la mano. Sullo schermo, in brillanti lettere ambra, un elenco di cliniche mediche delle isole Cicladi.

Lo lasciò riposare per mezz’ora, poi lo svegliò titillandolo con l’alluce.

«Vieni. Rientriamo. Sono quasi le cinque.»

Giunti in camera, Andie si tolse di dosso lo strato di sinpelle e programmò la doccia, fissandone temperatura e durata. Liquidi filamenti argentei proruppero dai due soffioni gemelli, e inondarono il rivestimento di piastrelle rosse.

«Ti va di farmi compagnia?» gli domandò con voce insinuante.

Lui le rivolse un sorriso malizioso.

«Speravo proprio che tu me lo chiedessi.»

La seguì a ruota dentro la cabina, l’incalzò col suo corpo contro la parete.

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