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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'invasione degli uguali [Coming of the Quantum Cats - it]
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L'invasione degli uguali [Coming of the Quantum Cats - it]

Электронная книга - «L'invasione degli uguali [Coming of the Quantum Cats - it]». Краткое содержание книги:

Quando viene arrestato dall’FBI con l’accusa di aver spiato un segretissimo laboratorio di ricerca, Dominic DeSota è sbalordito, perché lui in realtà in quel luogo non c’è mai stato. Ma quando gli vengono mostrate fotografie e impronte digitali che provano inconfutabilmente il suo crimine, la vicenda si trasforma in un incubo. Il fatto è inspiegabile, a meno che non si voglia credere alla più pazzesca delle ipotesi, e cioè che esista un altro Dominic DeSota, proveniente da... un mondo parallelo. Ma il problema è che ci sono tanti Dominic DeSota quante le infinite versioni di storia contenute nell’universo, e in una di queste qualcuno ha scoperto il segreto del paratempo, e con esso la possibilità di viaggiare tranquillamente da una dimensione parallela all’altra. Tuttavia, lo sfruttamento indiscriminato del paratempo non può sfuggire alla più semplice legge di compenetrazione, e infatti ogni trasferimento fra diverse linee temporali sta per raggiungere il punto critico, in un crescendo di situazioni bizzarre e affascinanti, dove la Casa Bianca sta addirittura per essere attaccata... dall’esercito degli Stati Uniti di una dimensione parallela. E allora qualcuno dovrà a tutti i costi escogitare una soluzione per evitare che l’intero universo precipiti nel caos.
Con questo nuovo romanzo, Frederik Pohl conferma la sua inesauribile vena, e si lancia in un’emozionante avventura sul tema degli universi paralleli, piena di verve e di ironia.
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Stavolta nessuno rispose al suo sorriso. Qualunque cosa fossimo stati a casa nostra, non eravamo contadini.

Cominciai a chiedermi quali capacità socialmente utili avrebbe potuto offrire a un mondo vergine un ex senatore degli Stati Uniti, con una laurea in legge e un principio d’artrite.

Sscendemmo giù lungo il pendio d’un colle verso uno degli edifici più alti rimasti in piedi, un grattacielo con un orologio alla sommità. (Uno dei quadranti mi disse che erano le tre, e un altro, senza la lancetta dei minuti, diceva che eravamo fra le dieci e le undici.) Sotto di noi c’erano dei binari arrugginiti, e poco più avanti si levava un ponte ferroviario, altrettanto arruginito. L’idea di passare sotto quelle travature vacillanti non mi sorrideva. Ma il conducente sapeva quel che stava facendo. Rallentammo per aggirare alcuni pilastri di granito, poi riprendemmo velocità mentre i binari sparivano via in un’ampia curva.

— Ci sono delle domande? — chiese vivacemente la donna.

Nicky fu il primo ad alzare la mano. — Che cos’è un totter-tot?

Lei sbatté le palpebre stupita. — Che cosa?

— Avete detto che ci avremmo messo totter-tot minuti. Almeno, così mi è parso.

Il suo volto grazioso si schiarì. — Oh, lo stavo dimenticando. Voi usate i numeri decimali, non è vero? Vediamo, questo sarebbe… mmh! — Guardò ancora il polso sinistro. — L’intera durata del viaggio è di circa quarantacinque minuti. Dunque, mh, ancora venti minuti. Altre domande?

Uno dei Dr. Gribbin alzò la mano. — Una grossa, miss. Io mi occupo della dinamica dei quanta. E questo vuol dire che non so un accidente di niente sulla dinamica delle zolle.

— Naturalmente — disse la donna con simpatia. — Questo è problema effettivo, qui. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono contadini, muratori e meccanici. Tuttavia ci sarà un programma di riaddestramento. — E rivolse un luminoso sorriso alle quindici persone il cui sorriso s’era improvvisamente congelato.

Nella cabina passeggeri ci furono commenti e borbottii, ma non ne emerse alcuna domanda vera e propria. Probabilmente nessuno di noi ci teneva ancora a conoscere le risposte alle domande che avrebbe potuto fare. In quanto a me, stavo allungando il collo per guardare avanti poiché avevo visto quello che sembrava un ponte. E non mi piaceva affatto. Se fosse dipeso da me non avrei mai attraversato l’East River su un ponte che non aveva ricevuto una mano di pittura da mezzo secolo.

La donna aveva un’intera riserva di sorrisi dolci. — Se qualcuno di voi vuol darsi da fare fin da ora, il vostro albergo ha bisogno di personale: cuochi, lavapiatti, addetti alle camere e alla lavanderia, e così via. Dovrete essere autosufficienti per cose del genere, vedete, durante il periodo di quarantena. Ovviamente sarete pagati.

Io non la ascoltavo. Mi stavo aggrappando alla poltroncina e fissavo il ponte che si avvicinava sempre più. Poi svoltammo a destra e mi rilassai con un sospiro. Poi tornai ad aggrapparmi al sedile mentre sterzavamo rallentando giù lungo la riva del fiume. Avremmo trasbordato su un ferry-boat? Attraversato a nuoto? O ci avrebbero mollato li, con la terra promessa in vista oltre le acque, grattacieli sventrati e tutto?

Nulla di quanto sopra: non ci fermammo. Scivolammo avanti sulla piatta fanghiglia e quindi sulla superfice dell’acqua, con la stessa facilità, velocità e sicurezza con cui avevamo percorso le strade piene di buche della città. Dall’altra parte c’era quel che restava di un molo. Dei bagnanti nudi erano seduti lì con le gambe penzoloni, e non parve che il nostro arrivo li incuriosisse molto. Erano assai più interessati a uno dei loro, che era appena riemerso a una dozzina di metri dal molo e annaspava nell’acqua, agitando fieramente una fiocina su cui era conficcato un pesce lungo un buon metro e venti.

Se non altro adesso ci trovavamo in una zona di New York che avevo conosciuto bene. Riconobbi Canal Street, anche se i cartelli stradali erano caduti come frutti marci. Non ricordavo però i nomi delle traverse che oltrepassammo — orizzontarmi a Manhattan mi era sempre rimasto difficile — ma riconobbi, o riconobbi quasi, la Quinta Avenue quando fummo lì. Era stupefacente che non ci fosse proprio nessun Empire State Building su quella che senza alcun dubbio dovevo identificare come la Trentaquattresima Strada, e curioso che all’incrocio successivo si levassero le strutture a ragnatela di una tettoia di vetro, senza più i vetri, che un tempo aveva coperto tutta la strada.

Ci fermammo lì per un minuto, intanto che il conducente e la guida si rimettevano sulla faccia le loro maschere color carne. — Siamo quasi arrivati — annunciò gaiamente la donna. — Il posto si chiama Hotel Plaza. Un po’ malridotto e ammuffito, forse, ma… oh, che bella vista potrete godere della foresta del Central Park!

Dopo che ciascuno di noi ebbe una camera del vecchio albergo, e fummo condotti a pranzo, ci vennero date molte spiegazioni. Ci fu data anche una nuova identità. Adesso eravamo «Paratemporally Displaced Persons» o per brevità Peety-Deepies. Ci aspettava una quarantena di sette giorni, tanto occorreva perché i microbi rimasti nel nostro sangue crepassero di fame, se pure qualcuno era sopravvissuto alle iniezioni e agli spray con cui li avevano bombardati mentre dormivamo. Comunque, se andarcene da quell’albergo era questione di giorni, da quel paratempo non ce ne saremmo andati mai.

Eravamo lì per restarci.

Non si stava affatto male al Plaza Hotel. La donna non ci aveva raccontato balle. Era un posto simpatico, in fondo. Ed era stato un posto simpatico, lo ricordavo, anche nel mio Anno Domini 1983. Una specie di maestosa vecchia vedova con alcuni matrimoni storici alle spalle: Zelda e Scott Fitzgerald avevano vissuto lì, e a mezzanotte scendevano a fare il bagno nella fontana esterna.

Naturalmente da sessant’anni nessuno spazzava via le ragnatele. In quel mondo erano stati i ragni ad averla vinta sugli esseri umani. Questo si sentiva. Nel ristorante al piano terra stagnava uno strano e sgradevole odore, come se torme di animali fossero venuti a cena di quando in quando. (Lo avevano fatto.) Un quarto delle finestre erano state portate via dal vento, benché quasi tutte fossero state sostituite con pellicole di una specie di plastica allorché s’era deciso di riadattare il posto per noi. L’acqua che sgorgava dalle tubature era sempre un po’ rugginosa, e c’erano piani in cui non arrivava per niente. Tutto il mobilio stava andando a pezzi, specialmente i letti. Le stoffe s’erano trasformate in poltiglia, la poltiglia era diventata polvere, e l’imbottitura dei materassi poteva essere spezzata ma non piegata. Quella notte, per poterci coricare, Nicky ed io dovemmo sudare per rinforzare i letti con assi staccate dal retro di vecchi mobili, segate alla meglio. Aprimmo un paio di materassi per dare aria alla lana, e dopo che ci fummo rotti la schiena per cardarla a mano, e a calci, li riempimmo di nuovo. Non dovemmo preoccuparci delle coperte, ovviamente. Non in una notte d’Agosto a New York, in un albergo che non aveva mai saputo cosa fosse l’aria condizionata. Non tutto in quella stanza era marcio e antiquato. Un oggetto era decisamente nuovo. Dapprima lo scambiai per un televisore, benché fosse complicato dalla presenza di una tastiera. Quando Nicky in via sperimentale premette il pulsante «on» lo schermo s’illuminò, e su uno sfondo rosato apparve una nitida scritta nera. Diceva:

SALVE.
QUALE IL TUO C.I.P.?

Dal momento che nessuno di noi due sapeva cosa fosse un C.I.P. non potemmo soddisfare la sua curiosità, e lo schermo rifiutò testardamente di soddisfare la nostra. Per quanti interruttori e pulsanti usassimo null’altro vi apparve. L’unico che ottenne un risultato fu infine il pulsante con scritto «off».

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