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Fiori per Algernon [Flowers for Algernon (novel) - it]

Электронная книга - «Fiori per Algernon [Flowers for Algernon (novel) - it]». Краткое содержание книги:

Algernon è un topo, ma non è un topo qualunque. Con un’audace operazione, uno scienziato ha triplicato il suo QI, rendendolo forse più intelligente di alcuni esseri umani. Di certo più di Charlie Gordon che, fino all’età di trentadue anni, ha vissuto nella dolorosa consapevolezza di non essere molto… sveglio. Ma cosa succede quando quella stessa operazione viene effettuata su Charlie?

Vincitore del premio Nebula per il miglior romanzo in 1966.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1967.
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Avevo sognato un momento come questo, ma adesso ch’era giunto, a che cosa serviva? Non avrei potuto dirle quanto stava per accadermi. Né, d’altro canto, potevo accettare il suo affetto con la frode. Perché illudermi? Se fossi stato ancora il Charlie di un tempo, debole di mente e indifeso, non mi avrebbe parlato in questo stesso modo. E allora che diritto avevo di sentirmi parlare così adesso? La maschera mi sarebbe stata presto strappata.

«Non piangere, Norma. Tutto tornerà ad andare nel migliore dei modi.» Mi sono sentito pronunziare banalità rassicuranti. «Cercherò di provvedere a tutte e due. Ho un po’ di soldi da parte, e con lo stipendio che mi corrisponde la Fondazione potrò mandarvi denaro con regolarità… per qualche tempo almeno.»

«Ma non vorrai andartene! Devi restare con noi, adesso…»

«Devo viaggiare ancora, compiere alcune ricerche, tenere qualche conferenza, ma cercherò di tornare a trovarvi. Abbi cura di lei. Ha molto sofferto. Ti aiuterò finché mi sarà possibile.»

«Charlie! No, non andartene!» Si è avvinghiata a me. «Ho paura!»

La parte era quella che avevo sempre voluto interpretare… quella del fratello maggiore.

In quel momento ho sentito che Rose, seduta silenziosa in un angolo, ci stava fissando. Vi era qualcosa di mutato nel suo viso. Aveva gli occhi spalancati e si sporgeva in avanti dall’orlo della sedia. Il primo paragone che mi è venuto in mente è stato quello di un falco pronto a piombare sulla preda.

Ho spinto Nonna lontano da me, ma prima che fossi riuscito a dire qualcosa Rose era in piedi. Aveva afferrato sul tavolo il coltello da cucina e lo stava puntando contro di me.

«Che cosa le stai facendo? Vattene lontano da lei! Te l’ho detto che cosa ti avrei fatto se ti avessi sorpreso di nuovo a toccare tua sorella! Sporcaccione! Non fai parte delle persone normali!»

Siamo balzati indietro entrambi e per qualche folle ragione mi sono sentito colpevole, come se fossi stato sorpreso a fare qualcosa di male; sapevo che anche Norma provava la stessa sensazione. Era come se l’accusa di mia madre si fosse tramutata in verità e noi avessimo fatto qualcosa di osceno.

Norma le ha gridato: «Mamma! Posa quel coltello!»

Il vedere Rose lì in piedi con il coltello ha fatto sì che ricordassi la notte in cui aveva costretto Matt a portarmi via. Stava rivivendo quel momento. Io non riuscivo a parlare né a muovermi. La nausea mi pervadeva, insieme alla tensione soffocante e al ronzio nelle orecchie, e lo stomaco mi si torceva come se avesse voluto strapparsi dal mio corpo.

Rose aveva un coltello e Alice aveva un coltello e mio padre aveva un coltello e anche il dottor Strauss…

Per fortuna Norma ha avuto la presenza di spirito di togliere il coltello dalla mano di nostra madre, ma non ha potuto cancellare la paura dagli occhi di Rose che gridava:

«Portalo via di qui! Non ha il diritto di guardare sua sorella pensando al sesso!»

Rose ha seguitato a gridare, poi è ricaduta sulla sedia piangendo.

Non sapevo che cosa dire e non lo sapeva neppure Norma. Eravamo entrambi imbarazzati. Ormai ella sapeva perché ero stato allontanato.

Mi domandavo se avessi mai fatto qualcosa che giustificasse la paura di mia madre. Non avevo ricordi del genere, ma come potevo essere certo che non vi fossero pensieri orribili repressi dietro le barriere della mia coscienza torturata? Nei chiusi corridoi, dietro i vicoli ciechi che io non avrei mai veduto. Forse non lo saprò mai. Qualunque sia la verità, non devo odiare Rose per aver protetto Norma. Devo capire la situazione come la vedeva lei. A meno che non le perdoni, non avrò nulla.

Norma stava tremando. «Non te la prendere», ho detto. «Non sa quello che fa. Non stava infuriando contro di me; ce l’aveva con il Charlie di una volta. Temeva quello che lui avrebbe potuto farti. Non posso rimproverarla se vuole proteggerti. Ma adesso non dobbiamo più pensarci perché il Charlie di un tempo se n’è andato per sempre, non è vero?»

Non mi stava ascoltando. Aveva sul viso un’espressione sognante. «Ho appena fatto una di quelle strane esperienze in cui accade qualcosa e provi la sensazione di sapere quel che sta per succedere, come se tutto fosse già accaduto, esattamente nello stesso modo, e tu lo vedi ripetersi…»

«È un’esperienza comunissima.»

Ha scosso la testa. «Un momento fa, quando l’ho veduta con quel coltello, è stato come un sogno fatto molto tempo fa.»

A che giovava dirle che senza alcun dubbio era stata sveglia quella notte, da bambina, e aveva veduto ogni cosa dalla sua stanza… dirle che il ricordo era stato represso e deformato finché lo aveva immaginato come una fantasia? Non c’era motivo di opprimerla con la verità. Sarebbe già stata abbastanza triste con mia madre nei giorni a venire. Ben volentieri le avrei tolto il fardello dalle spalle e il dolore, ma non c’era senso a cominciare qualcosa che non avrei potuto terminare. Io pure sarei stato costretto a vivere soffrendo. Non c’era modo di impedire alle sabbie della sofferenza di scivolare attraverso la clessidra della mia mente.

«Ora devo andare», ho detto. «Abbi cura di te e di lei.»

Le ho stretto la mano. Mentre uscivo, Napoleone mi ha latrato contro.

Mi sono trattenuto finché è stato possibile, ma una volta giunto sulla strada non ci sono più riuscito. È penoso scriverlo, ma la gente si è voltata a guardarmi mentre tornavo verso la macchina, piangendo come un bambino. Non potevo farne a meno e non me ne importava.

Mentre camminavo, le parole ridicole hanno cominciato a martellarmi nella testa, ripetutamente, raggiungendo il ritmo di un rumore ronzante.

Tre ciechi topolini… tre ciechi topolini,

guarda come corrono! Non vanno certo piano!

Inseguono tutti e tre quei bambini

che con il coltello han tagliato loro i codini.

Avevi mai visto qualcosa di tanto strano?

Tre… ciechi… topolini?

Ho cercato di escluderle dalle orecchie ma non è stato possibile, e a un certo momento, quando mi sono voltato indietro a guardare la casa e la veranda, ho visto la faccia di un ragazzo che mi fissava con la gota premuta contro il vetro della finestra.

17° RAPPORTO SUI PROGRESSI

3 ottobre Sto scendendo la china. Pensieri di suicidio per far cessare tutto ora mentre sono ancora padrone di me e conscio del mondo che mi circonda. Ma poi penso a Charlie in attesa alla finestra. Non sono padrone della sua vita per poterla gettar via. L’ho appena avuta in prestito per qualche tempo e ora mi si chiede di restituirla.

Sono la sola persona, devo ricordarlo, alla quale sia accaduto questo. Finché posso, devo continuare a reprimere i miei pensieri e i miei stati d’animo. Questi rapporti sui progressi sono il contributo di Charlie Gordon all’umanità.

Sono diventato nervoso e irritabile. Litigo con inquilini del palazzo perché faccio suonare fino a tarda notte il grammofono ad alta fedeltà. È già accaduto molte volte da quando ho smesso di suonare il pianoforte. Non è giusto farlo funzionare a ogni ora, ma mi serve per tenermi sveglio. So che dovrei dormire ma lesino ogni secondo di veglia; non soltanto a causa degli incubi ma perché ho paura di lasciarmi andare.

Dico a me stesso che ci sarà tutto il tempo in seguito per dormire, quando scenderanno le tenebre. Il signor Vernor, dell’appartamento sotto il mìo, non protestava mai, ma ora non fa che battere colpi sulle tubazioni o sul soffitto di casa sua, per cui io odo i tonfi sotto i piedi. Dapprima l’ho ignorato, ma stanotte è salito da me in vestaglia. Abbiamo litigato e gli ho sbattuto la porta in faccia. Un’ora dopo era di nuovo lì con un poliziotto il quale mi ha detto che non potevo suonare dischi così forte alle quattro del mattino. Il sorriso sulla faccia di Vernor mi ha esasperato a tal punto che mi è costato uno sforzo indicibile non mettergli le mani addosso. Quando se ne sono andati ho fracassato tutti i dischi e l’apparecchio. Avevo voluto illudere me stesso, del resto. Questo genere di musica non mi piace più.

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