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Memnoch il diavolo [Memnoch the Devil - it]

Электронная книга - «Memnoch il diavolo [Memnoch the Devil - it]». Краткое содержание книги:

New York è stretta nella morsa di un inverno rigidissimo, ma i vampiri non sentono il freddo e Lestat, incontrastato principe delle tenebre, attende nella notte, pregustando il sangue della sua prossima vittima: Roger, un boss della droga. Una facile preda, se non fosse per uno strano turbamento che Lestat prova nei confronti della carismatica figlia dell’uomo, Dora. A dispetto degli inviti alla prudenza da parte dell’amico David Talbot, Lestat compie l’atto finale della caccia, affondando i denti nel collo di Roger. È un tragico errore: il fantasma del morto, infatti, minaccia di perseguitare Lestat se non si prenderà cura di Dora. Per il bene della sua nuova protetta, ma anche per liberarsi dall’angosciante sensazione di essere braccato — una sensazione che lo perseguita da tempo — il vampiro sarà costretto ad affrontare le sue paure più oscure e inconfessabili, perfino a costo di perdere la ragione. Una sfida che culminerà nello scontro con una creatura sovrannaturale, che dice di chiamarsi Memnoch e di essere nientemeno che il diavolo.
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«Esatto. Cosa noti di peculiare nei loro volti?»

«Che ostentano espressioni ben distinte che sembrano mo­derne, o almeno leggibili per una mente moderna. Alcuni sono accigliati; altri stanno parlando; altri due sembrano immersi nel­le loro riflessioni. L’uomo dai capelli arruffati che rimane indie­tro sembra infelice. E una donna, la donna col seno enorme... sei sicuro che non possa vederci?»

«Non può. Sta solo guardando in questa direzione. Cosa la differenzia dagli uomini?»

«Be’,il seno, ovviamente, e il fatto che sia glabra. Gli uomini hanno la barba. I capelli di lei sono più lunghi, naturalmente, e be’,è carina; ha un’ossatura minuta e tratti femminei. Al contra­rio delle altre, non stringe a sé un bimbo di pochi mesi; dev’esse­re la più giovane oppure non ha ancora partorito.»

Lui annuì.

Sembrava che lei potesse vederci; stava strizzando gli occhi come facevo io. Il suo viso era allungato, ovale, quello che un ar­cheologo avrebbe definito cromagnoniano; non c’era niente di scimmiesco in lei o nella sua stirpe. Non aveva la carnagione chiara, la sua pelle era color oro scuro, simile a quella dei popoli semitici o arabi, simile alla pelle di Dio nell’alto dei cieli. I suoi capelli scuri fluttuavano in modo leggiadro nel vento, mentre si voltava e avanzava.

«Queste persone sono tutte nude», osservai.

Memnoch emise una breve risata.

Rientrammo nella foresta e il veldt svanì. L’aria era densa, umida e profumata.

Sopra di noi svettavano immense conifere e felci. Non avevo mai visto felci di quelle dimensioni, le enormi fronde nettamente più grandi delle foglie dei banani; quanto alle conifere, potevo paragonarle soltanto alle gigantesche, barbariche sequoie delle foreste della California occidentale, alberi che hanno sempre su­scitato in me un senso di solitudine e timore.

Lui continuò a guidarmi, dimentico di quella brulicante giun­gla tropicale che stavamo attraversando. Alcuni esseri ci sfreccia­vano accanto; si udivano ruggiti in lontananza. La terra era rico­perta di uno strato di vegetazione verde, vellutata, irregolare, e talvolta sembrava costellata di rocce vive!

All’improvviso, percepii una brezza piuttosto fredda e voltai la testa per guardarmi alle spalle. Il veldt e gli umani erano svani­ti da tempo. Le felci nell’ombra si levavano così folte dietro di noi che mi ci volle un istante per capire che la pioggia stava ca­dendo dal cielo, molto più su, colpendo il fogliame più in alto e toccandoci solo col suo rumore fioco, rilassante.

Gli esseri umani non erano mai stati in questa foresta, ne ero sicuro, ma che tipo di mostri vi abitavano, pronti a balzare fuori dalle ombre?

«Ora, permettimi di passare ai dettagli o a ciò che ho ordina­tamente suddiviso nelle Tredici Rivelazioni dell’evoluzione, così come gli angeli le hanno percepite e comprese dal disegno divi­no. Tieni presente che parleremo sempre e solo di questo mon­do; pianeti, stelle, altre galassie non hanno nulla a che vedere con la nostra conversazione», precisò Memnoch, scostando age­volmente col braccio destro il fitto fogliame mentre continuava­mo a camminare.

«Vuoi dire che siamo l’unica forma di vita presente nell’intero universo?»

«Voglio dire che il mio mondo, il mio paradiso e il mio Dio rappresentano tutto ciò che so.»

«Capisco.»

«Come ti ho già detto, assistemmo a complessi processi geo­logici; vedemmo sorgere le montagne, formarsi i mari, spostarsi i continenti. I nostri inni di lode e di meraviglia erano intermina­bili. Non puoi immaginare il canto in paradiso; ne hai avuto un semplice assaggio in un paradiso pieno di anime umane. All’epo­ca c’erano solo i nostri cori celesti, e ogni nuovo sviluppo susci­tava relativi salmi e cantici. Il suono era diverso. Non migliore, no, solo diverso. Nel frattempo, eravamo molto indaffarati, ca­landoci nell’atmosfera terrestre, ignari della sua composizione, e perdendoci nella contemplazione dei vari dettagli. Le minuzie della vita ci richiedevano un livello di concentrazione che non esisteva nel reame celeste.»

«Vuoi dire che lassù era tutto semplice e chiaro.»

«Illuminato accuratamente e completamente; l’amore di Dio non era affatto accentuato, ampliato o complicato da questioni legate a minuzie.»

Avevamo raggiunto una cascata impetuosa, che precipitava in uno specchio d’acqua gorgogliante. Mi fermai per un attimo, rin­frescato dal vapore acqueo che mi colpiva viso e mani. Memnoch parve apprezzarla quanto me.

Notai per la prima volta che era scalzo. Fece scivolare un pie­de nell’acqua, che guardò mulinare intorno alle dita. Le unghie del suo piede erano color avorio, perfettamente curate. Mentre fissava l’acqua gorgogliante, le sue ali divennero visibili, solle­vandosi sino a formare enormi picchi sopra di lui, e io vidi scin­tillare l’umidità che a poco a poco rivestiva le piume. Ci fu un improvviso trambusto; le ali parvero serrarsi, proprio come quel­le di un uccello, e ripiegarsi dietro di lui per poi scomparire.

«Adesso prova a immaginare le legioni di angeli, le moltitudi­ni di ogni rango — perché vi è una gerarchia celeste — che scendo­no su questa terra per innamorarsi di qualcosa di semplice come l’acqua spumeggiante che vediamo dinanzi a noi, o il colore can­giante della luce solare mentre penetra nei gas che circondano il pianeta», riprese.

«Era più interessante del paradiso?»

«Sì. Si è costretti a rispondere di sì. Certo, al rientro, ci si sen­te pienamente soddisfatti del paradiso, soprattutto quando Dio è contento; ma presto si riaffaccia il desiderio, l’innata curiosità, e i pensieri sembrano accumularsi nelle nostre menti. In questo mo­do acquistiamo la consapevolezza di avere una mente, ma lascia­mi arrivare alle Tredici Rivelazioni.

«La Prima Rivelazione fu la trasformazione delle molecole inorganiche in molecole organiche; il passaggio dalla roccia alla minuscola molecola vivente, per così dire. Dimentica questa fo­resta, all’epoca non esisteva. Osserva piuttosto lo specchio d’ac­qua. Fu in pozze come questa, intrappolate nelle mani della montagna, tiepide, agitate e piene di gas provenienti dalle forna­ci della terra, che nacquero queste cose... che apparvero le prime molecole organiche. Un clamore si levò verso il cielo. ‘Signore, guarda cos’ha fatto la materia.’ E l’Onnipotente fece il suo con­sueto, radioso sorriso di approvazione.

«‘Aspettate e osservate’,disse di nuovo e, mentre guardava­mo, giunse la Seconda Rivelazione; le molecole cominciarono a riunirsi in tre diverse forme di materia: cellule, enzimi e geni. In realtà, non appena comparve la forma unicellulare di queste particelle, cominciarono ad apparire anche le forme pluricellulari; e ciò che avevamo intuito grazie alle prime molecole organiche di­venne allora evidente: una scintilla di vita animava queste cose; avevano uno scopo, per quanto rudimentale, ed era come se po­tessimo distinguere quella scintilla di vita e riconoscerla come una minuscola prova dell’essenza di vita che noi già possedeva­mo in abbondanza! In breve, il mondo fu invaso da uno scompi­glio di tipo completamente nuovo; e mentre guardavamo questi minuscoli esseri pluricellulari che andavano alla deriva nell’ac­qua, si fondevano per formare le alghe più primitive o i funghi, riuscimmo a vedere verdi cose viventi aggrapparsi alla terra stes­sa! Dall’acqua affiorò la fanghiglia che si era abbarbicata per mi­lioni di anni alle sue sponde. E da questi esseri verdi e striscianti spuntarono le felci e le conifere che vedi tutt’intorno a noi, cre­scendo fino a raggiungere dimensioni ragguardevoli. Ora, gli an­geli hanno proprie dimensioni. Potemmo camminare sotto que­sti elementi nel mondo ricoperto di vegetazione. Se vuoi, riascol­ta, nella tua immaginazione, gli inni di lode che si levarono verso il cielo; se vuoi, ascolta la gioia di Dio, percependo tutto tramite il Suo intelletto e tramite i cori, i racconti e le preghiere dei suoi angeli! Gli angeli cominciarono a diffondersi su tutta la terra e a trarre diletto da determinati luoghi; alcuni preferivano le montagne, altri le profonde vallate; alcuni le acque, altri le foreste piene di ombre e verdi sfumature.»

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