Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
Gert ridacchiò. — Non è carino?
— Un vero Don Giovanni — dissi allegramente. — Avete tutti quanti le pistole paralizzatrici a portata di mano? — Gert annuì, e il sorriso d’improvviso si gelò sulla sua faccia. Non era più un sorriso. Era un ghigno. Pensai che la fatica che mi era costata tirarla fuori di prigione era stata ben spesa.
Rockwell staccò gli occhi dalla sua immagine, e li rivolse su di me. — Credi che ci saranno dei guai, Tenny? — chiese. La voce non gli tremava, ma mi accorsi che la mano sinistra, quella che non era inserita nel gesso che gli incapsulava tutto il resto del corpo, si muoveva verso il cassetto della scrivania.
— Be’, non si sa mai — dissi avvicinandomi con aria noncurante alla scrivania. — È sempre meglio essere pronti, no? — Tutti annuirono, e io allungai il collo per vedere cosa c’era nel cassetto. Mi ci volle un momento per rendermi conto che non era una bomba a mano; era una di quelle sue dannate Autentiche Maschere della Morte in Simil-Rame dei più Prestigiosi Indossatori di Biancheria Intima Maschile. Mi sentii venire le lacrime agli occhi. Poveretto. — Nels — dissi sotto voce, — se ce la faremo, ti prometto che la settimana prossima sarai in un centro di disintossicazione.
Per quello che si poteva capire attraverso le bende, la sua espressione era impaurita ma decisa, e credo che mi facesse se no di sì. Ad alta voce, dissi rivolo a tutti: — Sarà una notte lunga. )r meglio che cerchiamo di dormire. Faremo dei turni.
Tutti si dichiararono d’accordo, e mentre io mi dirigevo nel mio ufficio, finirono di guardare lo spot di Rockwell. — …questa è la mia storia, e se vorrete aiutarmi ad essere eletto, vi prego di mandare il vostro contributo a…
Chiusi la porta e andai alla mia scrivania. Composi il codice dell’ultima edizione dell’Era pubblicitaria, e guardai lo schermo. Non avevano aspettato l’ultima edizione. C’era uno special a lettere rosse. Il titolo diceva:
Le cose si stavano proprio scaldando.
Non ero stato del tutto sincero con i miei compagni. Certe volte uno lo sapeva se aspettarsi dei guai. Io lo sapevo. E sapevo che non erano molto lontani.
Seguii le mie stesse istruzioni, ma senza molto successo. Il sonno faceva fatica a venire. E quando arrivava, finiva molto in fretta… Un rumore preoccupante dalla stanza vicina, un brutto sogno, e soprattutto le chiamate sempre più agitate di Dixmeister dal mondo esterno. Aveva lasciato ogni speranza di tornare a casa, quella notte, ed ogni ora si faceva sentire con qualche nuova e sempre più allarmata protesta della Moralità Commerciale, o delle reti. Non che me ne preoccupassi. — Pensaci tu — ordinai ogni volta, e lui ci pensava. Tirò giù dal letto per tre volte gli avvocati della Haseldyne & Ku quella notte, per assoldare un giudice che emanasse un’ingiunzione di Libertà Pubblicitaria. Non furono soddisfatti. Le udienze si sarebbero tenute entro una settimana, ma fra meno di una settimana, in una maniera o nell’altra, non avrebbe più avuto importanza.
Quando sbirciavo nell’altra stanza, di tanto in tanto, mi accorgevo che la mia intrepida truppa non dormiva meglio di me. Si svegliavano di soprassalto per qualsiasi rumore, e tornavano a dormire solo con difficoltà, perché anche loro facevano dei brutti sogni. Non tutti i miei erano incubi. Ma nessuno era particolarmente piacevole. L’ultimo che ricordo, era di un Natale, un qualche improbabile Natale futuro insieme a Mitzi. Sembrava un ricordo d’infanzia, con la neve sporca attaccata ai vetri, e l’albero di Natale che cinguettava i suoi messaggi di dono senza pagamento anticipato… solo che Mitzi non la smetteva di strappare la pubblicità dall’albero e di buttare nel water i dolci drogati dei bambini, e qualcuno bussava alla porta, e io sapevo che erano gli aiutanti di Babbo Natale con le pistole in pugno, pronti a fare un’irruzione…
Una parte del sogno era vera. Qualcuno bussava alla porta.
Se avessi avuto voglia di scommettere, avrei detto che il primo a battere alla porta sarebbe stato il Vecchio, perché doveva solo attraversare mezza città per arrivare da me. Mi sbagliavo. Il Vecchio doveva essere a Roma con Mitzi e Des… probabilmente già a bordo del volo notturno, in arrivo per spegnere quell’inatteso incendio. Comunque, il primo a bussare fu Val Dambois. Il bastardo era stato furbo, e mi aveva fregato. — Non sei partito sul razzo per la Luna, allora — dissi un po’ stupidamente. Lui mi lanciò un’occhiata cattiva.
L’occhiata non era cattiva neanche la metà di quello che stringeva in mano. Non era una pistola paralizzatrice, e non era neppure mortale. Era peggio. Era un fucile campbelliano, un’arma assolutamente illegale per qualsiasi civile, e ancor più illegale da usare al di fuori di zone segnalate. E la parte peggiore, era che Marie, rimasta sola in ufficio, si era addormentata sul letto. Val aveva superato la rete alla porta prima che qualcuno potesse fermarlo.
Mi misi a tremare. Questo è sorprendente, a pensarci, perché non avrei mai pensato che tosse possibile che qualcosa spaventasse uno che aveva già tanti motivi per aver paura, come me. Mi sbagliavo. Guardando la canna del proiettore puntato contro di me, la mia spina dorsale si trasformò in gelatina, e il mio cuore in un pezzo di ghiaccio. — Bastardo imbroglione! — sibilò lui. — Lo sapevo che avevi in mente qualcosa per spedirmi via in quel modo. Per fortuna c’è sempre qualche mokomane in giro per il terminal, che si può pagare perché si faccia un volo gratis. Così ho potuto tornare e coglierti sul fatto i.
Aveva sempre avuto il difetto di parlare troppo, Val Dambois. Questo mi diede la possibilità di ritrovare la calma. Con tutto il coraggio che riuscii a raccogliere, e con un sorriso forzato, dissi in tono freddo e sicuro (o almeno così speravo): — Hai aspettato troppo, Val. È tutto finito. I comunicati sono già stati trasmessi.
— Non vivrai abbastanza per andarlo a raccontare! — urlò lui, alzando la canna del fucile.
Io continuai a sorridere. — Val — dissi pazientemente, — sei uno sciocco. Non sai cosa sta succedendo?
Una lieve oscillazione del fucile. Sospettosamente chiese: — Cosa?
— Ho dovuto farti andar via — spiegai, — perché parli troppo. Ordini di Mitzi. Non si fidava di te.
— Non si fidava di me?
— Perché non sei capace di vedere al di là del tuo naso. Non devi credermi sulla parola… guarda da solo. Al prossimo spot ci sarà Mitzi stessa… — E guardai verso gli schermi.
E così fece Val. Aveva già fatto degli errori, ma questo fu quello finale. Staccò gli occhi da Marie. Non che si possa fargliene una colpa, considerando le condizioni in cui si trovava Marie, ma dovette pentirsene. Zunggg fece la pistola della donna, e il proiettore limbale cadde dalla mano di Val, e Val lo seguì a ruota.
Un po’ in ritardo, la porta del deposito si aprì, e il resto della mia banda piombò dentro, svegliata dai suoi sonni inquieti. Mane era appoggiata a un gomito, sorridente. Il lettino conteneva anche il suo cuore meccanico, e lei non poteva alzarsi, ma aveva una mano libera per la pistola paralizzatrice, in caso di necessità. — L’ho beccato, Tenny — disse orgogliosa.
— Sicuro, Marie — dissi; poi, rivolto a Gert: — Aiutami a trasportarlo nel deposito.
Così lo sistemammo nella stanza dove un tempo gli ingegneri sonnecchiavano nei loro turni di sorveglianza, e lo lasciammo a fare lo stesso. Il proiettore lo consegnai a Jimmy Paleologue.
Lui corse fuori, e sentii scorrere l’acqua nel bagno; tornò indietro con l’arma gocciolante. — Questo non funzionerà più — disse seccamente, buttandolo in un cestino. — Cosa ne dici, Tarb? Torniamo a dormire a turni?