I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
La sua testa, completamente rasata, era spolverata di una cipria contenente minuscole scagliette di mica, e un debole luccichio offuscava la nudità dei contorni. Indossava una sciarpa o uno scialle trasparente, sotto il quale la forma e il tessuto delle sue braccia nude si mostravano ammorbiditi e protetti. Il seno era coperto; le donne iotiche non uscivano di casa a seno nudo: riservavano la sua nudità a chi la possedeva. I polsi erano carichi di braccialetti d’oro, e nel cavo della gola un singolo gioiello azzurro risaltava contro la pelle soffice.
— Come fa, a stare su?
— Che cosa? — Poiché non poteva vedere direttamente il gioiello, ella poteva pretendere di non sapere d’averlo, costringendo Shevek a indicarlo, e forse a portare la mano al di sopra del suo seno per toccare la gemma. Shevek sorrise e la toccò. — È incollata?
— Oh, quella. No, ho un piccolissimo magnetino lì, e la pietra ha un piccolissimo pezzettino di metallo nella parte posteriore, oppure è il contrario? Comunque, rimaniamo appiccicati insieme.
— Lei ha un magnete sotto la pelle? — domandò Shevek, schiettamente disgustato.
Vea sorrise e sollevò lo zaffiro, in modo ch’egli potesse vedere come ci fosse soltanto una minuscola cicatrice argentea. — Lei mi disapprova in modo così assolutamente totale… è un sollievo. Sento che qualsiasi cosa io faccia o dica, non posso cadere più in basso, nella sua opinione, poiché ho già raggiunto il fondo!
— Non è affatto vero — egli protestò. Sapeva che la donna celiava, ma conosceva poche regole di quel gioco.
— No, no; so riconoscere l’orrore morale quando lo vedo. Così. — Aggrottò la fronte in segno di disgusto; entrambi risero. — Sono davvero così diversa dalle donne di Anarres?
— Oh, certo, davvero.
— Sono tutte terribilmente forti, coi muscoli? Mettono gli stivali, hanno grossi piedi piatti, abiti senza forma, e si depilano una volta al mese?
— Non si depilano affatto.
— Non si depilano mai? Da nessuna parte? Oh, Dio! Parliamo d’altro.
— Parliamo di lei. — Appoggiò la schiena al terreno coperto d’erba, abbastanza vicino a Vea da essere avvolto dai profumi naturali e artificiali del suo corpo. — Vorrei sapere, le donne urrasiane sono contente di essere sempre inferiori?
— Inferiori a chi?
— Agli uomini.
— Oh… quello! Che cosa le fa credere che io lo sia?
— Mi pare che ogni cosa fatta dalla vostra società sia fatta da uomini. L’industria, le arti, l’amministrazione, il governò, le decisioni. E per tutta la vita portate il nome del padre e quello del marito. Gli uomini vanno a scuola, e voi non ci andate; sono maschi tutti gli insegnanti, i giudici, la polizia, e il governo, no? Perché lasciate che comandino tutto? Perché non fate ciò che vi pare?
— Ma noi lo facciamo! Le donne fanno esattamente quello che vogliono. E non devono sporcarsi le mani, o infilarsi elmetti di bronzo, o mettersi a gridare da un banco del Direttorato, per ottenerlo.
— Ma che cos’è, quello che fate?
— Come, comandare gli uomini, naturalmente! E lei deve sapere, non c’è nessun pericolo a dirlo, poiché non saranno mai disposti a crederlo. Dicono: «Ah ah, sei proprio divertente, piccola!» e ti danno un buffetto sulla nuca e poi se ne escono a passo dell’oca, pienamente soddisfatti, con tutte le medaglie che tintinnano.
— E voi siete soddisfatte?
— Naturalmente, sì.
— Non ci credo.
— Perché non si accorda con i suoi princìpi. Gli uomini hanno sempre qualche teoria, e le cose devono sempre accordarsi ad essa.
— No, non per qualche teoria, ma perché posso vedere che lei non è contenta. Che lei è inquieta, insoddisfatta, pericolosa.
— Pericolosa! — Vea rise, raggiante. — Che complimento assolutamente meraviglioso! Perché sono pericolosa, Shevek?
— Be’, perché lei sa che agli occhi degli uomini è soltanto una cosa, qualcosa che si possiede, si compra, si vende. E dunque lei pensa soltanto a ingannare il possessore, a vendicarsi…
Lei gli pose deliberatamente la piccola mano sulle labbra. — Silenzio — disse. — So che non intende essere volgare. La perdono. Ma ora basta.
Egli si aggrottò ferocemente di fronte all’ipocrisia, e di fronte alla comprensione che forse poteva averla davvero ferita. Sentiva ancora sulle labbra il breve tocco della sua mano. — Mi spiace! — disse.
— No, no. Come può capire, lei, che viene dalla Luna? E poi, lei è soltanto un uomo… Comunque, le dirò una cosa. Se prendeste una delle vostre «sorelle», lassù sulla Luna, e le deste la possibilità di togliersi gli stivali, e di fare un bagno e un massaggio e una depilazione, e di infilarsi un paio di sandaletti allegri, e di mettersi un gioiello all’ombelico, e del profumo, la cosa le piacerebbe, glielo assicuro. E piacerebbe anche a voi! Oh, come vi piacerebbe! Ma voi non lo fareste mai, voi, povere cose, con le vostre teorie. Tutti fratelli e sorelle, e niente divertimento.
— Ha ragione — disse Shevek. — Niente divertimento. Mai. Su Anarres stiamo tutto il giorno a scavare piombo nelle budella delle miniere, e quando viene la notte, dopo il solito pasto di tre grani di holum cotti in un cucchiaio di acqua di mare, recitiamo antifonicamente i Detti di Odo, fino all’ora di andare a letto. Cosa che facciamo tutti separatamente, e senza sfilarci gli stivali.
La sua conoscenza pratica dello iotico non era sufficiente a permettergli i voli verbali che avrebbe potuto fare nella propria lingua, una di quelle estemporanee fantasticherie che soltanto Takver e Sedik avevano ascoltato con frequenza sufficiente da non badare più ad esse; tuttavia, per quanto fossero zoppe, le sue parole sorpresero Vea. Proruppe la sua risata nera, pesante e spontanea. — Santo Dio, ma lei è anche spiritoso! C’è qualcosa che lei non sia?
— Un venditore — egli rispose.
Lei lo studiò, sorridendo. C’era qualcosa di professionale, da attrice, nella sua posa. Le persone di solito non si osservano con attenzione a brevissima distanza, a meno che non siano madre e bambino piccolo, o dottori con pazienti, o amanti.
Egli si rizzò a sedere. — Vorrei ancora camminare — disse.
Ella allungò la mano perché lui la prendesse e la aiutasse ad alzarsi. Il gesto era indolente e invitante, ma ella disse con una tenerezza incerta nella voce: — Lei è davvero come un fratello… Prenda la mia mano. Poi la lascerò andare!
Passeggiarono lungo i sentieri del grande giardino. Entrarono nel palazzo, conservato come museo degli antichi tempi della regalità, poiché Vea disse che le piaceva guardare i gioielli che conteneva. Ritratti di principi e baroni arroganti li fissavano dalle pareti tappezzate di broccato e dall’alto di caminetti scolpiti. Le stanze erano piene di argento, oro, cristallo, legni rari, tappezzerie e gioielli. Accanto ai cordoni di velluto stavano ferme le guardie. Le loro uniformi nere e scarlatte si sposavano bene agli splendori, ai tendaggi in filo d’oro, alle coperte di piume intessute, ma i loro volti rompevano quell’armonia: erano volti annoiati e stanchi, stanchi di starsene in piedi tutto il giorno, in mezzo a sconosciuti, per svolgere un lavoro inutile. Shevek e Vea giunsero a una teca di vetro nella quale era contenuto il mantello della Regina Teaea, fatto con le pelli conciate di ribelli spellati vivi, che quella donna terribile e spavalda indossava quando andava tra la propria gente flagellata dalla peste a pregare Dio di porre fine alla malattia, quattordici secoli prima. — Mi sembra pergamena — disse Vea, esaminando lo straccio scolorito e macchiato dal tempo esposto nella vetrina. Alzò lo sguardo su Shevek. — Si sente bene?
— Penso che preferirei allontanarmi da questo luogo.
Una volta in giardino, il suo viso riprese colore; ma si guardò alle spalle, in direzione delle mura del palazzo, con odio. — Perché il vostro popolo si tiene stretto alle proprie vergogne? — disse.