La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Alliandre non fece nemmeno una mossa per coprirsi — questo la diceva lunga su quanto la donna fosse abbattuta —, ma si limitò a sollevare le sopracciglia. Tuttavia si era pettinata i lunghi capelli. Se avesse smesso di farlo, Faile avrebbe saputo che aveva raggiunto il fondo. «Ti è successo qualcosa di... strano... appena adesso, mia signora?» chiese, con la voce malferma carica di paura.
«Proprio così» confermò Faile, accucciata sotto l’asta che sorreggeva la cima della tenda. «Non so cosa fosse. Non lo sa neanche Meira. Dubito che qualcuno delle Sapienti lo sappia. Ma non ci ha fatto del male.» Certo che non aveva fatto loro del male. Certo che no. «E non cambia nulla nei nostri piani.» Sbadigliando, slacciò la larga cintura dorata e la lasciò cadere sulle sue coperte, poi afferrò la sua veste esterna per togliersela sfilandola dalla testa.
Alliandre mise la testa fra le mani e cominciò a piangere sommessamente. «Non fuggiremo mai. E io verrò picchiata di nuovo stasera, lo so. Verrò picchiata ogni giorno per il resto della mia vita.» Con un sospiro, Faile lasciò la sua veste esterna dov’era e si inginocchiò per accarezzare i capelli della sua vassalla. Le responsabilità erano molte in entrambi i sensi. «Ho i tuoi stessi timori di tanto in tanto» ammise piano. «Ma rifiuto di lasciare che prendano il sopravvento. Devi farti coraggio, Alliandre. So che sei tenace. So che hai trattato con Masema e hai mantenuto i nervi saldi. Puoi farcela ora, se ci provi.»
Aravine fece capolino dal lembo della tenda. Era una donna semplice e grassoccia; Faile era certa che fosse nobile, anche se lei non lo aveva mai affermato e, malgrado la luce fioca, poteva vedere che era raggiante. Anche lei portava il collare e la cintura di Sevanna. «Mia signora, Alvon e figlio hanno qualcosa per te.»
«Dovrà aspettare qualche minuto» disse Faile. Alliandre aveva smesso di piangere, ma se ne stava semplicemente distesa lì, silenziosa e immobile.
A Faile si mozzò il respiro. Era mai possibile? Pareva una speranza troppo grande.
«Posso farmi forza» disse Alliandre, sollevando la testa per guardare Aravine. «Se quello che ha Alvon è ciò che spero, mi farò forza anche se Sevanna dovesse farmi interrogare.»
Afferrando la sua cintura — essere visti in giro senza cintura e collare significava una punizione quasi altrettanto severa come provare a fuggire — Faile si precipitò fuori dalla tenda. La pioggerella era diminuita fino a un’acquerugiola, ma lei alzò comunque il suo cappuccio. La pioggia era ancora fredda.
Alvon era un uomo corpulento, sovrastato da suo Theril, un ragazzo allampanato. Entrambi indossavano vesti quasi bianche macchiate di fango e fatte di stoffa di tende.
Theril, il figlio maggiore di Alvon, aveva solo quattordici anni, ma gli Shaido non ci avevano creduto per via della sua statura, dato che era alto quanto la maggior parte degli uomini nell’Amadicia. Faile era stata pronta a fidarsi di Alvon fin dall’inizio. Lui e suo figlio erano una sorta di leggenda tra i gai’shain. Erano fuggiti tre volte, e ogni volta gli Shaido avevano impiegato più tempo della precedente per riportarli indietro. E nonostante le punizioni sempre più feroci, il giorno in cui le avevano giurato fedeltà stavano pianificando un quarto tentativo per tornare dal resto della loro famiglia. Nessuno dei due rideva mai, a quanto aveva visto Faile, ma quel giorno un sorriso increspava il volto segnato dalle intemperie di Alvon così come quello magro di Theril.
«Cosa avete per me?» chiese Faile, affrettandosi ad allacciarsi la cintura attorno alla vita. Pensava che il cuore stesse per martellarle fuori dal petto.
«È stato il mio Theril, mia signora» disse Alvon. Era un taglialegna e parlava con un accento rozzo che lo rendeva a malapena comprensibile. «Stava soltanto passando, vedi, e non c’era nessuno in giro, proprio nessuno, perciò si è intrufolato rapido e... mostralo alla signora, Theril.»
Timidamente, Theril frugò dentro la sua ampia manica — le vesti di solito avevano tasche cucite lì dentro — e tirò fuori una liscia verga bianca che sembrava avorio, lunga circa un piede e sottile come il suo polso.
Guardandosi attorno per vedere se qualcuno li stesse osservando — la strada era vuota tranne per loro, almeno per il momento — Faile la prese in tutta fretta e la spinse su per la propria manica per infilarla nella tasca cucita lì. Era profonda appena quanto bastava per impedire che cadesse fuori, ma ora che aveva fra le mani quell’oggetto, non intendeva lasciarselo scappare. Pareva vetro ed era decisamente freddo al tocco, ancora più freddo dell’aria mattutina, forse era un angreal o un ter’angreal. Questo avrebbe spiegato perché Galina lo voleva, anche se non il motivo per cui non l’aveva preso da sé. Con la mano sepolta nella manica, Faile strinse forte la verga. Galina non era più una minaccia. Adesso era la sua salvezza.
«Tu comprendi, Alvon, che Galina potrebbe non essere in grado di portare te e Ilio tiglio con sé quando se ne andrà» gli disse. «Lo ha promesso solo a me e a quelle catturate con me. Ma io ti prometto che troverò un modo per liberare te e tutti quelli che mi hanno giurato fedeltà. E anche tutti gli altri, se posso, ma quelli prima di tutto. Per la Luce e per la mia speranza di salvezza e di rinascita, io lo giuro.» Non aveva idea del come, a meno di non chiamare in aiuto suo padre con un esercito, ma l’avrebbe fatto.
Il taglialegna fece finta di sputare, poi le lanciò un’occhiata e arrossì. Invece deglutì. «Quella Galina non aiuterà nessuno, mia signora. Dice di essere una Aes Sedai e tutto quanto, ma è il giocattolo di quella Therava, se vuoi il mio parere, e quella Therava non la lascerà mai andar via. Comunque, so che se riusciamo a farti fuggire, tu tornerai per noialtri. Hai detto di volere quella verga se qualcuno poteva metterci le mani senza essere visto e Theril l’ha presa per te, tutto qua.»
«Io voglio essere libero,» disse Theril all’improvviso «ma se riusciamo a far fuggire chiunque, allora li abbiamo battuti.» Pareva sorpreso di aver parlato e arrossì ancora di più. Suo padre lo guardò accigliato, poi annuì pensieroso.
«Ben detto,» disse Faile al ragazzo con gentilezza «ma io ho fatto il mio giuramento e intendo onorarlo. Tu e tuo padre...» Si interruppe quando Aravin, che guardava sopra la sua spalla, le appoggiò una mano sul braccio. Il sorriso della donna era stato rimpiazzato dalla paura.
Voltando la testa, Faile vide Rolan in piedi accanto alla sua tenda. Due spanne buone più alto di Perrin, indossava il suo shoufa avvolto attorno al collo con il velo nero che gli pendeva sopra l’ampio petto. La pioggia gli lustrava il volto e appiccicava i suoi corti capelli scuri alla testa in riccioli. Da quanto si trovava lì? Non molto, o Aravine l’avrebbe notato prima. La piccola tenda offriva uno scarso riparo. Alvon e suo figlio avevano le spalle ingobbite, come se stessero pensando di attaccare l’alto Mera’din. Quella era una pessima idea. Non era il caso che dei topi attaccassero un gatto, come avrebbe suggerito Perrin.
«Torna ai tuoi compiti, Alvon» si affrettò a dire lei. «Anche tu, Aravine. Andate, ora.»
Aravin e Alvon ebbero abbastanza buonsenso da non rivolgerle delle riverenze prima di allontanarsi con delle ultime occhiate preoccupale a Rolan, ma Theril sollevò quasi una mano per mettersi le nocche contro la fronte prima di trattenersi. Arrossendo, si precipitò dietro suo padre.
Rolan lasciò il lato della tenda per mettersi di fronte a lei. Stranamente aveva in una mano un mazzolino di fiori selvatici gialli e blu. Faile era più che mai consapevole della verga che stava reggendo in una manica. Dove poteva nasconderla? Una volta che Therava avesse scoperto la sua mancanza, probabilmente avrebbe rivoltato il campo da cima a fondo.