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Le fontane del Paradiso [The Fountains of Paradise - it]

Электронная книга - «Le fontane del Paradiso [The Fountains of Paradise - it]». Краткое содержание книги:

Protagonista del romanzo è l'ingegnere Morgan, creatore del Ponte di Gibilterra. Grazie alla rivoluzionaria tecnologia del cavo cristallino monomolecolare (citato a più riprese anche da William Gibson), per la prima volta diventa tecnicamente possibile costruire un ascensore spaziale, ovvero una torre che connetta la superficie terrestre ad un satellite geostazionario, e che renda obsoleti i razzi vettori. Il romanzo narra gli sforzi e la lotta di Morgan per realizzare il suo sogno, a dispetto di un esercito di oppositori: politici, concorrenti, grandi compagnie, banche, e persino monaci buddisti. Ma il colpo di scena del romanzo è l'arrivo di Stellaplano, una sonda aliena automatica che visita il Sistema Solare sconvolgendo con la sua sola comparsa la vita, la società, la filosofia, l'etica e le religioni terrestri. Dopo la visita di Stellaplano, niente più sul nostro pianeta sarà come prima.
Altra caratteristica notevole di Le fontane del Paradiso, il fatto che la maggior parte della storia si svolga a Sri Lanka. Clarke riesce in questo romanzo ad omaggiare lo straordinario passato della sua patria d'adozione, e nel contempo ad offrirci una panoramica sulle bellezze e sulle meraviglie dell'isola indiana.
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L'illusione durò pochi secondi; poi si spezzò l'equilibrio momentaneo, instabile, tra campi magnetici e nubi elettriche. Ma in quel breve istante Morgan poté davvero credere di risalire un abisso straordinariamente più grande anche di Valles Marineris, il Grand Canyon di Marte. Poi quei picchi scintillanti, alti almeno cento chilometri, divennero trasparenti e dietro apparvero le stelle. Li vide per quello che erano realmente: semplici fantasmi di fluorescenza.

E adesso, come un aereo che uscisse da un banco di nubi basse, il Ragno si arrampicava al di sopra di quello spettacolo. Morgan stava riemergendo da una nebbia di luce che si agitava e ruotava sotto di lui. Molti anni prima aveva compiuto una crociera sui mari tropicali, e ricordava che una notte si era unito agli altri passeggeri della nave a poppa, incantato dalla bellezza e dalla singolarità della scia bioluminescente. Alcuni dei verdi e dei blu che adesso fluttuavano sotto di lui erano identici ai colori prodotti dal plancton che aveva ammirato allora, e non gli era difficile immaginare che anche adesso si trattasse di sottoprodotti di esseri viventi: bestie gigantesche, invisibili, che vivevano negli strati alti dell'atmosfera…

Aveva quasi dimenticato la propria missione, e fu per lui un vero colpo sentirsi richiamare al dovere.

— Com'è la situazione dell'energia elettrica? — chiese Kingsley. — Quella batteria deve durarti solo altri venti minuti.

Morgan guardò il pannello.

— È scesa al novantacinque per cento, ma la mia velocità di salita è aumentata del cinque per cento. Sto andando a duecentodieci chilometri all'ora.

— Più o meno è giusto. Il Ragno risente della gravità inferiore. Al tuo livello è già scesa del dieci per cento.

Troppo poco per accorgersene, in particolare se si era legati a un sedile con diversi chili di tuta spaziale addosso. Eppure Morgan si sentiva leggero. Si chiese se gli arrivava troppo ossigeno.

No, il flusso era normale. Doveva trattarsi del piacere prodotto dal meraviglioso spettacolo che aveva sotto, che però adesso andava scomparendo, si ritirava a nord e a sud, come per riprendere possesso dei poli. E poi c'era anche la soddisfazione di una missione iniziata perfettamente, servendosi di una tecnologia che nessuno aveva sperimentato a quei limiti.

La spiegazione era perfettamente ragionevole, però non lo soddisfaceva. Non bastava a spiegare il suo senso di felicità, addirittura di gioia. Warren Kingsley, subacqueo appassionato, gli aveva raccontato spesso che provava sensazioni del genere nell'ambiente privo di peso del mare. Morgan non lo aveva mai capito sino in fondo, ma adesso intuiva di cosa dovesse trattarsi. Gli sembrava di aver lasciato tutte le preoccupazioni sul pianeta nascosto sotto i sipari e i raggi sempre più deboli dell'aurora boreale.

Le stelle stavano riprendendo il loro posto, non più nascoste da quello strano intruso giunto dai poli. Morgan cominciò a scrutare lo zenit senza troppe speranze, chiedendosi se la Torre fosse già visibile. Ma riusciva a vedere solo pochi metri, ancora illuminati dal debole splendore aurorale, del nastro sottile che il Ragno risaliva speditamente. Quel nastro minuscolo da cui dipendeva la sua vita, e la vita di altre sette persone, era così uniforme e monotono che non lasciava affatto intuire la velocità della capsula. Morgan trovava difficile credere che stava sfrecciando a più di duecento chilometri l'ora. E quel pensiero lo riportò d'improvviso all'infanzia, e lui seppe perché si sentiva così felice.

Si era ripreso in fretta dalla perdita di quel primo aquilone, era passato a modelli più grandi e più complessi. Poi, appena prima di scoprire il Tecnomeccano e di abbandonare per sempre gli aquiloni, aveva condotto qualche esperimento coi paracadute. A Morgan piaceva pensare di aver escogitato l'idea da solo, anche se forse qualche lettura o qualche spettacolo gliel'avevano suggerita. La tecnica era talmente semplice che intere generazioni di ragazzi dovevano averla riscoperta.

Per prima cosa preparava una sottile striscia di legno lunga circa cinque centimetri e vi agganciava due fermagli per carta. Poi faceva passare il filo dell'aquilone tra i fermagli, preparava un paracadute di carta sottile, grande quanto un fazzoletto, con nastri di seta; un quadratino di cartone serviva da contrappeso. Quando aveva attaccato il quadratino alla striscia di legno con un elastico, ma non troppo stretto, il gioco era fatto.

Spinto dal vento, il piccolo paracadute risaliva lungo il filo, arrivando fino all'aquilone lungo quella graziosa catenaria. Poi Morgan dava un colpo deciso e il contrappeso di cartone si sganciava dall'elastico. Il paracadute si allontanava in cielo, mentre l'intelaiatura di legno e filo gli tornava subito in mano, pronta per il lancio successivo.

Con quanta invidia aveva guardato le sue creature di carta che volavano leggere verso il mare! Quasi tutte cadevano sull'acqua prima di aver percorso un solo chilometro, ma a volte un paracadute se ne stava ancora coraggiosamente in alto quando scompariva ai suoi occhi. Gli piaceva immaginare che quei giocattoli fortunati raggiungessero le isole incantate del Pacifico; aveva anche scritto il suo nome e indirizzo sui quadratini di cartone, senza però ricevere mai risposta.

Morgan non poté impedirsi di sorridere a quei ricordi dimenticati da tempo; eppure spiegavano molte cose. I sogni dell'infanzia erano stati sorpassati, di gran lunga, dalla realtà della vita adulta; si era guadagnato il diritto di essere felice.

— Sei quasi a trecentottanta chilometri — disse Kingsley. — Come va l'elettricità?

— Sta cominciando a diminuire. È all'ottantacinque per cento. La batteria si sta scaricando

— Se tiene per altri venti chilometri ha fatto il suo lavoro. Come ti senti?

Morgan fu tentato di rispondere con superlativi, ma la sua cautela naturale lo dissuase. — Sto bene — disse. — Se potessimo assicurare uno spettacolo del genere a tutti i passeggeri, saremmo sommersi dalle folle.

— Forse si può fare — rise Kingsley. — Potremmo chiedere al Controllo Monsoni di inviare qualche elettrone nei punti giusti. Non è il loro lavoro normale, ma con le improvvisazioni se la cavano bene, no?

Morgan ridacchiò, ma non rispose.

I suoi occhi erano puntati sul pannello di controllo, da cui risultava che il flusso d'elettricità e la velocità di salita stavano diminuendo in maniera sensibile. Ma non c'era motivo d'allarmarsi: su 400 chilometri previsti il Ragno ne aveva già divorati 385, e la batteria esterna aveva ancora un po' di carica.

Al trecentonovantanovesimo chilometro Morgan prese a ridure la velocità di salita, finché il Ragno rallentò sempre di più. Dopo un po' la capsula si muoveva appena, e alla fine si fermò poco dopo il quattrocentocinquesimo chilometro.

— Sgancio la batteria — annunciò Morgan. — Attenzione alla testa.

Si era pensato a lungo al modo di recuperare quella batteria pesante e costosa, ma non c'era stato il tempo d'improvvisare un sistema di freni che la riportasse indietro, come una delle intelaiature per paracadute di Morgan.

In effetti un paracadute sarebbe stato disponibile, ma si era temuto che potesse impigliarsi nel nastro. Fortunatamente la zona dell'impatto, dieci chilometri a est del Capolinea Terrestre, si trovava nel fitto della giungla.

Gli animali selvatici di Taprobane avrebbero corso un bel rischio, e Morgan era già pronto a discutere col Dipartimento per l'Ecologia.

Tolse la sicura e poi schiacciò il pulsante che azionava le cariche esplosive. Il Ragno ebbe un veloce scossone alla detonazione. Poi mise in funzione la batteria interna, allentò dolcemente i freni, e diede nuovamente energia ai motori.

La capsula ripartì per l'ultima parte del viaggio. Ma un'occhiata al pannello rivelò a Morgan la presenza di un serio inconveniente. Il Ragno avrebbe dovuto salire a più di duecento chilometri orari; invece andava al di sotto dei cento, anche a pieno regime. Non erano necessari calcoli o prove. La diagnosi di Morgan fu istantanea, e le cifre parlavano da sole. Scosso e deluso, si rimise in contatto con la Terra.

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