Il popolo del vento [The People of the Wind - it]
- Автор: Андерсон Пол Уильям
- Год: 1978
- Язык: итальянский
- Год: Armenia Editore
- Переводчик: Maurizio Nati
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il popolo del vento [The People of the Wind - it]». Краткое содержание книги:
I motivi: l’Impero Terrestre, colonialista ed espansionista, non sopporta la vicinanza del Dominio di Ythri, una federazione di mondi con un sistema sociale molto prossimo all’anarchia. Gli Ythrani, antichissimo popolo di uomini-uccello la cui storia si è già intrecciata in passato con quella umana, non hanno la forza militare necessaria a respingere l’invasione terrestre, e devono arrendersi ben presto. Tutto fa credere che per la civiltà di Ythri sia la fine, ma c’è un mondo, un solo pianeta che è capace di tenere in scacco l’immensa flotta Imperiale. E’ il mondo di Avalon, l’unico nella galassia dove umani e Ythrani convivono in perfetta armonia. La loro civiltà «mista» darà una lezione di storia (e di tattica militare, se è per questo) che difficilmente i pianeti dello spazio potranno dimenticare.
Il trattato fu firmato a Fleurville in un giorno d’inverno avanzato. Il cerimoniale fu ridotto al minimo ed i delegati Ythrani se ne andarono quasi subito. «Non troppo arrabbiati», spiegò poi Ekrem Saracoglu a Luisa Cajal, la quale aveva declinato il suo invito ad assistere. «In genere prendono con molta filosofia le loro sconfitte. Ma non potevamo proprio chiedergli di rimanere fino al termine del nostro rituale». Prese una sigaretta. «Onestamente, ero troppo contento di essere uscito da quell’impiccio».
In realtà lui aveva semplicemente fatto una dichiarazione telestrasmessa, ed in seguito non aveva preso parte ai festeggiamenti. Una società come quella di Esperance era portata a celebrare la fine formale delle ostilità con marce noiose ed ancor più noiosi servizi di ringraziamento.
Questo era successo il giorno prima. Oggi il tempo aveva continuato ad essere favorevole e Luisa aveva accettato nel pomeriggio un invito a cena. Aveva detto che suo padre non si sentiva bene, il che, malgrado lui amasse e rispettasse quell’uomo, non aveva arrecato un grosso dispiacere a Saracoglu.
Passeggiavano nel giardino, insieme, come avevano fatto spesso in precedenza. Intorno a loro i sentieri erano stati ripuliti, e la neve ricopriva le aiuole, i rami ed i cespugli, la sommità del muro, ancora bianca benché già si stesse sciogliendo, qua e là tintinnando e gorgogliando dove si trasformava in acqua. All’esterno non c’erano più fiori, l’aria sapeva solo di umidità ed il cielo era di un uniforme grigio tortora. Il silenzio regnava pressoché assoluto, ed i piedi facevano scricchiolare rumorosamente la ghiaia del giardino.
«Inoltre», aggiunse lui, «è stato un sollievo vedere il portavoce di Avalon e la sua coorte che risalivano a bordo della loro nave. Gli uomini del Servizio Segreto che avevo predisposto alla loro protezione era assolutamente in estasi».
«Davvero?». Lei alzò lo sguardo, e ciò fornì a lui l’occasione di soffermarsi su quegli occhi luminosi, il nasino all’insù, e le labbra aperte come quelle di un bambino curioso. L’unico neo è che parlava seriamente, troppo seriamente, dannazione, per la maggior parte del tempo. «Sapevo che c’erano state delle minacce anonime di morte nei loro confronti. Lei era preoccupato?».
Lui annuì. «Conosco bene i miei amati abitanti di Esperance. Quando Avalon distrusse il loro originale entusiasmo… beh, hai certamente sentito parlare della questione sui "militaristi intransigenti"». Si domandò se il suo berretto di pelliccia nascondesse la sua calvizie o se invece gliela ricordasse meglio. Forse avrebbe dovuto smetterla di preoccuparsi e ricorrere a una parrucca.
Preoccupata, lei chiese: «Riusciranno mai a dimenticare… entrambe le parti?».
«No», rispose lui. «Ma penso che i rancori si placheranno. La Terra e Ythri hanno troppi interessi reciproci per trasformare una contesa di famiglia in un’ostilità sanguinosa. Lo spero».
«Noi siamo stati più generosi di quanto avremmo dovuto essere, non è vero? Come lasciare che si tenessero Avalon. Questo non conterà?».
«Dovrebbe». Saracoglu sorrise con il lato sinistro della bocca, emise l’ultimo sbuffo di fumo acre e gettò via la sigaretta. «Benché ognuno possa vedere i sottintesi politici connessi alla questione. Avalon si è rivelato un boccone impossibile da mandar giù. L’annessione avrebbe significato guai a non finire, mentre un Avalon semplice enclave non dà troppi grattacapi, non quanti ne avrebbe offerti una guerra combattuta per por fine ad essi. Inoltre, con questa concessione, l’Impero ha ottenuto degli obiettivi significativi per quanto riguarda il commercio, obiettivi che in altro modo forse non sarebbe stato possibile raggiungere».
«Lo so», disse lei con un pizzico d’impazienza.
Lui ridacchiò. «Sai anche che a me piace sentirmi parlare».
Luisa si fece meditabonda. «Mi piacerebbe molto visitare Avalon».
«Anche a me. Per il suo interesse sociologico. Mi domando se quel pianeta non anticipi in qualche modo un futuro lontano».
«Come?».
Lui mantenne il suo passo lento e non si dimenticò del braccio della ragazza posato sul suo; ma guardò obliquamente davanti a sé e disse, in tono estremamente serio: «La civiltà birazziale che stanno creando. O che si sta creando da sola, non si può programmare o dirigere una nuova corrente della storia. Mi domando se quella non fosse la fonte della loro resistenza… come una lega, o un materiale bifase, molto più resistente di ciascuna delle parti che lo compongono. Abbiamo una galassia, un cosmo da riempire…».
Povero me, che miscuglio di metafore, inclusa quest’ultima, pensò con sarcasmo. E rise tra sé, mentre all’estero si stringeva nelle spalle, concludendo: «Beh, non credo che sarò presente per assistere agli sviluppi remoti. Non credo nemmeno che riuscirò a vedere le conseguenze ultime di aver lasciato Avalon ad Ythri».
«Quali potrebbero essere?», domandò Luisa. «Lei ha appena detto che era la sola cosa da fare».
«Senza dubbio è così. Ma forse il mio è semplicemente il naturale pessimismo di un uomo il cui pranzo nel Palazzo del Governo è stato tutt’altró che soddisfacente. Però, si può fare qualche ipotesi. Gli Avaloniani, entrambe le razze, arriveranno a sentirsi più Ythrani degli Ythrani stessi. Immagino che le future generazioni del pianeta forniranno al Dominio una quota non indifferente, forse gran parte dei suoi ammiragli. Speriamo che non lo riforniscano anche di tendenze revanchiste. Ed in condizioni di pace Avalon, un mondo unico in una situazione unica, ricaverà il massimo dai suoi commerci… soprattutto i cervelli, che sono la conseguenza più diretta di un tale stato di cose. Gli effetti di tutto ciò sono al di là di ogni previsione».
La stretta sul braccio si intensificò. «Lei mi fa sentire contenta di non essere uno statista».
«Quanto a questo, io sono contento due volte più di te», disse lui, pronunciando con enfasi l’ultima parte della frase. «Su, lasciamo perdere queste lugubri e importanti questioni. Parliamo… per esempio, della tua gita su Avalon. Sono sicuro che si può fare, entro qualche mese».
Lei distolse il volto dal suo. Dopo un minuto di silenzio, si fermarono entrambi. «Che succede?», le chiese, spaventato.
«Sto per partire, Ekrem», rispose Luisa. «Tra poco. E per sempre».
«Cosa?». Resistette all’impulso di afferrarla.
«Mio padre. Ha rassegnato oggi le sue dimissioni».
«Io so che lui… è stato tormentato da accuse ingiuste e maligne. Ti ricordi che ho scritto al Centro dell’Ammiragliato».
«Sì. È stato bello da parte sua». Di nuovo i loro occhi si incontrarono.
«Non ho fatto altro che il mio dovere, Luisa». La paura non lo aveva abbandonato, ma fu contento di vedere che riusciva a parlare con voce ferma ed a conservare quasi il suo miglior sorriso. «L’Impero ha bisogno di uomini in gamba. Nessuno avrebbe potuto prevedere il disastro di Scorpeluna, né fare in seguito più di quanto ha fatto Juan Cajal. Condannarlo, sottoporlo alla corte marziale è frutto di meschino dispetto, ed io ti assicuro che non gli succederà nulla».
«Ma è lui a condannarsi», gemette lei a bassa voce.
A questo non ho nessuna risposta, pensò Saracoglu.
«Torniamo su Nuevo Mexico», aggiunse lei.
«Mi rendo conto», disse lui tanto per dire qualcosa, «che tutto quello che succede deve farlo soffrire molto. Ma devi proprio partire anche tu?».
«Chi gli rimane?».
«Io. Probabilmente, ehm, otterrò una convocazione definitiva per la Terra…».
«Mi dispiace, Ekrem». Le ciglia si abbassarono su quelle guance delicate. «Non andrebbe bene neanche la Terra. Non permetterò che si logori il cuore da solo. A casa, in mezzo alla sua gente, starà meglio». Sorrise, un sorriso non troppo fermo, e scosse il capo. «La nostra gente. Confesso di provare anch’io un po’ di nostalgia. Ci venga a trovare qualche volta».