Le maschere del tempo [The Masks of Time - it]
- Автор: Силверберг Роберт
- Год: 1977
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- Переводчик: Maurizio Gavioli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le maschere del tempo [The Masks of Time - it]». Краткое содержание книги:
Al pueblo ci fu un solo incidente degno di Vornan. La commessa era un’esile bellezza adolescente dai lunghi, morbidi capelli neri e lucidi e dai lineamenti fini che sembravano più da cinese che da indiana; ci aveva incantato tutti, e Vornan sembrava ansioso di aggiungerla alla sua collezione di conquiste. Non so cosa sarebbe successo se avesse chiesto alla ragazza di fornirgli adeguate prestazioni nel suo letto, quella notte. Per fortuna, non arrivò a tanto. Stava adocchiando la ragazza con evidente concupiscenza mentre si aggirava nella stanza; io me ne accorsi, e se ne avvide anche Helen. Quando uscimmo, Vornan si voltò come per tornar dentro ad annunciare il suo desiderio. Helen gli bloccò la strada, più che mai simile ad una strega, con gli occhi sfolgoranti sotto il ciuffo fiammeggiante di capelli rossi.
«No,» disse rabbiosamente. «Non puoi!»
Fu tutto. E Vornan obbedì. Sorrise, si inchinò a Helen e se ne andò. Non me lo sarei mai aspettato.
Il nuovo, docile Vornan era una rivelazione per tutti noi, ma il pubblico in generale preferiva le rivelazioni del Vornan che aveva imparato a conoscere in gennaio e febbraio. Contro ogni verosimiglianza, l’interesse per le azioni e le parole di Vornan diventava più appassionato con il trascorrere delle settimane; quello che avrebbe potuto essere un breve miracolo stava diventando la sensazione del secolo. Un furbo pubblicitario mise insieme in fretta e furia un volumetto su Vornan e l’intitolò La Nuova Rivelazione. Conteneva le trascrizioni di tutte le conferenze stampa e di tutte le apparizioni televisive di Vornan-19 a partire dal suo arrivo per Natale, con uno sbrigativo commento che teneva insieme tutto quanto. Il libro uscì alla metà di marzo, e un’idea della sua importanza si può avere dal fatto che uscì non solo in edizioni su nastro, su cubo e in facsim, ma anche in un testo stampato… un libro, cioè, nel vecchio senso della parola. Un editore californiano lo pubblicò in uno smilzo volumetto in brossura con la copertina rossovivo ed il titolo in incandescenti lettere d’ebano: un’edizione di un milione di copie che andò esaurita in una settimana. Poco dopo, cominciarono a spuntare dappertutto edizioni pirate, stampate clandestinamente, nonostante i frenetici tentativi del proprietario del copyright. Innumerevoli milioni di copie della Nuova Rivelazione inondarono il paese. Ne comprai una anch’io, per ricordo. Vidi Vornan leggerne un’altra copia. Ma l’edizione genuina e le varie fasulle avevano lo stesso schema cromatico nero-su-rosso, così che a prima vista non si distinguevano, e durante le prime settimane di primavera quei volumetti in brossura coprirono la nazione come una strana nevicata rossa.
Il nuovo credo aveva il suo profeta, e adesso aveva anche il suo vangelo. Non riesco a capire quale conforto spirituale si potesse trarre dalla Nuova Rivelazione, perciò credo che il libro fosse più un talismano che una sacra scrittura; non serviva per trarne consigli, ma per portarselo in giro, traendo energia dal contatto delle lucenti copertine strette fra le mani. Quando viaggiavamo con Vornan e si radunava una folla di devoti, quelli sventolavano i libri come i flashcards ad una partita di football tra universitari, creando uno sfondo rosso compatto, chiazzato dalle nere lettere del titolo.
Ci furono le traduzioni. I tedeschi, i polacchi, gli svedesi, i portoghesi, i francesi, i russi, avevano tutti le loro versioni della Nuova Rivelazione. Un incaricato di Kralick le raccoglieva e ce le faceva pervenire dovunque andassimo. Di solito, Kralick le spediva a Kolff, che mostrava uno strano, amaro interesse per ogni nuova edizione. Il libro arrivò in Asia, e ci arrivò in giapponese, in parecchie lingue dell’India, in mandarino e in coreano. Apparve appropriatamente un’edizione in ebraico, la lingua più adatta per un libro sacro. Kolff amava disporre in fila i libretti rossi, cambiando spesso l’ordine. Parlava in tono sognante di farne personalmente una traduzione in sanscrito, o forse in antico persiano; non sono certo che dicesse sul serio.
Dopo l’episodio del suo colloquio con Vornan, Kolff stava scivolando in una sorta di marasma senile. Era stato molto scosso dal giudizio del computer sul campione linguistico di Vornan; l’ambiguità della relazione aveva sgonfiato l’esaltante convinzione di aver udito la voce del futuro e adesso, mortificato e umiliato, era receduto dal primo verdetto entusiastico. Non era più sicuro che Vornan fosse autentico, o che lui stesso avesse veramente udito spettri di parole nel liquido flusso del suo chiacchierio. Kolff aveva perduto fiducia nel proprio giudizio, nella propria competenza, e ormai lo vedevamo sgretolarsi. Quel grosso Falstaff era almeno parzialmente un impostore, come avevamo scoperto durante i nostri viaggi; sebbene fosse straordinariamente dotato e coltissimo, sapeva che la sua reputazione da decenni ormai era immeritata, e all’improvviso si era trovato smascherato. Preso da pietà per lui, chiesi a Vornan di concedergli un secondo colloquio e di ripetere ciò che gli aveva recitato la prima volta. Vornan non volle saperne.
«È inutile,» disse; e non si lasciò smuovere.
Un Kolff avvilito non sembrava più neanche Kolff. Mangiava poco, parlava meno, ed al principio di aprile era dimagrito al punto di diventare irriconoscibile. I vestiti e persino la pelle gli pendevano di dosso. Veniva con noi da un luogo all’altro, ma si muoveva alla cieca, quasi ignaro di ciò che accadeva intorno a lui. Kralick, preoccupato, avrebbe voluto sollevarlo dall’incarico e rimandarlo a casa. Discusse la cosa con gli altri del nostro gruppo, ma l’opinione di Helen fu decisiva. «Ne morirebbe,» disse. «Penserebbe di essere stato liquidato per incapacità.»
«È malato,» disse Kralick. «Questi viaggi…»
«Hanno una funzione utile.»
«Ma lui non è più utile,» osservò Kralick. «Da settimane non ha più dato il minimo contributo. Se ne sta lì seduto a giocare con le copie del libro. Helen, non posso assumermi questa responsabilità. Il suo posto sarebbe in un ospedale.»
«Il suo posto è qui con noi.»
«Anche se questo lo uccide?»
«Anche se questo lo uccide,» disse vigorosamente Helen. «Meglio morire in sella che doversene andare convinto di essere un vecchio sciocco.»
Kralick gliela diede vinta, ma noi eravamo impauriti, perché vedevamo la cancrena interiore diffondersi nel vecchio Lloyd, giorno per giorno. Ogni mattina, mi aspettavo di sentirmi annunciare che era morto nel sonno; ma ogni mattina lui era lì, scarno, grigiastro in volto, con il naso ormai sporgente come una piramide dal volto rattrappito. Andammo nel Michigan, perché Vornan potesse vedere il progetto di sintesi della vita di Aster; e mentre camminavamo per le corsie di quello strano laboratorio, Kolff si trascinava dietro di noi, come un delegato dei morti venuto ad assistere alla nascita della vita artificiale.
Aster disse: «Questo è stato uno dei nostri primi successi, se lo si può chiamare così. Non siamo mai riusciti a capire in quale phylum andava inserito, ma non c’è dubbio che è vivo e che si riproduce perfettamente, e quindi in tal senso almeno l’esperimento è andato bene.»
Guardammo in un’immensa vasca in cui cresceva una quantità di piante acquatiche. Tra le fronde verdi nuotavano sottili creature celesti, lunghe da quindici a venti centimetri; non avevano occhi, si muovevano per mezzo di ondeggiamenti di una pinna dorsale lunga quando loro, ed erano coronate da bocche spalancate e orlate da tentacoli agili e traslucidi. Nella vasca ce n’era almeno un centinaio. Alcuni sembravano in base di geminazione: rappresentanti più piccoli della specie spuntavano dai loro fianchi.