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La Luna è una severa maestra [The Moon is a Harsh Mistress - it]

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La Luna è una severa maestra [The Moon is a Harsh Mistress - it]
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Ora, credetemi, nell’America del Nord o in Europa non sarebbe successo niente: ho visto questo e anche peggio. Ma naturalmente Tish era rimasta sorpresa, forse spaventata. Si era messa a gridare.

Un nugolo di ragazzi si era gettato sul turista malmenandolo. Poi avevano deciso che doveva pagare per il delitto commesso… ma regolarmente. E si erano messi in cerca del giudice.

Molto più probabilmente erano indecisi. Forse non avevano mai avuto a che fare con un’eliminazione. Però, la loro ragazza era stata insultata e si doveva fare qualcosa.

Li interrogai tutti, Tish specialmente, fino a che mi convinsi di avere le idee chiare. Allora cominciai: — Tiriamo le somme. Qui abbiamo uno straniero che non conosce le nostre abitudini. Ha offeso e perciò è colpevole. Ma gli è mancata l’intenzione di offendere, per quanto posso capire io. Che ne pensa la giuria? Ehi, voi… sveglia! Che cosa avete da dire?

Uno della giuria alzò gli occhi e bofonchiò: — Eliminazione!

— Bene. E voi?

— Ecco… — il secondo era esitante. — Credo che sia sufficiente dargli una lezione in modo che impari per la prossima volta. Non possiamo permettere che i turisti mettano le mani sulle donne. La Luna diventerebbe un posto orribile come la Terra.

— Molto sensato — dissi. — E gli altri?

Solo uno dei giurati era favorevole all’eliminazione. Gli altri proponevano altre pene, dalle frustate a una multa altissima.

— Che cosa ne pensi, Slim?

— Insomma… — Era molto preoccupato, davanti alla sua banda e davanti alla ragazza che forse era la sua amica. Ma si era calmato, ormai, e non voleva più l’eliminazione. — Credo che abbia capito il suo errore. E se si mettesse in ginocchio e baciasse il pavimento davanti ai piedi di Tish, dichiarando che gli dispiace?

— Siete disposto a farlo, signore?

— Se questa è la vostra decisione, sì, vostro onore.

— No. Ecco il mio verdetto. Innanzi tutto, quel membro della giuria… voi! Vi multo per l’ammontare del compenso dovutovi perché vi siete addormentato durante l’udienza. Ragazzi, prendetelo, toglietegli i cinque dollari e buttatelo fuori di qui.

Eseguirono, con entusiasmo. Li compensò in parte per la grande emozione che si ripromettevano ma per cui non avevano il fegato sufficiente. — Signor LaJoie, siete condannato a pagare la multa di cinquanta dollari di Hong Kong per non aver avuto il buon senso di imparare i costumi locali, prima di mettere fuori il naso. Avanti.

Riscossi la multa. — E ora, voi ragazzi, mettetevi in fila. Vi condanno a pagare una multa di cinque dollari ciascuno per non aver trattato con i modi dovuti una persona che sapevate straniera e ignara dei nostri costumi. Impedirgli di mettere le mani addosso a Tish era giusto, malmenarlo un po’, anche questo era giusto, per fargli imparare più in fretta. Ma pensare di eliminarlo per aver commesso un errore scusabile… ebbene, è sproporzionato. Cinque dollari a testa. Avanti.

Slim deglutì. — Giudice… non penso che abbiamo ancora tutti quei soldi! Per lo meno, io non ne ho più.

— Lo credo anch’io. Vi do tempo una settimana per pagare, altrimenti faccio esporre i vostri nomi nell’albo della Vecchia Cattedrale. Sapete dove si trova il Salone di Bellezza Bon Ton, presso la porta stagna numero tredici? È di proprietà di mia moglie, verserete il debito a lei. La Corte si ritira. Slim, non andartene e nemmeno tu, Tish. Signor LaJoie, offriamo da bere a questi ragazzi e impariamo a conoscerci meglio.

Ancora una volta i suoi occhi espressero quello strano senso di compiacimento che mi ricordava molto il Professore. — Una magnifica idea, giudice.

— Non sono più giudice. Per andare al bar dobbiamo salire due piani, suggerisco che offriate il braccio a Tish.

Si inchinò e disse: — Mia signora, permettete? — e le porse il braccio.

Tish si comportò immediatamente da ragazza sensata. — Spasebo, Gospodin — disse. — Sono molto lieta, signore.

Li guidai in un locale di lusso, dove i loro abiti sportivi apparivano fuori luogo, ma cercai di metterli a loro agio, e Stuart LaJoie fece ancora meglio di me e con successo. Si fece dare i loro nomi e indirizzi e li annotai anch’io, dato che Wyoh teneva una lista di tutti i ragazzi reclutabili. Quando ebbero finito di bere, i due giovani si alzarono, ringraziarono e se ne andarono. LaJoie e io rimanemmo.

— Signore — disse il Terrestre — avete usato prima una strana parola, di cui non ho capito il significato.

— Dammi pure del tu e chiamami Mannie, come si usa sulla Luna, ora che i ragazzi se ne sono andati. Che parola?

— Quando avete… quando hai insistito perché anche la ragazza, Tish… pagasse la sua parte.

— Ah, Transtaafl. Vuol dire: Non si può mangiare al ristorante e non pagare il conto. Ed è proprio così — aggiunsi indicando l’insegna Pranzi gratuiti che campeggiava su una parete del locale — altrimenti questi rinfreschi ci costerebbero la metà. Volevo ricordarle che tutto quello che si ottiene gratis, prima o poi viene a costare il doppio, oppure non vale niente.

— Una filosofia interessante.

— Non è filosofia, sono fatti. In un modo o in un altro, bisogna pagare per quello che si riceve. — Agitai l’aria con una mano. — Sono stato sulla Terra e ho udito l’espressione gratis come l’aria. Quest’aria non è gratis, si paga ogni respiro che facciamo.

— Davvero? Nessuno mi ha chiesto di pagare l’aria che respiravo. — Sorrise. — Forse ho ancora qualche debito e dovrò fermarmi sulla Luna per pagarlo.

— Stai attento che non ti succeda di dover rimanere contro la tua volontà. Sei stato a un pelo dall’andare a respirare il vuoto, stasera. Nessuno ti ha chiesto di pagare l’aria, perché era compresa nel conto. Per i turisti fa parte del prezzo del biglietto di andata e ritorno, per me è una fattura ogni quattro mesi. — Volevo spiegargli che la mia famiglia compra e vende aria alla cooperativa del quartiere, ma pensai che fosse troppo complicato e lasciai perdere. — Comunque, paghiamo tutti e due.

LaJoie sembrò sempre più divertito. — Sì, capisco la necessità economica, ma è una novità per me. Dimmi, ehm, Mannie, io mi chiamo Stu, ho corso davvero il pericolo di respirare il vuoto?

— Avrei dovuto condannarti a una multa più alta.

— Come?

— Vedo che non sei convinto. Ho fatto pagare ai ragazzi tutto quello che avevano e li ho anche multati per farli riflettere. Non potevo chiederti di più. Però avrei dovuto farlo, visto che pensi ancora che si sia trattato di una sciocchezza.

— Credimi, non penso che fosse una sciocchezza. Solo che trovo qualche difficoltà nell’ammettere che le vostre leggi permettano che un uomo sia messo a morte con tanta disinvoltura e per una colpa così banale.

Sospirai. Da che parte si comincia a spiegare a un uomo che dimostra con tanta evidenza di non capire niente dell’argomento ed è talmente carico di pregiudizi da non riuscire a vedere la realtà?

— Stu — dissi — vediamo i problemi uno alla volta. Primo, non esistono leggi, e quindi non saresti stato messo a morte in base a esse. Il reato che hai commesso non era banale, nel mio giudizio ho semplicemente tenuto conto della tua ignoranza. E non è stata una procedura fatta con disinvoltura, altrimenti i ragazzi ti avrebbero trascinato alla prima porta stagna e ti avrebbero scaraventato fuori, a pressione zero, poi avrebbero richiuso la porta. Invece i ragazzi, bravi ragazzi!, sono stati molto formali e hanno tirato fuori di tasca i quattrini per farti subire il processo. E non hanno sollevato la minima obiezione quando il verdetto è stato molto lontano da quello che loro volevano. C’è ancora qualche cosa di poco chiaro?

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