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L'ultima fase [Blood Music - it]

Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:

Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?

Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
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La cosa più bislacca che avesse mai fatto (a parte il matrimonio) era stato di radersi la sommità del cranio per accelerare il momento in cui sarebbe andato del tutto in piazza. Detestava le vie di mezzo. Ruth s’era messa a piangere dopo averlo visto. Questo comunque era successo due mesi prima, e adesso i radi capelli gli erano ricresciuti, meno estetici e più disordinati che mai.

John Olafsen era stato contento di vivere quando la vita era ancora qualcosa di comprensibile. Aveva mantenuto decentemente Ruth e il piccolo Loren, di sette anni, ben vestiti e ben nutriti. La casa apparteneva alla sua famiglia da novant’anni, anche se li dimostrava tutti. E loro non avevano avuto molte pretese.

Abbassò lo scalcinato binocolo nero e si asciugò la fatica e il sudore dagli occhi col suo fazzolettone rosso. Poi continuò a guardare nelle lenti. Stava osservando il complesso dei Lawrence Livermore National Laboratory, ed i Sandia Laboratory dall’altra parte della strada. L’odore d’erba secca e di polvere gli saturava il naso, mettendogli una gran voglia d’alzarsi, prendere su le sue cose e andarsene… ma dove? Stare lì era esattamente lo stesso che andarsene altrove, perché non aveva più nessun posto in cui andare. Erano le cinque e mezzo, e stava scendendo il crepuscolo. — Sventola il fazzoletto, Jerry — ringhiò fra sé. — Muoviti, figlio di puttana.

Jerry era il suo fratello gemello, cinque minuti più giovane e cinque volte più irrequieto di lui. Jerry aveva evitato per un pelo quelle dannate cose che s’erano sparse per la Salinas ValIey. Come fosse riuscito a squagliarsela da laggiù era ancora un mistero per loro; probabilmente era troppo pieno di DDT e di EDB e degli altri veleni che gli facevano maneggiare sul lavoro. A suo dire, lui non provava alcun interesse per quella cosa, qualunque cosa fosse, che s’era mangiata tutto quanto, anche la cittadina di Livermore.

E Ruth, e Loren.

Jerry era giù fra i grossi e squadrati edifici più moderni, e i bungalow e le vecchie costruzioni minori, per esaminare la montagnola alta una decina di metri che ora sorgeva sul terreno degli LLNL dove una volta c’era stato un cortile vuoto. Aveva un altro fazzolettone rosso legato a un bastone. Né l’uno né l’altro dei gemelli usciva mai senza uno di quei fazzoletti attorno al collo. Ogni Natale se ne regalavano uno a vicenda, in un pacchetto rosso ornato di nastri anch’essi rossi.

— Fai il segnale! — grugnì John. Giusto allora il binocolo gli mostrò un oggetto rosso: il fazzolettone compì un giro a destra, uno a sinistra e poi altri tre a destra in rapida successione. Questo significava che John avrebbe dovuto scendere e vedere da vicino quel che c’era da vedere. Niente di pericoloso… almeno, a parere di Jerry.

Tirò in piedi i suoi cento chili di ossa e muscoli e si spazzolò le ginocchia dei malridotti Levis neri. A oriente il cielo s’era scurito. Passandosi una mano sulla barba rossiccia l’uomo uscì dal canaletto di drenaggio, quindi oltrepassò una rete metallica, strisciò attraverso il filo spinato e superò un terzo reticolato in cui non passava più la corrente elettrica.

Scese di corsa per un pendio erboso, saltò un altro canaletto e sul sentiero si fermò qualche istante. Si accese una sigaretta e spezzò il fiammifero gettandolo nella polvere. Quindici o venti auto erano ancora parcheggiate sullo spiazzo di cemento, di fronte alle complesse tubature di un edificio dove un tempo s’erano fatti esperimenti sulla fusione nucleare. Sull’adiacente spazio sterrato sorgeva un monticello emisferico, largo una ventina di metri, che aveva l’aria di ricoprire qualcosa. Jerry era salito su di esso. Da qualche parte aveva trovato un piccone e ora stava saggiando il terriccio col manico, il volto privo di barba contratto in un sogghigno.

— Nessun vagabondo in vista — esclamò, mentre John s’inerpicava verso di lui. Quello era il nome con cui si riferivano alle strane cose che avevano visto vagare per Livermore. Era parso loro adatto, dal momento che quelle cose si muovevano in continuazione e non ne avevano mai vista una starsene ferma.

— Adesso fammi ridere — disse John. — Che stai combinando qui?

— Mi scavo la strada per la Cina. — Jerry batté ancora sul terreno. — Tu non sei curioso?

— Ci sono curiosi e curiosi — borbottò John. — Che succede se qui sotto c’è roba sepolta da quella gente dei laboratori… dico roba dell’esercito, o magari un esperimento sfuggito al loro controllo?

— L’esperimento è già sfuggito da un pezzo al loro controllo. Te l’ho detto.

— Però non credo che quella roba sia uscita da qui.

— Merda! — Jerry girò il piccone e saggiò il terriccio, pieno di crepe e di cespuglii d’erba secca. — Perché no? E da dove diavolo è venuta fuori, allora?

— Di laboratori ce n’è dappertutto.

— Sicuro. E magari è venuta dallo spazio.

John scosse le spalle. Era probabile che non l’avrebbero saputo mai. — Se hai voglia di scavare, scava.

Jerry sollevò il piccone e con un movimento esperto lo abbatté. La punta oltrepassò lo strato di terreno come un guscio d’uovo e urtò contro qualcosa di solido, con un colpo che gli fece quasi sfuggire il manico dalle dita. — Vuoto — grugnì, scalzando via l’attrezzo. Si chinò a esaminare la buchetta. — Non ci vedo. — Si rialzò e sollevò ancora il piccone.

— Aspetta. — John si leccò nervosamente le labbra. — Non colpire così. Faccio io.

— Non sappiamo un accidente di quello che c’è qui sotto — disse Jerry, tenendo il piccone lontano dalla larga mano protesa del fratello.

John annuì con riluttanza e si ficcò la mano in tasca. Controllò l’altezza del sole e scosse il capo. — Non c’è niente che possiamo fare contro di loro — brontolò. — Siamo soli.

Jerry sferrò tre colpi in rapida successione, e d’un tratto si aperse un foro largo un braccio. I due fratelli balzarono indietro, poi si allontanarono di qualche passo per maggior sicurezza. Il resto del monticello sembrava però solido. Jerry si accovacciò a quattro zampe e avanzò fino al bordo del foro. — Non ci vedo, qui dentro — disse. — Vai a prendere la torcia elettrica.

Quando John tornò con la grossa lampada a prova d’acqua che aveva lasciato sul furgone era già quasi buio. Jerry era seduto sul bordo della buca e fumava, scuotendovi dentro la cenere della sigaretta. — Ho portato anche una fune — disse John, gettando il rotolo di corda accanto al fratello.

— Hai dato un’occhiata a quello che succede in città? — chiese Jerry.

— Da quel che ho visto è sempre uguale a prima, più o meno.

— Credi che domani non ci resterà niente?

John fece spallucce. — Ci resterà quello in cui si sta trasformando, suppongo.

— Va bene. Là è già buio e la notte non fa differenza. Tu reggi la corda, io vado giù con la lampada e…

— Nossignore — sbottò John. — Io qui al buio non ci resto.

— Allora scendi tu.

John ci pensò sopra. — Diavolo, no. Possiamo legare la corda a una macchina e andar giù tutti e due.

— Benone — annuì Jerry. Scese con la corda fino alla più vicina delle auto, la annodò a un paraurti e risalì svolgendola dietro di sé. Quando fu in cima al monticello ne restavano ancora una dozzina di metri. — Prima io — disse.

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