La soglia [The Beginning Place - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Год: 1981
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0632-8
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La soglia [The Beginning Place - it]». Краткое содержание книги:
In una notte illune del 1982 il cielo del Nuovo Messico viene vivacemente illuminato da un’improvvisa esplosione: una stella lucente fiorita in un lampo biancazzurro che si muove da nordest verso sudovest, sopra la valle del Rio Grande ed i polverosi piccoli puebli, va a spegnersi dopo l’ultima accecante vampata nei pressi di Albuquerque.Ma soltanto tre esseri umani scopriranno che la stella cadente apparsa in cielo è in realtà un disco volante precipitato sulla Terra per un’avaria ai motori, soltanto Charley Estancia, il giovane messicano del pueblo di San Miguel dalla sveglia intelligenza, Kathryn Mason, la vedova melanconica e solitaria di Albuquerque, e Tom Falkner, colonnello delle forze aereeamericane, vedranno con i loro occhi gli alieni venuti dalle stelle, gli osservatori extraterrestri che studiano e controllano lo sviluppo della civiltà umana. Soltanto loro sapranno del pericolo che corre la Terra e potranno impedire lo scoppio di un conflitto galattico. Una storia umana e affascinante che solo un maestro come Silverberg poteva.
Erano di fronte a una parete di roccia, intorno alla quale la pista passava all’esterno, restringendosi. Hugh percorse quei pochi passi, e svoltando l’angolo vide la curva interna della parete di roccia, sovrastata da cespugli quasi privi di fogliame. Nella roccia c’era l’imboccatura di una grotta. Era quello, naturalmente: quello era il luogo. Restò a guardarla, senza paura e senza emozione. Era lì. Finalmente. Di nuovo. Aveva continuato a venire lì tutta la sua vita, e non aveva mai desistito all’inizio.
Gli restava solo da percorrere quei pochi passi, giù fino allo spiazzo pietroso e pianeggiante davanti alla grotta, ed entrare. Nella grotta era buio. Non il crepuscolo: la tenebra. Dall’inizio del tempo fino alla fine.
Si mosse.
Lei lo precedette, correndo, spingendosi avanti sullo stretto sentiero, e scese e attraversò lo spiazzo pianeggiante, verso l’imboccatura della grotta, ma non entrò. Si chinò e raccattò una pietra e la scagliò entro l’imboccatura buia, urlando con voce esile come quella di un uccello: — E va bene, vieni fuori! Vieni fuori! Vieni fuori!
— Stai indietro — disse Hugh, raggiungendola in tre passi. Stringendo il fodero con la mano sinistra sguainò la spada con la destra, perché non c’era altro da fare. L’alito freddo uscì sospirando dalla grotta, e dalla tenebra fredda, risvegliata, venne la voce enorme, l’ululato avido. E la faccia che non era una faccia, priva d’occhi, si sporgeva, bianca e cieca, si calava brancolando verso di lui. Stringendo l’elsa della spada con entrambe le mani, Hugh spinse la lama verso l’alto, nel bianco ventre grinzoso, e l’abbassò con tutte le sue forze. Il singulto sibilante divenne un urlo. In un fiotto di sangue pallido e d’intestini lucenti, l’essere s’impennò contorcendosi, strappandogli la spada dalle mani, e poi gli crollò addosso, schiacciandolo mentre cercava, troppo tardi, di buttarsi a lato per evitarlo.
8.
Si muoveva ancora. Il sussulto delle braccia (piccole, come le zampe anteriori di una lucertola, contro la massa del corpo, ma modellate come braccia e mani umane) era ritmico, un riflesso senza scopo. Braccia umane, braccia di donna, e quelle erano mammelle, appuntite come le mammelle d’una scrofa, tra le braccia e più in basso, sul ventre, dove, mentre le convulsioni pulsanti del corpo continuavano, la ferita appariva e riappariva e riappariva ancora, e l’elsa della spada sporgeva dalla piaga. Irena, sulle mani e sulle ginocchia, si acquattò ancora di più e vomitò sulle rocce e sulla polvere. Quando fu in grado di farlo, cominciò a trascinarsi via strisciando, per allontanarsi dall’essere morente e dal lezzo del ventre squarciato. Ma Hugh giaceva sotto quella cosa, e come poteva lasciarlo là? Ma anche lui era morto o moribondo, e lei aveva paura, non poteva far nulla. Non riusciva neppure a tenersi in piedi. Continuava a tremare e a emettere un suono bizzarro come «Ao, ao». Quando si fu trascinata vicino alle braccia sussultanti, così vicino da vedere le viscere che scivolavano all’interno della ferita, e Hugh riverso sul dorso, inchiodato sotto l’enorme zampa grinzosa e il corpo, non riuscì neppure ad afferrarlo. Non poteva trascinarlo fuori. Doveva smuovere il drago, cercare di spingerlo via. Quando appoggiò le mani contro il fianco corrugato, lanciò un urlo.
Era freddo, un freddo di morte. Era inerte e rigido e le convulsioni lo scuotevano automaticamente. Lei spinse, a testa bassa e ad occhi chiusi, piangendo. Il drago si mosse un poco, ondeggiò sotto la sua spinta, rotolò lentamente sul dorso, liberando il corpo di Hugh che giaceva in un viscidume di muco e di sangue. I sottili avambracci bianchi adesso erano levati in aria. I loro sussulti, più fiochi e più rapidi, lei li scorgeva solo con la coda dell’occhio mentre si acquattava vicino a Hugh. Lui giaceva sul dorso, con le due gambe piegate da una parte, la faccia cancellata da una maschera di sangue. Cercò di ripulirgli il volto con le mani, di liberargli le narici e la bocca, perché lui respirava, un respiro ansimante e superficiale, a intervalli; ma Hugh giaceva immobile e il suo volto era freddo. Il drago gli era caduto addosso e gli era rimasto addosso troppo e aveva agghiacciato e soffocato la sua vita. Era schiantato. Se fosse riuscita a tirarlo fuori da quell’orrore, il sangue e gli intestini scoppiati e la bianca mole sussultante che lei non voleva guardare, se fosse riuscita a trascinarlo altrove e a pulirlo e ad accendere un fuoco e a scaldarlo, a scaldarsi tutti e due! Ma non poteva muoverlo. Se lui aveva la schiena lesionata, avrebbe rischiato di ucciderlo, tentando di spostarlo. Non osava neppure muovergli le gambe, per timore che fossero fratturate.
— Cosa devo fare? — chiese piagnucolando, a voce alta, e si sentì la lingua arida e gonfia. Aveva avuto sete per molto tempo, per molte miglia prima che arrivassero alla grotta, per molte ore, mentre Hugh procedeva con quell’andatura costante e implacabile, senza fermarsi mai, spronato o attratto, e lei non poteva far altro che restare con lui perché sapeva che nessuno di loro ce l’avrebbe mai fatta a uscire da quel paese, da solo. E la strada aveva continuato a salire, e non avevano più incontrato ruscelli, ed erano arrivati alla grotta. Ma si sentiva la bocca come gesso arido, e doveva esserci acqua da qualche parte. Si accoccolò sui calcagni, guardando con gli occhi offuscati lo spiazzo pietroso davanti allo squarcio buio della caverna, i pendii nudi e le pareti a picco che la sovrastavano, le cime degli alberi e le creste aldilà della gola. Non voleva guardare la cosa bianca, ma il tremito degli avambracci era sempre all’orlo della sua visuale; era quasi cessato, un brivido ricorrente. Lei cercò di pulirsi le mani sulle pietre, perché erano viscose e incrostate dal putridume e dal fango. Sentì il respiro mozzarsi nella gola di Hugh. Lui mosse le mani e tossì, un piccolo suono fragile, come un bambino. Le labbra si mossero, e poco dopo aprì gli occhi. In un primo momento erano opachi, ma quando lei gli si rannicchiò accanto e disse il suo nome, la guardò, e Irena vide gli occhi azzurri, l’anima viva.
— Puoi muoverti, Hugh? Puoi metterti seduto?
Il respiro gli sibilava nel petto.
— Sfiatato — disse, con un filo di voce.
— Bene. C’eri finito sotto. Se ce la fai a muoverti, potremo allontanarci un po’. Io non riesco a muoverti.
— Grasso — disse lui. — Aspetta.
Chiuse gli occhi, e poco dopo li riaprì, strinse le labbra, e si puntellò sui gomiti, con la testa reclinata sul petto. — Coraggio — disse, a lei o a se stesso. — Così — gli disse lei, tenendogli la spalla, — così. — Lui si sollevò sulle ginocchia con un sobbalzo. Poi rimase un po’ in quella posizione. Sembrava non avere coscienza del luogo in cui si trovava, non vedeva la cosa morta che rabbrividiva accanto a lui; adesso non poteva andare oltre il proprio corpo. Quando cercò di alzarsi in piedi, Irena poté aiutarlo, infilandogli la spalla sotto il braccio, come una gruccia. Lui era molto pesante, barcollava, e non vedeva. Lo guidò, a passo lento e vacillante, intorno al corpo del drago, attraverso lo spiazzo, fra gli alberi radi che crescevano accanto alla parete della caverna. La pista continuava. Quasi subito svoltò bruscamente a sinistra e verso il basso, scendendo così ripida che Hugh non riuscì a reggersi in piedi. Almeno s’erano allontanati dalla grotta. Irena intendeva farlo mettere seduto o sdraiato lì, sul sentiero, mentre andava in cerca di acqua, quando sentì il suono dell’acqua corrente; e pensò che aveva sempre sentito quel mormorio, mentre erano sullo spiazzo pietroso davanti alla grotta. Condusse Hugh, che trascinava i piedi, intorno alla svolta del sentiero. La pista scendeva tra le alte felci. Più sopra, l’acqua scorreva in una pellicola trasparente sui macigni, l’attraversava, e spariva tra le felci e il muschio, giù per il fianco della montagna. — Qui — disse lei. Appena ebbe smesso di sorreggerlo, Hugh si lasciò cadere di nuovo in ginocchio, poi carponi. — Sdraiati — gli disse, e lui si lasciò scivolare sul fianco tra le felci.