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Sessanta racconti

Электронная книга - «Sessanta racconti». Краткое содержание книги:

Premio Strega 1958
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Donne e anche omaccioni già tracotanti, tornavano intanto dalle chiese, imprecando, delusi e scoraggiati. I confessori più in gamba erano spariti – si riferiva – probabilmente accaparrati dalle maggiori autorità e dagli industriali potenti. Stranissimo, ma i quattrini conservavano meravigliosamente un certo loro prestigio benché si fosse alla fine del mondo; chissà, forse, si considerava che mancassero ancora dei minuti, delle ore; qualche giornata magari. In quanto ai confessori rimasti disponibili, si era formata nelle chiese una tale spaventosa calca, che non c'era neppure da pensarci. Si parlava di gravi incidenti accaduti appunto per l'eccessivo affollamento; o di lestofanti travestiti da sacerdoti che si offrivano di raccogliere confessioni anche a domicilio, chiedendo prezzi favolosi. Per contro giovani coppie si appartavano precipitosamente senza più ombra di ritegno, distendendosi sui prati dei giardini, per fare ancora una volta l'amore. La mano intanto si era fatta di colore terreo, benché il sole splendesse, e faceva quindi più paura. Cominciò a circolare la voce che la catastrofe fosse imminente; alcuni garantivano che non si sarebbe giunti a mezzogiorno.

In quel mentre nella elegante loggetta di un palazzo, poco più alta del piano stradale (vi si accedeva per due rampe di scale a ventaglio), fu visto un giovane prete. La testa tra le spalle, camminava frettolosamente quasi avesse paura di andarsene. Era strano un prete a quell'ora, in quella casa sontuosa popolata di cortigiane. " Un prete! un prete! " si sentì gridare da qualche parte. Fulmineamente la gente riuscì a bloccarlo prima che potesse fuggire. " Confessaci, confessaci! " gli gridavano. Impallidì, fu tratto a una specie di piccola e graziosa edicola che sporgeva dalla loggetta a guisa di pulpito coperto; pareva fatta apposta. A decine uomini e donne formarono subito grappolo, tumultuando, irrompendo dal basso, arrampicandosi su per le sporgenze ornamentali, aggrappandosi alle colonnine e al bordo della balaustra; non era del resto una grande altezza.

Il prete cominciò a raccogliere confessioni. Rapidissimo, ascoltava le affannose confidenze degli ignoti (che ormai non si preoccupavano se gli altri potevano udire). Prima che avessero finito, tracciava con la destra un breve segno di croce, assolveva, passava immediatamente al peccatore successivo. Ma quanti ce n'erano. Il prete si guardava intorno smarrito, misurando la crescente marea di peccati da cancellare. Con grandi sforzi anche la Luisa e Pietro si fecero sotto, guadagnarono il loro turno, riuscirono a farsi ascoltare. " Non vado mai a messa, dico bugie… " gridava a precipizio la giovanetta per paura di non fare in tempo, in una frenesia di umiliazione " e poi tutti i peccati che lei vuole… li metta pure tutti… E non è per paura che son qui, mi creda, è proprio soltanto per desiderio di essere vicina a Dio, le giuro che… " ed era convinta di essere sincera. " Ego te absolvo… " mormorò il prete e passò ad ascoltare Pietro.

Ma un'ansia indicibile cresceva negli uomini. Uno chiese: " Quanto tempo c'è al giudizio universale? ". Un altro, bene informato, guardò l'orologio. " Dieci minuti " rispose autorevolmente. Lo udì il prete che di colpo tentò di ritirarsi. Ma, insaziabile, la gente lo tenne. Egli pareva febbricitante, era chiaro che il fiotto delle confessioni non gli arrivava più che come un confuso mormorio privo di senso; faceva segni di croce uno dopo l'altro, ripeteva " Ego te absolvo… " così, macchinalmente.

" Otto minuti! " avvertì una voce d'uomo dalla folla. Il prete letteralmente tremava, i suoi piedi battevano sul marmo come quando i bambini fanno i capricci. " E io? e io? " cominciò a supplicare, disperato. Lo defraudavano della salvezza dell'anima, quei maledetti; il demonio se li prendesse quanti erano. Ma come liberarsi? come provvedere a se stesso? Stava proprio per piangere. " E io? e io? " chiedeva ai mille postulanti, voraci di Paradiso. Nessuno però gli badava.

16. QUALCHE UTILE INDICAZIONE A DUE AUTENTICI GENTILUOMINI

(di cui uno deceduto per morte violenta)

Un uomo sui 35 anni, di nome Stefano Consonni, vestito con una certa ricercatezza e con un pacchettino bianco nella mano sinistra, passando alle dieci di sera, addì 16 gennaio, per la via Fiorenzuola, a quell'ora deserta, udì intorno a sé improvvisamente come un sonoro ronzio di mosconi che sussurrassero. Mosconi di pieno inverno e con quel freddo? Ne rimase stupito e fece così con la mano, per scacciarli. Ma il ronzio si faceva sempre più sussurro, e a un certo punto gli parve di sentire delle parole, sottili, sottili, come succede alle volte dalla cornetta del telefono abbandonata sul tavolo durante la conversazione, quando l'altro continua a parlare. Si guardò intorno, a onor del vero con un certo batticuore; la via era proprio deserta: da una parte le case, dall'altra il lungo muro di cinta delle ferrovie; e i lampioni erano accesi regolarmente. Ma non si vedeva nessuno. " Cosa c'è? " ebbe alla fine il coraggio di chiedere un po' titubando, dopo aver cercato di cacciar via quei curiosi bisbigli, quasi fossero farfalle, ma inutilmente.

Il Consonni ristette, sbalordito. Pensò se alle volte quella sera avesse bevuto un po' troppo; ma no. Sentì paura. D'altra parte erano voci così sottili. Se venivano da una creatura umana, doveva essere alta al massimo venti centimetri. Allora si fece forza: " Ma insomma, mosconi della malora, si può sapere chi siete? " " Ih, ih! " ridacchiò alla sua destra, vicinissima, un'altra voce diversa dalla prima. " Ih, ziamo piccolini, noi! "

Stefano Consonni, con comprensibile allarme, guardò su alla facciata delle case vicine se mai qualcuno fosse affacciato ad ascoltare. Le finestre erano tutte chiuse.

" Quel che è giusto è giusto " fece a questo punto la prima vocina, comicamente compassata e grave. " Perché non dirlo, Max? (evidentemente si rivolgeva al compagno). Io sono il professore Petercondi Giuseppe… fu Giuseppe, anzi… e questo qui che scommetto le sta dando un po' di fastidio è mio nipote Max, Max Adinolfi, nelle mie medesime condizioni. E noi, se non siamo importuni, con chi abbiamo l'onore? "

" Consonni, mi chiamo Consonni " fece l'uomo, burbero, che ancora non sapeva capacitarsi. E poi, dopo averci pensato su un momento: " Be', non sarete mica degli spiriti, alle volte, no? ". " Be'… in un certo senso " ammise il Petercondi. " C'è chi crede di poterci definire così… "

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