La casa d'inferno [Hell House - it]
- Автор: Мэтисон Ричард
- Год: 1974
- Язык: итальянский
- Год: Rizzoli
- Переводчик: Pier Francesco Paolini
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La casa d'inferno [Hell House - it]». Краткое содержание книги:
«No!» Strappò via il foglio, lo appallottolò, lo gettò in terra. «No, Daniel. No!»
Restò lì tremante, accanto al tavolo, a fissare il pavimento. Quelle parole si erano incise nella sua mente.
Strada a senso unico.
ore 18.11
In piedi sul bordo dello stagno, Fischer ne esplorava la torbida superficie con la sua torcia elettrica. E due, pensava. Prima Edith, poi Florence. Spostava il cono di luce sull’acqua, facendo smorfie per il puzzo che ammorbava l’aria. Una volta, quando lavorava in un ospedale, aveva visto un uomo morire di cancrena. Ebbene, l’odore dello stagno aveva un tanfo simile.
Si guardò intorno. Udì dei passi avvicinarsi nella nebbia. Spense la torcia e, di scatto, si volse. Chi era? Florence? Non poteva esser lei che tornava lì, dopo quel che era accaduto. Barrett? sua moglie? Era poco probabile che l’uno o l’altra fossero usciti di casa. E allora chi era? Fischer si tese, mentre i passi si avvicinavano. Non riusciva a capire da che parte venissero, nella nebbia. Attese, rigido, col cuore che gli martellava.
Vide una lanterna. Riaccese la sua torcia. Si udì un’esclamazione strozzata. Fischer scorse due facce sparute nel raggio della sua torcia.
«Chi è là?» chiese il vecchio. La voce gli tremava.
Fischer riprese fiato e abbassò la torcia. «Niente paura. Sono uno dei quattro.»
La vecchia emise una specie di gemito. «Mio Dio» borbottò.
«Mi dispiace. Anch’io avevo preso paura» disse Fischer, per scusarsi. «Non m’ero reso conto ch’era ora di cena.»
«A momenti ci faceva pigliare un colpo» disse il vecchio, risentito.
«Mi dispiace.» Fischer volse loro le spalle.
I due borbottarono qualcosa d’indistinto e lo seguirono verso casa. Fischer aprì la porta, li lasciò passare, chiuse la porta, li seguì attraverso il vestibolo. I due si guardavano intorno a disagio. Indossavano pesanti cappotti. La donna aveva la testa avvolta in uno scialle. L’uomo portava un cappellaccio grigio.
«Come vanno le cose nel mondo?» domandò Fischer.
«Mmm» rispose l’uomo. La donna emise un mugolio di disapprovazione.
«Non importa» disse Fischer. «Noi abbiamo qui il nostro mondo.»
Seguì i due nel salone. Li osservò mentre disponevano i piatti sulla tavola. Li vide guardare la macchina di Barrett e poi scambiarsi un’occhiata. In fretta, raccolsero gli avanzi e i piatti sporchi del pranzo, e si diressero verso il vestibolo. Fischer si trattenne a stento dal fargli «Bu!» per vedere un po’ come avrebbero reagito. Se si erano spaventati per un raggio di luce, figuriamoci che effetto gli avrebbe fatto quel che era accaduto lì dentro da lunedì.
«Grazie!» gridò loro dietro mentre attraversavano l’arcata. Il vecchio grugnì qualcosa e lui e sua moglie si scambiarono un’altra occhiata.
Quando la porta d’ingresso fu richiusa, Fischer si appressò alla tavola e sollevò i coperchi dei vassoi. Fettine di agnello, piselli e carote, patate, biscotti, torta e caffè. Un pranzetto da re, pensò. Il suo sorriso era acre. O, piuttosto, l’ultima cena?
Si tolse la giacca, la gettò su una sedia, ci posò sopra la torcia. Si servì una cotoletta, vi aggiunse contorno di carote e piselli, e si versò una tazza di caffè. I pasti in comune non sembrano andar più di moda, pensò, dopo iersera. Si sedette a tavola e bevve del caffè. Poi cominciò a mangiare. Avrebbe portato la cena a Florence in camera.
Rifletteva su quel che la medium aveva detto. Non aveva fatto altro che pensarci. Per vedere se la sua tesi facesse acqua da qualche parte. Ma finora non aveva trovato nessuna falla. Era una tesi ragionevole, non c’era niente da dire.
Stavolta Florence era sulla pista giusta.
Sentiva in sé una strana certezza, non del tutto soddisfacente però. L’avevano sempre saputo, che Belasco era lì (lui e Florence perlomeno non ne avevano mai dubitato) ma, quanto a lui, si era trattato sempre — come dire? — di una cognizione teorica. Non aveva mai realmente pensato all’eventualità pratica di venire a un confronto diretto con Belasco. Sì, è vero, nel 1940 si era già messo in contatto con lui, ma era stato qualcosa di evanescente: una specie di tessuto non connettivo nell’organismo della Casa d’Inferno.
Adesso era diverso. Adesso era qualcosa di definitivo. Non si trattava più di scaramucce ma di uno scontro campale. Usando mezzi anomali, servendosi cioè di potenze subalterne, l’elusivo Belasco era in grado di agire in vari campi senza dovervisi manifestare personalmente. In tal modo egli creava un quadro incomprensibile, di cui non si riusciva a cogliere il disegno, una musica il cui motivo conduttore sfuggiva di continuo. Infatti, egli creava effetti mediante altre entità, ora l’una ora l’altra, senza esporsi, restando sempre dietro le quinte. Appunto, come aveva detto Florence: un generale che guida il suo esercito.
Ripensò al disco sul grammofono. Non si era trattato di una coincidenza. Era stato il “benvenuto” di Belasco al loro arrivo nella sua dimora, nel suo regno, nel suo campo di battaglia. Riudì ancora quella voce strana, quel tono di scherno. Benvenuti in casa mìa. Sono lieto che siate potuti venire.
Fischer si volse. Era entrato Barrett e stava venendo avanti, col suo passo claudicante, pallido in volto, dall’aria solenne. Chissà se vorrà parlare dell’incidente, adesso, si domandò Fischer. Prima, non aveva detto nulla. All’umiliazione di aver trovato sua moglie in quello stato, si era aggiunta poi quella di esser dovuto ricorrere all’aiuto di Fischer per portarla di sopra.
Fischer attese. Barrett guardò la sua macchina, perplesso. Poi guardò Fischer. «È stato lei?» domandò, a voce bassa.
Fischer annuì.
Un lievissimo tremito increspò le labbra di Barrett. «Grazie» mormorò.
«Non c’è di che.»
Barrett claudicò fino alla tavola e cominciò a riempire due piatti, usando la sinistra. Aveva la destra impedita per la ferita al pollice.
«Non l’ho ancora ringraziata per quel che ha fatto per me» disse Barrett. E soggiunse in fretta: «Nel bagno turco».
«Senta, dottore…»
Barrett alzò lo sguardo.
«Quel che è accaduto qui poco fa…»
«Preferirei non parlarne, se non le dispiace.»
Ma Fischer insistette. «Sto soltanto cercando di aiutare.»
«Lo apprezzo molto, ma…»
«Senta, dottore,» Fischer lo interruppe «c’è qualcosa in questa casa che agisce su sua moglie. Quel che è accaduto poco fa qui…»
«Mister Fischer…»
«… non dipendeva da lei.»
«Se non le spiace, Mister Fischer…»
«Dottor Barrett, è questione di vita o di morte. Lo sa che iersera sua moglie stava per buttarsi nello stagno?»
Barrett trasalì, colpito. «Quando?» domandò.
«Verso mezzanotte. Lei dormiva, dottore.» Fischer fece una pausa a effetto. «E anche sua moglie dormiva.»
«Camminava nel sonno?» Barrett si mostrò atterrito.
«Se non l’avessi vista io mentre usciva di casa…»
«Me l’avrebbe dovuto riferire subito.»
«Sua moglie avrebbe dovuto dirglielo. Il fatto che non glielo abbia detto…» S’interruppe, notando la faccia offesa di Barrett. «Dottore, io non so come li spiega lei, gli strani avvenimenti di questa casa, ma…»
«Come io spieghi determinati fenomeni è irrilevante agli effetti del presente colloquio, Mister Fischer.» Il suo tono era gelido.
«Irrilevante?» Fischer si mostrò stupito. «Cosa diavolo vuol dire, irrilevante? Gli avvenimenti in questione agiscono su sua moglie. Agiscono su di lei. Agiscono su Miss Tanner. O non se n’è reso conto, magari?»