I transumani [Factoring Humanity - it]
- Автор: Сойер Роберт Джеймс
- Год: 2000
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Roldano Romanelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I transumani [Factoring Humanity - it]». Краткое содержание книги:
Allora ciò poteva spiegare l’esperienza vissuta da Heather all’interno dell’ipercubo.
Ma se si trattava solo di un’allucinazione, di una reazione psicologica a stimolazioni elettriche del cervello, come potevano, i progettisti alieni, sapere che la loro macchina avrebbe funzionato sugli umani? Che ne sapevano, loro, dei terrestri? Nulla di strano, naturalmente, che avessero intercettato e decifrato segnali radio e televisivi provenienti dalla Terra, ma non avrebbero certo potuto dedurre il funzionamento del cervello umano basandosi su semplici immagini.
A meno che…
A meno che non vi fosse un’unica strada per raggiungere la consapevolezza.
Poteva darsi che da un capo all’altro dell’universo esistesse un modo solo per creare il pensiero, per dare autocoscienza alla materia vivente. Magari gli alieni non avevano avuto alcun bisogno di vedere un essere umano. Perché sapevano che la loro macchina avrebbe funzionato con qualsiasi creatura senziente.
Lasciava comunque perplessi che un’operazione tanto laboriosa avesse partorito una specie di lanterna magica, un palcoscenico per giochi di prestigio…
Ma c’era davvero il trucco?
Non poteva essere stata una reale esperienza extracorporea?
Certo, il manufatto non era schizzato via attraverso il tetto di Sid Smith per involarsi verso le stelle… però, forse, aveva svolto una funzione altrettanto importante. Consentendole di viaggiare dalla Terra ai mondi del Centauro senza neppure muoversi dal suo ufficio.
Aveva bisogno di sapere. Le serviva una prova. Doveva trovare un sistema per stabilire se si trattava di un’allucinazione oppure di un’esperienza reale.
Sebbene, in fondo al cuore, nutrisse la certezza che doveva trattarsi di un’allucinazione.
Non poteva essere altrimenti.
Prima della morte, Jung aveva sviluppato un certo interesse per la parapsicologia; nell’approfondire lo studio della sua opera, Heather si era vista quindi costretta ad affrontare l’argomento. E tutti i casi che aveva esaminato, senza alcuna eccezione, erano risultati spiegabili in termini di normale, quotidiana esperienza.
Non le restava dunque che imbarcarsi in una nuova avventura, in cerca di una risposta irrefutabile. Si volse, preparandosi a rientrare nella struttura.
Ma, che diavolo, era mezzanotte passata, e riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti…
…col bel risultato che quel dannato aggeggio non avrebbe fatto altro che continuare a rimaterializzarsi attorno alle sue stanche ossa.
Era troppo tardi persino per prendere la metro e probabilmente anche per andarsene in giro a piedi da sola. Chiamò un tassì e scese ad aspettarlo in fondo all’ampia scalinata in cemento di Sid Smith.
22
Heather sedeva sola di fronte alla colazione. Nonostante fosse a pezzi, nemmeno stavolta aveva dormito bene, tormentata da sogni stravaganti quasi quanto le visioni all’interno dell’ipercubo.
E adesso che se ne stava lì a spilluzzicare uova strapazzate e pane tostato, inquietudini più terrene le ingombravano la mente. Il tavolo della sala da pranzo era già sembrato grande con tutti e quattro seduti attorno; ora che c’era rimasta solo lei, appariva gigantesco.
Con Kyle erano tanti, gli argomenti, la mattina a colazione… la politica miope delle rispettive facoltà, i tagli agli stanziamenti, gli studenti rompiscatole, i problemi della ricerca.
E, naturalmente, le loro figlie.
Mary, però, non c’era più. E Becky li aveva ripudiati.
Il silenzio era assordante.
Forse poteva chiamare Kyle, invitarlo a cena.
Ma no, non avrebbe funzionato. Ritrovarsi, come se nulla fosse, a chiacchierare del più e del meno, sarebbe stata un’ipocrisia intollerabile. Heather se ne rendeva conto e non dubitava che Kyle avrebbe condiviso. Qualunque argomento avessero affrontato, lui avrebbe continuato a pensare all’accusa di Becky, consapevole che lei stava facendo altrettanto.
Heather cacciò con malgarbo la forchetta nelle uova. Dio, che rabbia che aveva. Ma con chi? Con Kyle? Metti che Kyle fosse colpevole, allora la sua non era semplice collera… era odio, furore, sete di sangue. Ma se Kyle non era colpevole, allora quella collera mutava obiettivo, quella furibonda indignazione si volgeva a Becky e alla sua analista.
Nessun dubbio, naturalmente, che Lydia Gurdjieff avesse manovrato la situazione. Ma aveva davvero instillato falsi ricordi nella mente di Becky?
Le sue insinuazioni cadevano evidentemente del tutto a vuoto, nel caso di Heather. Eppure…
Eppure possedevano un nonsoché di veritiero. Non i particolari precisi, ovviamente, ma il concetto sì.
Heather si sentiva davvero vuota dentro. Una parte di lei era come morta, e lo era stata sempre, o almeno sin da quando le riusciva di ricordare.
Inoltre, anche se le tecniche della Gurdjieff tendevano effettivamente a esercitare una forma di condizionamento sui pazienti, ciò non escludeva che Becky e Mary potessero aver subito abusi. La circostanza che i poliziotti avessero cercato d’incastrare O.J. Simpson, non significava che egli non si fosse davvero macchiato di omicidio. > E mentre portava una forchettata alla bocca, Heather rimase costernata nel rendersi conto di essere comunque furibonda con Becky, a prescindere dal fatto che Kyle fosse colpevole o no. Becky aveva messo a soqquadro la loro esistenza. Terribile doverlo ammettere, ma avevano vissuto molto meglio nell’ignoranza.
Maledizione, che cosa aveva fatto per meritare una batosta del genere?
A questo punto le era definitivamente passato l’appetito. Mollò le posate e prese il piatto. Poi andò in cucina e gettò la colazione nel secchio della spazzatura sotto l’acquaio.
Un’ora dopo giunse all’Università. Entrando in ufficio trovò i riflettori spenti… in realtà, staccati dalla presa, visto che erano privi d’interruttore.
Gli addetti alle pulizie, accidenti a loro. Aveva dimenticato che lavoravano dopo mezzanotte.
Venuto meno il campo d’integrità strutturale che dava solidità all’insieme, la costruzione era parzialmente franata su se stessa. Impossibile dire se fosse accaduto in presenza della squadra o più tardi durante la notte.
Col cuore che le batteva all’impazzata, Heather lasciò cadere la borsetta sul tappeto e si precipitò a prestare soccorso. Uno dei pannelli aveva perso una dozzina di tessere nel punto in cui aveva urtato il pavimento. Meno male che Paul aveva avuto l’accortezza di numerarle. Innanzitutto si dedicò immediatamente a riagganciarle al loro posto, poi cercò di rimettere in piedi la struttura. Si sfasciò di nuovo. Non era facile far stare insieme tutti i pezzi, ma alla fine ci riuscì. Traversò la stanza in punta di piedi per timore d’innescare un nuovo crollo. Reinserì con mosse maldestre le spine nelle prese, suscitando le proteste dello stabilizzatore del suo computer. Poi, finalmente, osservò con sollievo e meraviglia la struttura ricompattarsi visibilmente, mentre tutti gli angoli tornavano in squadra.
Gettò un’occhiata all’orologio. Alle due era in programma una riunione d’istituto… non che in piena estate ci fosse molta gente disponibile, ma proprio per questo la sua assenza avrebbe dato ancor più nell’occhio.
Era impaziente di continuare l’esplorazione. Scrisse col pennarello due biglietti, pregando quelli delle pulizie di astenersi dallo spengere le lampade. Attaccò il primo su uno dei treppiedi, abbastanza in basso perché non rischiasse di prender fuoco, e l’altro accanto alle prese cui i riflettori erano collegati.
Certo che dopo solo pochi minuti lì dentro ne faceva di caldo: era già tutta sudata. Chiuse la porta a chiave e con un pizzico d’imbarazzo si tolse camicetta e pantaloni, rimanendo in reggiseno e mutandine. Quindi sganciò la porta cubica, salì a rannicchiarsi dentro la cavità e, afferrata la ventosa, ripiazzò il cubo al suo posto. Infine, non appena i suoi occhi si furono abituati alla semioscurità, tese la mano e premette il pulsante di avvio.