La guerra dei gemelli
- Автор: Уэйс Маргарет, Хикмэн Трэйси
- Серия: Dragonlance: Le Leggende #2
- Язык: итальянский
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La guerra dei gemelli». Краткое содержание книги:
«In cambio noi coltiveremo le terre intorno a Thorbardin e vi venderemo i nostri raccolti a una somma inferiore a quella che costa a voi coltivarli nel sottosuolo. Vi aiuteremo a proteggere i vostri confini e la montagna stessa se ce ne dovesse esser bisogno.»
Kharas rivolse al suo signore un’occhiata implorante, pregandolo di valutare la proposta, o per lo meno di negoziarla. Ma Duncan, lo mostrò subito, non era disposto ad ascoltar ragione.
«Fuori di qui!» ringhiò. «Tornatevene dal vostro stregone dalle vesti nere! Tornatevene dai vostri amici umani! Vediamo se il vostro stregone sarà abbastanza potente da abbattere le mura di questa fortezza, oppure da sradicare le pietre della nostra montagna. Vediamo per quanto tempo i vostri amici umani rimarranno amici quando i venti dell’inverno turbineranno intorno ai fuochi dei campi e il loro sangue gocciolerà nella neve!»
Reghar rivolse a Duncan un’ultima occhiata, colma di un’avversione e di un odio così intensi che avrebbe potuto esser benissimo un pugno. Poi, girando sui tacchi, fece segno ai suoi di seguirlo.
Uscirono a grandi passi dalla Sala dei thane e da Pax Tharkas.
La notizia si diffuse fulmineamente. Quando i nani delle colline furono pronti a partire, gli spalti si erano riempiti di nani della montagna che urlavano e fischiavano, beffeggiandoli. Reghar e il suo seguito si allontanarono in groppa ai loro destrieri, con i volti severi e truci, senza voltarsi una sola volta per guardare alle loro spalle.
Nel frattempo Kharas era rimasto nella Sala dei thane, solo con il suo re (e il dimenticato Grangug).
Tutti e sei i testimoni avevano fatto ritorno ai loro clan, per informarli. Quella notte vennero spillati barili di birra nonché della potente bevanda conosciuta come «spirito dei nani», per festeggiare. Già si potevano udire i canti e le rauche risate echeggiare attraverso tutto quel grande monumento di pietra eretto alla pace.
«Cosa ci sarebbe costato negoziare, thane?» chiese Kharas, con voce colma di dolore.
Duncan fissò il nano più alto di lui e scosse la testa. D’un tratto la sua rabbia improvvisa pareva essersi dileguata. La sua barba ingrigita gli sfregò le vesti da cerimonia. Rientrava nei suoi diritti rifiutarsi di rispondere a una domanda così impertinente. In verità nessuno, eccettuato Kharas, avrebbe avuto il coraggio di mettere anche soltanto in discussione la decisione di Duncan.
«Kharas,» rispose Duncan, appoggiando con affetto la mano sul braccio del suo amico, «dimmi, c’è un tesoro sotto la montagna? Abbiamo derubato i nostri consanguinei? Deprediamo le loro terre, o le terre degli umani, se è per questo? Le loro accuse sono giuste?»
«No!» esclamò Kharas, incontrando con fermezza lo sguardo del suo sovrano.
Duncan sospirò. «Hai visto i raccolti. Sai che quei pochi soldi che rimangono nel tesoro verranno spesi per fare tutte le provviste possibili per quest’inverno.»
«Dillo a loro!» esclamò Kharas con foga. «Di’ loro la verità, Non sono dei mostri. Sono nostri consanguinei. Capiranno...»
Duncan dette in un sorriso triste e stanco. «No, non sono dei mostri. Ma, quel che è peggio, è che sono diventati come tanti bambini.» Scrollò le spalle. «Oh, potremmo dirgli la verità, perfino fargliela vedere. Ma non crederebbero ai loro occhi. Perché? Perché vogliono credere altrimenti!»
Kharas si accigliò, ma Duncan continuò pazientemente: «Vogliono crederlo, amico mio. Anzi, di più, devono credere. È la loro sola speranza di sopravvivenza. Non hanno niente... niente, salvo quella sola speranza. E così sono disposti a combattere pur di difenderla. Li capisco.» Gli occhi del vecchio re si offuscarono per un momento, ma poi Kharas, fissandolo con stupore, si rese conto che la sua collera era stata tutta una finta, tutta una messinscena.
«Adesso possono tornare dalle loro mogli, dai loro figli affamati, e dire: “Combatteremo contro gli usurpatori! Quando vinceremo, avrete di nuovo la pancia piena.” E questo li aiuterà a dimenticare la loro fame, per un po’.»
La faccia di Kharas si contorse per l’angoscia. «Ma perché arrivare fino a tanto? Potremmo certamente dividere quel poco che...»
«Amico mio,» replicò Duncan con voce sommessa, «per il martello di Reorx, sono pronto a giurare una cosa... se accettassi i loro termini, periremmo tutti. La nostra razza cesserebbe di esistere.»
Kharas lo fissò. «Fino a questo punto?» chiese.
Duncan annuì. «Sì, fino a questo punto. Pochi lo sanno, i capi dei clan, e adesso tu. E mi devi giurare di mantenere il segreto. Il raccolto è stato disastroso. I nostri forzieri sono quasi vuoti, e adesso dobbiamo ammassare tutto quello che possiamo per pagare questa guerra. Quest’inverno saremo costretti a razionare il cibo perfino per la nostra gente. Abbiamo calcolato che, con quello che abbiamo, ce la faremo... ma a stento. Aggiungi centinaia di bocche in più...» Scosse la testa.
Kharas rifletté, poi si drizzò. I suoi occhi scuri lampeggiavano. «Se questo è vero, allora sia!» disse in tono severo. «Meglio che moriamo tutti di fame, piuttosto che morire combattendo fra noi!»
«Nobili parole, amico mio,» rispose Duncan. Il rullare dei tamburi fece vibrare la stanza e voci profonde si levarono in esaltanti canti guerreschi, più antichi delle pietre di Pax Tharkas, più antichi, forse, delle stesse ossa del mondo. «Però le nobili parole non sono commestibili, Kharas. Non le puoi bere, o avvolgere intorno ai tuoi piedi, o bruciare nel tuo focolare, o darle ai bambini che strillano perché hanno fame.»
«E i bambini che piangeranno perché i loro padri se ne andranno per non tornare mai più?» chiese Kharas, con durezza.
Duncan sollevò un sopracciglio. «Piangeranno per un mese,» disse semplicemente «poi mangeranno la sua porzione di cibo. E non era questo che lui avrebbe voluto?»
Dette queste parole, si voltò e lasciò la Sala dei thane per salire ancora una volta sugli spalti.
Mentre Duncan informava Kharas nella Sala dei thane, Reghar Fireforge e il suo gruppo stavano conducendo i loro pelosi pony delle colline, destrieri di bassa statura, fuori dalla fortezza di Pax Tharkas. Le risate e le grida di scherno dei loro consanguinei risuonavano ancora nelle loro orecchie.
Reghar non disse una sola parola per molte ore, fino a quando non furono ben lontani dalla vista delle colossali doppie torri della fortezza. Poi, quando raggiunsero un incrocio, il vecchio nano tirò le redini e fece fermare la sua cavalcatura.
Rivolgendosi al più giovane membro del gruppo, disse con voce risoluta, priva di emozioni:
«Prosegui verso nord, Darren Ironfist.» Il vecchio nano tirò fuori una logora borsa di cuoio. Vi affondò dentro la mano e tirò fuori il suo ultimo pezzo d’oro. Rimase lì a fissarlo per un lungo istante, poi lo schiacciò nelle mani dell’altro nano. «Ecco, pagati il passaggio attraverso il Mare Nuovo. Trova questo Fistandantilus e digli... e digli...»
Reghar fece una pausa, rendendosi conto dell’enormità della sua azione. Ma non aveva altra scelta.
Era già stato deciso prima della sua partenza. Accigliandosi, ringhiò: «Digli che, quando arriverà qui, troverà ad aspettarlo un esercito pronto a combattere per lui!»
Capitolo secondo.
La notte era fredda e scura sopra le terre di Solamnia. Le stelle scintillavano, in alto, in un bagliore di luci ammiccanti. Le costellazioni del Drago di Platino, Paladine e Takhisis, Regina delle Tenebre, ruotavano l’una intorno all’altra, interminabilmente, e intorno ai Piatti della Bilancia di Gilean. Ci sarebbero voluti duecento anni, o anche più, prima che queste stesse costellazioni sparissero dal cielo mentre gli dei e gli uomini guerreggiavano per Krynn.