Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
La luce delle stelle non era sufficiente per vederci, dopo tutto. Inciampai e caddi a terra una dozzina di volte, su quella specie di sentiero… quel maledetto, sporco, polveroso sentiero, così secco che quando scivolavo, tornavo indietro per almeno un metro o due. Mi ferii almeno due volte. La seconda volta, mentre mi rimettevo in piedi, da dietro le colline si sentì una specie di colpo di tosse, whump, e un momento dopo whump… whump… whump da tutto il cerchio dell’orizzonte, e in molti punti le stelle vennero oscurate da macchie nere che si allargavano lentamente. Non c’era bisogno che qualcuno mi dicesse cos’erano: schermi aerei. L’operazione stava per cominciare.
Sentii l’odore della baracca parecchi metri prima di arrivarci. Serviva per far seccare l’uva, e mandava puzza di vino. Ma al di sopra di quel ributtante odore di frutta, c’era qualcosa di più forte… no, non solo più forte. Quasi spaventoso. Assomigliava vagamente a del cibo… Manzo vero forse, o Tacchino del Fattore, ma c’era qualcosa di sbagliato nell’odore. Non come se fosse andato a male. Peggio. Il mio stomaco mi stava ricordando che da un po’ di tempo gli avevo reso la vita dura; l’odore quasi lo spinse alla rivolta. Inghiottii ed entrai a tentoni nella capanna.
Dentro c’era un po’ di luce. Avevano acceso un fuoco… per vederci, mentre mangiavano razioni rubate, immaginai. Ipotesi sbagliata. Altrettanto sbagliata quanto quella secondo cui «il brutto vizio» del sergente Martels fosse quello di andare a letto con gli indigeni, o magari ubriacarsi con qualche liquore distillato clandestinamente. Quanto ero stato ingenuo! C’erano cinque o sei soldati raccolti intorno al fuoco, e sul fuoco ci stavano essiccando un animale. Peggio ancora: stavano mangiando l’animale morto. Gert Martels mi guardò a bocca spalancata, e nella mano stringeva parte di una zampa. La teneva per l’osso…
Per il mio stomaco fu troppo. Dovetti uscire.
Ce la feci appena in tempo. Quando ebbi finito di vomitare tutto quello che avevo ingoiato nelle ultime ventiquattr’ore, tirai un profondo respiro e rientrai. Erano spaventati. Mi guardavano con facce pallide nella luce del fuoco.
— Siete peggio dei selvaggi — dissi loro, con la voce che mi tremava. — Siete peggio dei Venusiani. Sergente Martels! Mettetevi questo. E voi altri abbassate la testa, tappatevi le orecchie e non aprite gli occhi per un’ora. L’operazione inizia fra dieci minuti!
Non aspettai di sentire i loro angosciosi lamenti, e neppure di vedere se Gert Martels stava facendo quello che le avevo detto. Uscii da quel buco puzzolente il più in fretta possibile, scivolando per una decina di metri sul sentiero prima di fermarmi a mettermi la cuffia e il cappuccio. Naturalmente da quel momento non potei più sentire niente, e meno di tutto Gert Martels che mi raggiungeva. La conversazione era impossibile. Tanto meglio. Non avevo niente da dirle m quel momento. E niente da sentire. Raggiungemmo il carro con l’indigeno in attesa, ci sistemammo sopra, e io indicai in direzione del campo. L’indigeno prese le redini…
E in quel momento cominciò.
La prima fase fu di fuochi d’artificio: comunissimi fuochi d’artificio. Scoppi di stelle. Pioggia dorata. Cascate multicolori. Non erano tanto brillanti da attivare i riduttori di luce ad azione rapida dei nostri cappucci, ma abbastanza da lasciare esterrefatti, e il nostro cocchiere quasi lasciò cadere le redini, fissando il cielo ad occhi spalancati. Il tutto era punteggiato da esplosioni, che si sentivano molto attutite attraverso le cuffie, ma che echeggiavano sulle colline. Il paesaggio era illuminato dai fuochi; e questo era solo l’esca. Serviva a svegliare gli indigeni e a farli uscire all’aperto.
Poi le brigate campbelliane entrarono in azione.
Non erano più molte le esplosioni sonore, adesso, ma quelle che c’erano sembravano dei bang supersonici che avessero luogo fra le spalle e le orecchie. Incredibilmente alte. Anche attraverso la cuffia, erano dolorosamente elevate: se non fosse stato per le cuffie, metà dei soldati avrebbero sofferto di turbe uditive. Immagino che per gli indigeni fosse così. Seppi in seguito che in conseguenza del rumore, due ghiacciai sulle montagne si erano spaccati, e una valanga aveva travolto la popolazione di un villaggio Uygur mentre guardava il cielo a bocca spalancata. Ma il rumore era solo metà dello spettacolo. L’altra metà era la luce. Lampi accecanti. Anche attraverso i cappucci. Anche attraverso le palpebre. Non si era mai visto uno spettacolo simile. Malgrado i mezzi protettivi, sconvolgeva i sensi.
Poi, naturalmente, gli altoparlanti montati sui palloni cominciarono a diffondere il loro messaggio, e i proiettori riempirono gli schermi di vaporose immagini coloratissime, sensuali, affascinanti: tazze fumanti di Caffeissimo, tavolette di Cioccocrema e Nic-O-Chew, pantaloni e tute sportive Starrzelius… e cibi succosi, appena arrostiti, di Manzovero, mentre venivano tagliati a fettine, e sembrava quasi di sentirne il sapore in bocca… e si poteva in realtà sentirne l’odore, perché la Squadra Rinforzo Chimico del 9° Battaglione non era stata con le mani in mano, e dai loro generatori uscivano ondate di aroma di Caffeissimo e di Hamburger Manzovero, e, mio malgrado, di tanto in tanto anche l’aroma al cioccolato della Mokie… E sempre, al di sopra di tutto, i suoni assordanti e le luci lampeggianti… — Non guardare! — urlai all’orecchio del sergente Martels. Ma come poteva farne a meno? Anche se eravamo protetti dagli stimoli limbali grazie alle cuffie e ai cappucci, le immagini in se stesse erano così stimolanti, ispiravano un tale desiderio, che mi veniva l’acquolina in bocca e le mani mi andavano alle tasche in cerca della carta di credito. La maggior parte degli stimoli erano inefficaci su di noi, naturalmente. Ci era risparmiata la costrizione campbelliana. I messaggi verbali che rimbombavano da una collina all’altra erano nel dialetto Uygur. Ma il nostro conducente sedeva immobile, con la testa alzata, le redini dimenticate in grembo, gli occhi scintillanti, e sul suo viso l’espressione di un tale ineffabile desiderio che il cuore mi si sciolse. Infilai una mano in tasca e trovai mezza tavoletta di Cioccocrema; quando gliela diedi, lui mi rispose con un tale profluvio di gratitudine che, senza capire una parola, seppi che mi ero guadagnato la sua eterna devozione. Poveri selvaggi! Non avevano la minima possibilità di scampo.
O, per meglio dire, mi corressi subito, finalmente avevano la possibilità di entrare nel ricco e stimolante mondo del libero mercato. Dove i Manciù, i Mongoli, gli Han avevano fallito, i moderni imperativi culturali avevano trionfato.
Mi sentivo scoppiare il cuore. Tutte le preoccupazioni e le tragedie degli ultimi giorni erano dimenticate. Allungai una mano verso Gert Martels, seduta vicino a me nel carretto fermo, mentre le ultime immagini svanivano nel cielo, e le misi un braccio attorno alle spalle.
Con mio grande stupore, lei stava piangendo.
Entro le undici della mattina seguente, tutti gli spacci erano stati svuotati. Kazak, Uygur, Hui, imploravano la possibilità di comprare Popsic e Kelpy Krisp. L’intera operazione era stata un trionfo. Significava una citazione al merito per tutti i partecipanti, e una citazione speciale per alcuni.
Significava… poteva perfino significare l’occasione per me di rifarmi.
3
Ma, come si vide poi, l’occasione si fece aspettare. Riportai Gert, che aveva gli occhi arrossati e continuava ancora misteriosamente a tirar su con il naso, agli alloggi sottufficiali, e mi reintrodussi nell’ospedale senza difficoltà… Metà dei pazienti, e quasi tutto il personale infermieristico e medico, erano fuori, con i cappucci gettati sulle spalle, che parlavano eccitati dell’attacco. Mi mescolai con loro per un momento, mi feci strada fra la folla, trovai il letto e mi riaddormentai. Era stata una giornata dura.