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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Ma gli avvenne al Tribolo quello che al Tasso, perciò che sì come il Tasso lasciò lo intagliare di legname, nel quale esercizio non aveva pari, e non fu mai buono architettore per aver lasciato un'arte nella quale molto valeva, e datosi a un'altra della quale non sapea straccio, e gli apportò poco onore, così il Tribolo lasciando la scultura, nella quale si può dire con verità che fusse molto eccellente e facea stupire ognuno e datosi a volere dirizzare fiumi, l'una non seguitò con suo onore e l'altra gl'apportò anzi danno e biasimo che onore et utile, perciò che non gli riuscì rassettare i fiumi e si fece molti nimici, e particolarmente in quel di Prato per conto di Bisenzio, et in Valdinievole in molti luoghi.

Avendo poi compero il duca Cosimo il palazzo de' Pitti, del quale si è in altro luogo ragionato, e desiderando sua eccellenza di adornarlo di giardini, boschi e fontane e vivai et altre cose simili, fece il Tribolo tutto lo spartimento del monte in quel modo che egli sta, accomodando tutte le cose con bel giudizio ai luoghi loro, se ben poi alcune cose sono state mutate in molte parti del giardino. Del qual palazzo de' Pitti, che è il più bello d'Europa, si parlerà altra volta con migliore occasione. Dopo queste cose fu mandato il Tribolo da sua eccellenza nell'isola dell'Elba, non solo perché vedesse la città e porto che vi aveva fatta fare, ma ancora perché desse ordine di condurre un pezzo di granito tondo di dodici braccia per diametro, del quale si aveva a fare una tazza per lo prato grande de' Pitti, la quale ricevesse l'acqua della fonte principale. Andato dunque colà il Tribolo e fatta fare una scafa a posta per condurre questa tazza et ordinato agli scarpellini il modo di condurla, se ne tornò a Fiorenza, dove non fu sì tosto arivato, che trovò ogni cosa piena di romori e maladizioni contra di sé, avendo di que' giorni le piene et inondazioni fatto grandissimi danni intorno a que' fiumi che egli aveva rassettati, ancor che forse non per suo difetto in tutto fusse ciò avenuto. Comunche fusse, o la malignità d'alcuni ministri e forse l'invidia, o che pure fusse così il vero, fu di tutti que' danni data la colpa al Tribolo, il quale non essendo di molto animo et anzi scarso di partiti che no, dubitando che la malignità di qualcuno non gli facesse perdere la grazia del Duca, si stava di malissima voglia, quando gli sopragiunse, essendo di debole complessione, una grandissima febre a dì 20 d'agosto, l'anno 1550, nel qual tempo, essendo Giorgio in Firenze per far condurre a Roma i marmi delle sepolture che papa Giulio Terzo fece fare in San Piero a Montorio, come quelli che veramente amava la virtù del Tribolo lo visitò e confortò, pregandolo che non pensasse se non alla sanità e che guarito si ritraesse a finire l'opera di Castello, lasciando andare i fiumi, che più tosto potevano affogargli la fama che fargli utile o onore nessuno. La qual cosa come promise di voler fare, arebbe, mi credo io, fatta per ogni modo se non fusse stato impedito dalla morte, che gli chiuse gl'occhi a dì 7 settembre del medesimo anno. E così l'opere di Castello, state da lui cominciate e messe inanzi, rimasero imperfette perciò che, se bene si è lavorato dopo lui ora una cosa et ora un'altra, non però vi si è mai atteso con quella diligenza e prestezza che si faceva vivendo il Tribolo e quando il signor Duca era caldissimo in quell'opera. E di vero chi non tira inanzi le grandi opere, mentre coloro che fanno farle spendono volentieri e non hanno maggior cura, è cagione che si devia e si lascia imperfetta l'opera che arebbe potuto la sollecitudine e studio condurre a perfezzione. E così per negligenza degl'operatori, rimane il mondo senza quello ornamento et eglino senza quella memoria et onore, perciò che rade volte adiviene, come a quest'opera di Castello, che mancando il primo maestro, quegli che in suo luogo succede voglia finirla secondo il disegno e modello del primo, con quella modestia che Giorgio Vasari, di commessione del Duca, ha fatto, secondo l'ordine del Tribolo, finire il vivaio maggiore di Castello e l'altre cose secondo che di mano in mano vorrà che si faccia sua eccellenza.

Visse il Tribolo anni 65. Fu sotterrato dalla Compagnia dello Scalzo nella lor sepoltura e lasciò dopo sé Raffaello suo figliuolo, che non ha atteso all'arte e due figliuole femine, una delle quali è moglie di Davitte, che l'aiutò a murare tutte le cose di Castello, et il quale come persona di giudizio et atto a ciò, oggi attende ai condotti dell'acqua di Fiorenza, di Pisa e di tutti gl'altri luoghi del dominio, secondo che piace a sua eccellenza.

IL FINE DELLA VITA DI NICCOLÒ, DETTO IL TRIBOLO

VITA DI PIERINO DA VINCI SCULTORE

Benché coloro si sogliono celebrare i quali hanno virtuosamente adoperato alcuna cosa, nondimeno se le già fatte opere da alcuno mostrano le non fatte, che molte sarebbono state e molto più rare, se caso inopinato e fuor dell'uso comune non accadeva che le 'nterroppe, certamente costui, ove sia chi dell'altrui virtù voglia essere giusto estimatore, così per l'una come per l'altra parte e per quanto e' fece, e per quel che fatto arebbe, meritamente sarà lodato e celebrato. Non doverranno addunque al Vinci scultore nuocere i pochi anni che egli visse e torgli le degne lode nel giudizio di coloro che dopo noi verranno, considerando che egli allora fioriva e d'età e di studii, quando quel che ognuno ammira, fece e diede al mondo, ma era per mostrarne più copiosamente i frutti, se tempesta nimica i frutti e la pianta non isveglieva.

Ricordomi d'aver altra volta detto che nel castello di Vinci nel Valdarno di sotto fu ser Piero padre di Lionardo da Vinci pittore famosissimo. A questo ser Piero nacque, dopo Lionardo, Bartolomeo ultimo suo figliuolo, il quale standosi a Vinci e venuto in età, tolse per moglie una delle prime giovane del castello. Era desideroso Bartolomeo d'avere un figliuol mastio, e narrando molte volte alla moglie la grandezza dell'ingegno che aveva avuto Lionardo suo fratello, pregava Iddio che la facesse degna che per mezzo di lei nascesse in casa sua un altro Lionardo, essendo quello già morto. Natogli adunque in breve tempo, secondo il suo desiderio, un grazioso fanciullo, gli voleva porre il nome di Lionardo, ma consigliato da' parenti a rifare il padre, gli pose nome Piero. Venuto nell'età di tre anni, era il fanciullo di volto bellissimo e ricciuto e molta grazia mostrava in tutti i gesti e vivezza d'ingegno mirabile. In tanto che venuto a Vinci et in casa Bartolomeo alloggiato maestro Giuliano del Carmine, astrologo eccellente, e seco un prete chiromante, che erano amendue amicissimi di Bartolomeo, e guardata la fronte e la mano del fanciullo, predissono al padre, l'astrologo e 'l chiromante insieme, la grandezza dell'ingegno suo e che egli farebbe in poco tempo profitto grandissimo nell'arti mercuriali, ma che sarebbe brevissima la vita sua. E troppo fu vera la costor profezia, perché nell'una parte e nell'altra (bastando in una), nell'arte e nella vita si volle adempiere.

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