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La maga di Eld [The Forgotten Beasts of Eld - it]

Электронная книга - «La maga di Eld [The Forgotten Beasts of Eld - it]». Краткое содержание книги:

Molte sono le leggende nate intorno alle buie foreste che ricoprono il misterioso monte Eld, e sempre vengono sussurrate con un filo di voce. Si narra che il possente mago Heald abbia avuto un solo figlio, l’ombroso Myk con un occhio grigio e un occhio nero, e che sul monte Eld il figlio del mago abbia attirato a sé dai quattro angoli del mondo creature leggendarie: l’orso Cyrin, che risponde a tutti gli enigmi tranne uno, il drago Gyld, intento a custodire il suo incredibile tesoro, e il cigno nero di Terleth. Si narra anche che il figlio di Myk, il cupo Ogam, abbia continuato la collezione chiamando a sé il mortale falco Ter e il magico gatto nero Moriah, artefice di sottili incantesimi… Ma oggi sotto la cupola di cristallo nascosta sul monte Eld vive la figlia di Ogam, la bellissima vergine maga Sybel, e i suoi tentativi per attirare Liralen, l’ultimo animale magico del mondo che ancora manca alla sua collezione, sono interrotti dall’arrivo di un cavaliere che chiede asilo per il figlio di un re spodestato. Il mondo degli uomini chiede l’aiuto della maga di Eld, e forse dei suoi animali.
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— No.

Lui sorrise. — Verrò così silenziosamente che solo tu, Gules e Cyrin vi accorgerete del mio arrivo.

— No, non venire — disse lei, preoccupata. — Non capisci…

S’interruppe bruscamente, tendendo l’orecchio verso un rumore che giungeva da dietro la porta chiusa: un lungo miagolio minaccioso.

— Che cosa…

Il Leone Gules si alzò in piedi, ruggendo. Anche Sybel si alzò. Dall’altra stanza giunse uno schianto, accompagnato da numerose voci maschili.

— Coren… — mormorò Sybel. Corse ad aprire la porta e il Leone Gules la precedette e si fermò accanto al focolare. Coren era seduto a terra, disarmato e con tre lame puntate al collo. La Gatta Moriah passeggiava ai suoi piedi e soffiava contro tre uomini che portavano la tunica nera con la stella rossa sul petto che contraddistingueva le guardie di Drede.

Tamlorn, accanto a Sybel, si affrettò a dire:

— Non fategli del male.

I soldati si voltarono lentamente verso di lui, senza perdere di vista Moriah. Uno di loro disse a denti stretti:

— Principe Tamlorn, quest’uomo è uno dei Sirle.

— Li conosci, Tamlorn? — chiese Coren. Una lama gli graffiò la pelle della gola, sotto il pomo d’Adamo, e lui chiuse la bocca.

— Sì, sono le guardie di mio padre.

Tornò a guardare i tre uomini.

— Sono venuto a trovare Sybel — disse. — Non era al corrente del mio arrivo. Le ho detto quello che dovevo dirle, e sono pronto a tornare a casa. Lasciate libero quest’uomo.

— È Coren del Sirle, fratello di Norrel… ha combattuto nella Piana di Terbrec.

— Lo so: se gli farete del male non lascerete vivi questa casa.

L’uomo guardò Moriah e poi il Leone Gules, che li fissava con i suoi occhi d’oro e che ruggiva minacciosamente.

— Il Re è quasi impazzito per la preoccupazione — disse la guardia. — Se non lasceremo libero Coren, saremo uccisi da queste bestie. E se Drede saprà che ci siamo lasciati sfuggire di mano uno dei Sirle, ci ucciderà lui.

— Siete soli?

— No, ma gli altri sono rimasti fuori del cancello. Verranno se daremo l’allarme.

— Allora, non c’è bisogno di dire che qui c’erano anche Sybel e Coren. Io non lo riferirò.

— Principe Tamlorn! È un nemico del Re… un vostro nemico!

— È il marito di Sybel! E se volete attaccarlo davanti a lei, al Leone Gules e alla Gatta Moriah, fate pure. Io posso tornare a casa da solo.

Moriah soffiò di nuovo, e le lame tremarono alla luce delle fiamme. Uno dei tre soldati, all’improvviso, staccò la spada dalla gola di Coren e la puntò contro la Gatta, ma la voce di Sybel lo costrinse a fermarsi:

— Se colpirete Moriah, vi ucciderò.

L’uomo fissò Sybel ; la faccia gli si coprì di sudore.

— Signora, prenderemo con noi il Principe e ce ne andremo, lo giuro. Ma chi ci garantisce che, una volta lasciato libero Coren, potremo allontanarci senza essere assaliti?

Tamlorn fissò per un istante Coren. Poi si inginocchiò davanti a lui e abbracciò la Gatta Moriah.

— Ve lo garantisco io. Adesso, lasciatelo andare.

Le spade si abbassarono. Coren tornò a respirare.

— Grazie.

Tamlorn lo guardò, continuando ad accarezzare la testa a Moriah.

— Consideratelo come un dono di Drede al Sirle.

Poi si alzò e disse alle guardie:

— Verrò a casa con voi. Ma nessuno dovrà fermarsi qui dopo di me, o seguire Sybel e Coren quando si allontaneranno. Nessuno.

— Principe Tamlorn… noi qui non abbiamo visto né Sybel né Coren.

Tamlorn tornò a respirare. — Il mio cavallo è nella stalla. Quello grigio. Portatemelo.

I tre soldati si affrettarono ad allontanarsi, seguiti dal brusio del Leone, del Cinghiale e della Gatta. Sybel si avvicinò a Tamlorn e lo abbracciò, affondando la faccia nei suoi capelli.

— Tamlorn, stai diventando saggio e coraggioso come il Falco Ter.

Lui si scostò leggermente.

— No — disse. — Sto tremando.

Le sorrise e le baciò la guancia. Poi abbracciò il Leone Gules e, nell’udire rumore di zoccoli, si diresse verso la porta.

— Principe Tamlorn — disse Coren — vi ringrazio. Credo che la vostra generosità risulterà assai imbarazzante per mio fratello Rok.

— Spero che l’apprezzi — disse Tamlorn, piano. — Arrivederci, Sybel, anche se non so quando potremo incontrarci nuovamente.

— Arrivederci, Tamlorn.

Dalla finestra, la donna lo guardò montare a cavallo, con il Falco Ter che gli volava sulla testa, e poi confondersi in una folla di figure dal mantello scuro e dalla stella rossa che presto scomparve tra gli alberi. Si girò verso il marito, lo abbracciò e gli posò la testa sul petto.

— Nonostante tutti i miei poteri — gli disse — avrebbero potuto ucciderti prima che mi accorgessi del loro ingresso. E allora, cosa avrebbe detto Rok?

Lui sorrise e le sollevò il viso per guardarla negli occhi.

— Che non dovevo fare affidamento su mia moglie per salvarmi la pelle.

Lei gli toccò la gola. — Sanguini.

— Lo so. E tu tremi.

— Lo so.

— Sybel — disse lui, dopo qualche istante. — Saresti riuscita a uccidere quell’uomo? Lui pensava di sì, ma io non ne ero molto convinto.

— Non so. Ma se avesse ucciso Moriah, l’avrei scoperto.

Sospirò.

— Comunque — riprese — sono lieto che non l’abbia fatto; per lui e per me. In ogni caso, penso che sia meglio allontanarci di qui. Non mi fido di quelle guardie. Prendiamo i libri e andiamocene.

Coren annuì. Rimise a posto una sedia che era caduta a terra, raccolse la propria spada che era finita in un angolo, e la infilò nel fodero. Il Leone Gules era steso accanto al fuoco e brontolava piano. La Gatta Moriah camminava avanti e indietro davanti all’uscio. Sybel le accarezzò la testa; poi, guardandosi attorno, ebbe una strana impressione, come di trovarsi in un edificio vuoto e disabitato.

Disse lentamente:

— Non sembra più la mia casa… sembra attendere che un altro mago, come Myk o Ogam, inizi a lavorare qui nel silenzio.

— Forse ne arriverà uno — disse Coren. Cominciò ad aprire i grandi, robusti sacchi di canapa che avevano portato con loro per trasportare i libri, e aggiunse:

— Spero che i suoi ricordi di questa casa siano migliori dei miei.

— Lo spero anch’io — disse lei, stringendogli il braccio. Poi andò a parlare con il Drago Gyld e con il Cigno Nero, lasciando a Coren l’incombenza di preparare i sacchi.

Il cielo del pomeriggio passò dall’oro all’argento, e poi al grigio cenere. Coren finì il suo lavoro prima che Sybel tornasse. Uscì nel giardino e la chiamò a voce alta. Infine lei venne fuori dagli alberi e lo raggiunse.

— Ero con il Drago Gyld — gli spiegò. — Gli ho riferito che nel Sirle avremmo preparato un posto per lui, e mi ha detto che vuole portare il suo oro.

— Oh, no! Mi vedo già una scia di antiche monete, sparse per terra da qui alla porta del castello!

— Coren, gli ho detto che ce ne occuperemo noi; volerà di notte, quando tutto sarà pronto. Spero che non spaventi le mucche di Rok.

Alzò lo sguardo al cielo profumato color della cenere, e guardò le sagome cupe degli alberi.

— Si fa tardi — disse. — Cosa facciamo? Penso che sia rischioso fermarci in casa di Maelga.

— Certo — rispose Coren. — Drede non esiterebbe a uccidermi, con il rischio di scatenare una guerra, se pensasse di catturarti e di portarti a Mondor. È probabile che i suoi uomini ritornino questa notte a cercarci.

— Allora, cosa fare?

— Ci ho pensato — disse Coren.

— I cavalli sono stanchi. Non possono fare molta strada.

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