2061 Odissea tre
- Автор: Кларк Артур Чарльз
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: RCS Libri S.p.A.
- Переводчик: Marco Paggi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «2061 Odissea tre». Краткое содержание книги:
«2061: Odissea tre» è il terzo capitolo della saga più affascinante della letteratura fantascientifica: ancora una volta Arthur Clarke ci colpisce con un romanzo di realistica fantasia, incentrato sul confronto fra l’Uomo e l’Ignoto. Quest’opera sarebbe dovuta nascere in seguito alle nuove scoperte della missione Galileo, dedicata allo studio dei principali satelliti di Giove. Purtroppo la tragedia del Challanger ritardò di molti anni l’inizio di tale missione, pertanto l’autore decise di non aspettare oltre. Parte delle vicende narrate traggono invece spunto da un articolo di Melvin Ross del Lawrence Livemore National Laboratory e pubblicato sulla rivista Nature nel 1987: in esso si ipotizza la presenza di nuclei di diamante all’interno dei pianeti «giganti» del sistema solare.
Così come 2010 non è esattamente il seguito di 2001, anche questo libro non è propriamente il seguito di 2010: è lo stesso autore a definire le tre opere come «variazioni sul tema». Si noti ad esempio come l’epilogo di 2010 sia più o meno in contrasto con lo svolgimento dei fatti in 2061.
Forse all’inizio 2061 non vi appassionerà come i precedenti due episodi, ma vi posso assicurare che nei capitoli finali le vicende acquistano un fascino irresistibile: molti sono i misteri che vengono svelati, in particolare si comprendono, almeno parzialmente, la natura e le funzioni del monolito.
Nel corso della mezz’ora successiva, più di diecimila astronomi dilettanti sulla Terra e sulla Luna riferirono che la cometa appariva due volte più luminosa. La Rete d’Osservazione della Cometa non resse al sovraccarico, e gli astronomi di professione s’infuriarono.
Però all’opinione pubblica la cosa piacque molto, e qualche giorno dopo, poche ore prima dell’alba, la Universe offrì uno spettacolo ancora più pittoresco.
Acquistando una velocità di più di diecimila chilometri all’ora ogni ora, la Universe era adesso all’interno dell’orbita di Venere. Si sarebbe avvicinata ancora di più al Sole per il passaggio al perielio a una velocità di gran lunga superiore a quella di qualsiasi corpo celeste per fare quindi rotta verso Lucifero.
Quando l’astronave passò tra la Terra e il Sole, la sua scia di particelle carboniose incandescenti appariva agli osservatori terrestri come una stella di quarta grandezza che si muoveva quasi a vista d’occhio tra le costellazioni. All’inizio della sua missione di soccorso, la Universe fu così vista nello stesso momento da un gran numero di esseri umani: in tutte le storie del Creato, nessun’altra costruzione dell’uomo aveva mai avuto un pubblico così numeroso.
35. ALLA DERIVA
L’inattesa notizia che l’astronave gemella Universe era già in viaggio — e che sarebbe arrivata molto prima di quanto chiunque avrebbe osato sperare — ebbe, sul morale dell’equipaggio della Galaxy, un effetto che si può soltanto definire euforico. Il fatto stesso che stessero andando impotenti alla deriva su un oceano alieno, circondati da mostri sconosciuti, apparve a un tratto meno preoccupante.
Anche i mostri, che di quando in quando facevano qualche comparsa, sembravano meno minacciosi. Vennero avvistati alcuni «squali» giganteschi, che però non si avvicinarono all’astronave nemmeno quando venivano gettati in mare i rifiuti. Questo comportamento era sorprendente; veniva da pensare che quei giganteschi animali — a differenza dei loro omologhi terrestri — disponessero di un ottimo sistema di comunicazione. Forse erano più simili ai delfini che agli squali.
Vi erano anche moltissimi pesci più piccoli, che su un mercato della Terra nessuno avrebbe degnato più che di un’occhiata distratta. Dopo parecchi tentativi, un ufficiale, che era anche un abile pescatore, riuscì a prenderne uno con un amo privo di esca. Non lo portò dentro l’astronave — il capitano non l’avrebbe mai permesso — ma lo misurò e lo fotografò per bene prima di rigettarlo in acqua.
Tuttavia questo prode sportivo dovette pagare un caro prezzo per il suo trofeo. Quando rientrò nell’astronave, la tuta spaziale a pressione parziale che aveva indossato puzzava di acido solfidrico — aveva cioè il caratteristico odore delle uova marce — e l’ufficiale divenne l’oggetto di interminabili scherzi. Anche questo era il segno di una biochimica aliena e implacabilmente ostile.
Malgrado le richieste degli scienziati, non furono consentite altre partite di pesca. Potevano osservare e registrare a volontà, ma non raccogliere esemplari. E comunque, fu fatto loro notare, essi erano planetologi, e non naturalisti. A nessuno era venuto in mente di portare della formalina, che, in ogni modo, non sarebbe probabilmente servita a nulla.
Una volta l’astronave si trovò a galleggiare per parecchie ore in mezzo a masse, o a strati, di una sostanza di un vivido color verde. La sostanza verde formava una sorta di isolotti ovali di una decina di metri di diametro, tutti delle stesse dimensioni. La Galaxy li attraversava senza incontrare nessuna resistenza, e gli isolotti subito si riformavano dopo il passaggio dell’astronave. Si pensò fossero colonie di organismi viventi.
Una mattina, l’ufficiale di guardia ebbe un sussulto quando un periscopio uscì dall’acqua ed egli si trovò a fissare un occhio azzurro dall’espressione mite che, riferì in seguito, gli ricordava quello di una mucca malata. L’occhio lo guardò malinconicamente per qualche secondo senza mostrare grande interesse, e poi tornò a immergersi lentamente nell’oceano.
Nulla si muoveva rapidamente laggiù, e per ovvi motivi. Quello era un mondo ancora a bassa energia — non vi era l’ossigeno libero che consente agli esseri terrestri di vivere come con una serie di esplosioni continue, dal momento in cui cominciano a respirare fino alla morte. Solo lo «squalo» visto la prima volta aveva mostrato segni di un’attività violenta, negli ultimi spasmi dell’agonia.
Forse ciò tornava di vantaggio agli uomini. Anche se le tute spaziali li rendevano lenti e goffi, probabilmente su Europa non esisteva una forma di vita in grado di raggiungerli — anche se avesse voluto prenderli.
Con sarcastica amarezza il capitano Laplace si diceva che aveva affidato il governo dell’astronave al commissario di bordo; e si chiedeva se ciò fosse mai accaduto nella lunga storia della navigazione sui mari e nello spazio.
Non che il signor Lee avesse gran che da fare. La Galaxy galleggiava in posizione verticale, per un terzo fuori dall’acqua, lievemente inclinata per il vento che le faceva fare cinque nodi abbondanti. Le infiltrazioni d’acqua erano minime, e tutte sotto controllo. Inoltre, cosa forse più importante, lo scafo era ancora a tenuta d’aria.
Sebbene gran parte degli strumenti di navigazione fosse inutilizzabile, la posizione era perfettamente nota. Ogni ora Ganimede trasmetteva loro la posizione sul canale d’emergenza, e se la Galaxy avesse continuato a seguire quella rotta sarebbe andata ad arenarsi sulle rive di una grande isola di lì a tre giorni. Se avesse mancato l’isola, avrebbe continuato ad andare alla deriva sul mare aperto fin quando avrebbe raggiunto la zona di acqua in ebollizione, ma tiepida, immediatamente sotto Lucifero. Questa prospettiva, sebbene non necessariamente catastrofica, era pur sempre sgradevole; e il signor Lee, in quanto facente funzione di capitano, meditava ore e ore sul modo di evitarla.
Avrebbero potuto innalzare vele di fortuna, se avessero trovato il materiale adatto; ma ciò sarebbe servito a ben poco. Aveva scandagliato l’oceano fino alla profondità di cinquecento metri alla ricerca di correnti di cui approfittare, ma non ne aveva trovata alcuna. Lo scandaglio non aveva toccato il fondo; quel mare era profondo chissà quanti chilometri.
Forse anche questo era loro di vantaggio, perché la gran massa d’acqua li proteggeva dai terremoti sottomarini che squassavano in continuazione quel giovanissimo oceano. Certe volte la Galaxy si scuoteva tutta sotto l’onda d’urto, come colpita da un martello gigantesco. Nel giro di poche ore un’ondata di marea alta decine di metri si sarebbe abbattuta su qualche costa di Europa; ma con un mare così profondo, l’ondata mortale era sì e no un’increspatura sull’acqua.
Molte volte videro vortici improvvisi che si formavano lontano dall’astronave, gorghi pericolosi, maelstrom che avrebbero potuto risucchiare la Galaxy nell’abisso; ma per fortuna erano così lontani che non sortivano altro effetto che quello di far ruotare l’astronave su se stessa per qualche tempo.
Una volta sola una gran bolla di gas salì dal profondo, scoppiando a un centinaio di metri di distanza. Fu un fenomeno impressionante, e tutti condivisero il commento del medico di bordo: «Grazie al cielo non possiamo sentirne l’odore».
È buffo con quanta facilità la situazione più inconsueta diventi tran tran di tutti i giorni. In breve tempo la vita a bordo della Galaxy prese a scorrere secondo una routine senza scosse e il problema principale del capitano Laplace fu di tenere occupato l’equipaggio. Non c’è nulla che danneggi il morale di un equipaggio quanto l’ozio, e il capitano Laplace si chiedeva come facessero i comandanti delle navi a vela di un tempo a tenere occupati gli uomini durante le lunghissime traversate. Non potevano passare tutto il tempo ad arrampicarsi sull’alberatura e a pulire il ponte.