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La soglia [The Beginning Place - it]

Электронная книга - «La soglia [The Beginning Place - it]». Краткое содержание книги:

Gli osservatori è la versione di una storia sugli UFO fatta da uno scrittore di talento come Robert Silverberg: una vicenda in apparenza trita e banale diventa nelle sue mani un racconto avvincente i cui protagonisti spiccano con figure vive e reali dalla carta stampata.
In una notte illune del 1982 il cielo del Nuovo Messico viene vivacemente illuminato da un’improvvisa esplosione: una stella lucente fiorita in un lampo biancazzurro che si muove da nordest verso sudovest, sopra la valle del Rio Grande ed i polverosi piccoli puebli, va a spegnersi dopo l’ultima accecante vampata nei pressi di Albuquerque.Ma soltanto tre esseri umani scopriranno che la stella cadente apparsa in cielo è in realtà un disco volante precipitato sulla Terra per un’avaria ai motori, soltanto Charley Estancia, il giovane messicano del pueblo di San Miguel dalla sveglia intelligenza, Kathryn Mason, la vedova melanconica e solitaria di Albuquerque, e Tom Falkner, colonnello delle forze aereeamericane, vedranno con i loro occhi gli alieni venuti dalle stelle, gli osservatori extraterrestri che studiano e controllano lo sviluppo della civiltà umana. Soltanto loro sapranno del pericolo che corre la Terra e potranno impedire lo scoppio di un conflitto galattico. Una storia umana e affascinante che solo un maestro come Silverberg poteva.
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C’era anche il Padrone, e parlava con il vecchio Hobim e altri due abitanti della cittadina. Irene non lo guardò direttamente neppure una volta, ma era continuamente consapevole della sua presenza, e al suono della voce di lui il suo cuore si arrestò e attese.

La figlia del Nobile Horn stava con Hugh. Gli parlava, insegnandogli una parola, l’«adja» che aggiungevano come desinenza al tuo nome quando volevano chiamarti amico, e cercava di spiegargli che il suo nome, come lo sentivano loro, Hiuradjas, conteneva già quella parola, e sarebbe suonato ridicolo se l’avessero aggiunta ancora. Hiuradjadja! e Allia rise, dicendolo, una risata sommessa e gaia. Lui fissava il viso di porcellana e i capelli lanosi. Stupido! pensò Irene. Stupido e sciocco! Non capisci? Ma vedeva la bocca intenerita, gli occhi immobili, e si sentiva sgomenta.

— Alladjia — disse Hugh, e arrossì, faccia e orecchi e collo rossi sotto i capelli folti, chiari e sudati; e poi ridiventò bianco.

Allia sorrise, dolce e fresca come l’acqua, e lo elogiò.

— Sembrano fratello e sorella — disse una voce, vicino a Irene… parlava a lei, si accorse, sottraendosi alla compassione assorta con cui stava osservando Hugh.

Il Nobile Horn le si era fermato accanto. Non la guardava, guardava Allia e Hugh, che la loro biondezza isolava da tutti gli altri presenti. Il viso lungo del vecchio era severo e calmo come sempre. Irene non disse nulla, sconcertata dalla curiosa ironia, o forse intimità, di quel commento. Poi si rivolse a lei. — Rimarrai a lungo con noi, questa volta, Irenadja?

— Soltanto finché potrò essere utile — rispose lei con sarcasmo. Poi se ne vergognò. Era stato Horn a dirle: — Il tuo coraggio trascende ogni elogio — e lei aveva conservato quelle parole come un tesoro, una protezione contro la protezione e il dubbio. Là, nell’altra terra, dove non riusciva a trovarsi una casa, non aveva pensato a chi gliele aveva dette, ma le aveva tenute strette a sé: il tuo coraggio, tu hai coraggio… Non costringerai tua madre a compiere la scelta che non può fare; non le chiederai l’aiuto che non può darti. Tu non hai bisogno di aiuto. Il suo coraggio trascende ogni elogio.

— Nobile Horn — disse, — vorrei essere andata alla Città quando… quando la gente poteva ancora andare.

— C’è più di una strada per la Città — disse lui.

— Tu ci sei mai stato?

Horn la guardò con gli occhi grigi e distanti.

— Sono stato alla Città. È per questo che vengo chiamato Nobile, perché ci sono stato — disse lui, gentile e freddo e calmo.

— Hai visto il Re?

— L’ombra — disse Horn. — Ho visto l’ombra luminosa del Re. — Ma la parola era femminile, quindi doveva indicare la Regina o la Madre; e nessuna delle parole che pronunciava aveva significato, e lei le comprendeva come non aveva mai compreso nulla, in vita sua. Gli occhi sempre distanti erano fissi nei suoi. Se tendessi la mano e lo toccassi, vedrei chiaramente, pensò Irene. Lo schermo scomparirebbe e io sarei tanto là che qui. Ma quella conoscenza mi distruggerebbe.

Gli occhi grigi di Horn dicevano gentilmente: Non toccarmi, bambina.

Qualcuno si stava avvicinando a loro, che stavano accanto al camino. Irene distolse lentamente lo sguardo da Horn e vide, con indifferenza, che era il Padrone Sark.

— Ora che Irena è qui, mio signore, possiamo parlare più liberamente al nostro ospite — disse il Padrone, con deferenza ma con tono ufficiale e impaziente.

Il vecchio lo guardò e, come sempre, parlò dopo una pausa. — Sta bene. Parlerai per noi e per lui, Irena?

— Sì — disse lei. Si sentiva liberata dallo stupore che l’aveva imprigionata tanto a lungo. Sentiva di potersi fidare di nuovo della propria volontà. Attrasse l’attenzione di Hugh; gli altri, ammutolendo, si raccolsero intorno al camino in un semicerchio irregolare. Allia era la più vicina a Hugh. Lui deviò lo sguardo da lei a Irene con gli occhi intenti e chiari, un po’ apprensivi, candidi come quelli di un bambino. Il Nobile Horn parlò, e Irene tradusse le sue parole e quelle di Hugh.

— Chiediamo il tuo servizio, chiediamo il tuo aiuto. Hugh annuì.

— Non abbiamo alcun diritto su di te. Se farai ciò che chiediamo, sarà per pura misericordia verso coloro ai quali non restano altre speranze.

— Capisco.

— Noi non potremo aiutarti, e sarai in pericolo.

Dopo un momento, Hugh disse: — Quale pericolo?

Irene non comprese interamente la risposta di Horn, ma la tradusse in inglese meglio che poté: — Noi che viviamo qui abbiamo paura… siamo la paura, ha detto… e quindi non possiamo affrontare il nemico… solo l’altro, lo straniero, può volgere la faccia… per la verità, non capisco cosa stia dicendo.

— Chiedigli chi è il nemico.

Irene lo chiese. Horn rispose: — L’occhio che vede dà la forma, la mente che sa dà i nomi. — Le sue parole vennero rese così in inglese, quando lei le riferì.

— Enigmi — disse Hugh con un sorriso. Rifletté, fece per formulare una domanda, e si trattenne; attese. La pazienza gli si addiceva, pensò Irene. C’era dignità in lui, sotto la goffaggine. Forse era parte della goffaggine.

— Che cosa gli darai da portare, mio signore? — chiese il Padrone.

— La spada che ho ricevuto, se la vuole — rispose Horn.

— Che cosa gli darai da dare, mio signore?

Irene aveva incominciato a tradurre a Hugh quella frase quando si accorse che il vecchio parlava, lentamente come sempre, ma con aspra enfasi: — Tu sei il nipote di tuo nonno, Sark, ma dove sono i figli di sua figlia?

— Tutti noi — disse il Padrone. — Tutti noi siamo suoi figli.

— I figli della paura. E quindi siamo legati. E le nostre mani destre sono inutili. Vorresti venderci di nuovo, Sark? Allia, porta la spada.

Allia attraversò la galleria, andò a una cassapanca che stava contro la parete interna, e s’inginocchiò, e aprì il coperchio.

La tensione tra Horn e il Padrone era così grande, e le sue origini erano così oscure a Irene, che non cercò neppure di tradurre a Hugh quelle ultime frasi che si erano scambiati. Come lui, rimase immota a guardare Allia.

Con il pallido vello di capelli fluttuanti, la ragazza riattraversò la galleria reggendo nelle mani un’esile, fulgida striscia di luce. Si fermò davanti al padre; lui indicò Hugh con un cenno breve e solenne. Allia si girò verso Hugh e sollevò un poco le mani; sorrideva, ma le sue labbra e il suo volto erano pallidi.

Hugh guardò la spada e disse sottovoce: — Mio Dio.

Senza sollevare lo sguardo verso Allia o Horn o Irene, afferrò l’impugnatura, goffamente e con un’espressione ostinata sul volto, e sollevò la spada dalle mani della ragazza. Era evidentemente pesante. Hugh non l’alzò, non cercò di provarla o di farla mulinare, ma la tenne impacciato in aria davanti a sé, come una barriera.

— Da questo devo dedurre — disse, con distacco, — che qualunque cosa dovrò affrontare, è reale.

— Credo di sì — mormorò Irene.

— Speravo che fosse magica. Sarebbe stato più facile. Ascolta. Sarà bene che dica loro che alle medie-superiori non ho fatto un corso di scherma.

Posò meticolosamente la punta della spada sul pavimento lucido, e tenne la mano sul pomolo, guardando l’impugnatura e la lama con un’espressione di riluttante rispetto. L’impugnatura splendidamente modellata sembrava fatta per la sua grossa mano; la lama era sottilissima e lunga. L’elsa, dove Irene cercava con gli occhi una guardia trasversale, come nelle spade dei libri illustrati, era una massiccia flangia ovale ornata da un cerchio di gemme gialle.

Finalmente, alzando lo sguardo dalla spada, Irene si accorse che era la prima a farlo. Il volto di Sark era contratto e invecchiato; Horn continuava a guardare imperturbabile.

— Dice che non è abile nel maneggiare le spade, mio signore — disse Irene, e provò un piccolo, strano piacere malizioso nel farlo, un senso di solidarietà con Hugh, contro Horn e tutti gli altri.

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