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Gli orrori di Omega [The Status Civilization - it]

Электронная книга - «Gli orrori di Omega [The Status Civilization - it]». Краткое содержание книги:

Questa è la storia di Will Barrent, che esiliato dalla Terra piomba in quel mondo d’incubo che è Omega. E’ un pianeta di fuorilegge, che ha una sua particolare religione, una sua precisa idea sugli svaghi, una sua assurda organizzazione sociale in base alla quale solo l’assassino più abile, più feroce, e più fortunato, in un mondo fatto di assassini, può aspirare alla ricchezza e al potere. Un mondo in cui le proprietà della vittima vengono per legge ereditate dall’uccisori. E su questo mondo Will Barrent cerca disperatamente i ricordi che gli hanno tolto, la ragazza che l’ha salvato dalla morte per due volte, e la speranza di poter un giorno tornare sulla Terra nonostante le terribili astronavi di pattuglia orbita attorno a Omega. Quando riuscirà ad arrivare sul suo pianeta, si troverà fronte a qualcosa più pericoloso ancora dei «Giochi» di Omega: i suoi ricordi, il suo condizionamento di terrestre, ma soprattutto l’esasperato conformismo di una civiltà che si è arrenata al raggiungimento della perfezione meccanica.
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«Parlate seriamente?»

«Certo. Sono stanco di stare a osservare una macchina che ogni giorno fa la stessa cosa. Molti dei professionisti che io conosco la pensano come me. Vogliono fare qualcosa. Una cosa qualsiasi. Voi sapete che un secolo fa astronavi pilotate stavano esplorando i pianeti degli altri sistemi solari?»

«Sì.»

«Ecco. È quello che dovremmo fare noi ora. Muoverci, esplorare, avanzare.»

«Sono d’accordo. Però non pensate di aver detto alcune cose piuttosto pericolose?»

«Lo so. Ma non me ne importa. Che mi portino su Omega se vogliono. Qui non posso fare niente di buono.»

«Voi avete sentito parlare di Omega?»

«Tutti quelli che lavorano alle astronavi sono a conoscenza di Omega. Viaggi di andata e ritorno Terra-Omega, ecco cosa fanno le nostre astronavi. Personalmente do la colpa al clero.»

«Al clero?»

«Nella maniera più assoluta. Questi pazzi santoni con le loro fandonie senza fine sulla chiesa dello Spirito dell’Umanità Incarnata. Ce n’è abbastanza per far desiderare l’inferno.»

(Cittadino Abbot Boeren, 51 anni, professione: ecclesiastico. Maestoso, rotondo, indossa una tunica zafferano e sandali bianchi.)

«Sì, figlio mio, sono l’abate della locale chiesa dello Spirito dell’Umanità Incarnata. La nostra chiesa è l’unica ed esclusiva espressione religiosa del governo della Terra. La nostra chiesa parla a tutti i popoli della Terra. È composta da tutte le migliori dottrine delle religioni primitive, maggiori e minori, mescolate in modo da formare una fede unica.»

«Cittadino Abbot, non sono sorte contraddizioni in una dottrina l’atta con diversi credi religiosi?»

«C’erano. Ma i fondatori di questa nostra chiesa hanno eliminato tutte le materie controverse. Noi vogliamo l’intesa, non il dissenso. Nella nostra religione non ci sono mai stati scismi perché noi accettiamo tutto. Si può credere in ciò che si vuole purché si conservi la fede nello spirito dell’Umanità Incarnata. La nostra fede è l’adorazione dell’Uomo. Lo spirito che noi riconosciamo è quello del divino e sacro Bene.»

«Volete darmi una definizione del Bene, Padre Abbot?»

«Certo. Il Bene è quella forza che abbiamo in noi e che ci ispira ad agire in conformità e nell’osservanza. L’adorazione del Bene è essenzialmente adorazione di se stessi, quindi è la sola e vera fede. L’Io che si adora è l’essere sociale ideale. L’uomo è felice di essere nella sua nicchia nella società, tuttavia è sempre pronto a migliorare il suo status. Il Bene è dolce, dato che è la pura riflessione dell’universo amorevole e pietoso. Il Bene cambia continuamente di aspetto, benché venga a noi in… Ma avete una strana espressione.»

«Scusate, Cittadino Abbot. Credo di aver già sentito questo sermone. Almeno, uno molto simile.»

«Ma è la verità. Ovunque la si ascolti.»

«Certo. Un’ultima domanda. Potete dirmi qualcosa sull’istruzione religiosa dei bambini?»

«Questo è un incarico svolto dai robot-confessori.»

«Sì?»

«Il metodo ci è giunto dall’antico Trascendentale Freudiano. Il robot-confessore istruisce i bambini e gli adulti alla stessa maniera. Ascolta i loro problemi ed è il loro amico costante e il loro istruttore religioso. Essendo robot, i confessori sono in grado di dare una risposta esatta a ogni domanda.»

«Capisco. E cosa fanno i preti umani?»

«Osservano i robot-confessori.»

«Questi robot-confessori sono presenti nelle classi chiuse?»

«Non sono competente per rispondere a questa domanda.»

«Ma esistono?»

«Veramente, non so. Le classi chiuse sono proibite ai preti come agli adulti.»

«Per ordine di chi?»

«Per ordine del capo della Polizia Segreta.»

«Capisco…»

(Cittadino Enyen Dravivian, 43 anni, professione: impiegato statale. Magro, occhi sottili, invecchiato e stanco oltre la sua età.)

«Buona sera, signore. Avete detto di essere un impiegato statale?»

«Esatto.»

«Nell’amministrazione dello stato o in quella federale?»

«In tutte e due.»

«Capisco. Occupate da molto tempo il vostro impiego?»

«Da circa diciotto anni.»

«Capisco. Volete dirmi esattamente in cosa consiste il vostro lavoro?»

«Certo. Sono il capo della Polizia Segreta.»

«Siete… ma certo, signore. Molto interessante. Io volevo…»

«Non cercate di impugnare la pistola, ex Cittadino Barrent. Vi posso assicurare che nella zona attorno a questa casa non funzionerebbe. E se cercaste di usarla ferireste voi stesso.»

«Come?»

«Anch’io ho i miei mezzi di protezione.»

«Come fate a sapere il mio nome?»

«So di voi fin quasi dal momento in cui avete messo piede sulla Terra. Non siamo completamente privi di risorse, dovreste saperlo. Potete entrare per discutere con maggiore comodità. Non volete entrare?»

«Preferirei di no.»

«Mi spiace, ma dovete farlo. Venite, Barrent. Non morsico.»

«Sono in arresto?»

«No. Entrate a far quattro chiacchiere. Accomodatevi.»

XXVIII

Dravivian lo fece accomodare in una grande sala rivestita con pannelli di legno. I mobili erano scuri, pesanti, di stile medioevale.

A una parete era appeso un arazzo rappresentante una scena di caccia.

«Vi piace?» chiese Dravivian. «I mobili sono dei miei genitori. Mia moglie ha copiato l’arazzo da un originale che si trova al Metropolitan Museuni. E i miei due figli hanno curato l’arredamento. Volevano mobili che ricordassero l’antica Spagna. Il mio contributo non è visibile. Mi occupo solo della musica barocca.»

«Oltre al lavoro di polizia» osservò Barrent.

«Sì, oltre a quello.»

Dravivian tornò a voltarsi verso l’arazzo.

«Parleremo di questo fra poco. Prima di tutto mi dovete dire cosa ne pensate di questa stanza.»

«È molto bella» disse Barrent.

«Sì. E poi?…»

«Be’… non sono un buon giudice.»

«Dovete giudicare» disse Dravivian. «In questa stanza potete vedere le civiltà della Terra in miniatura. Ditemi quello che ne pensate.»

«Mi sembra senza vita» disse Barrent.

Dravivian si volse verso Barrent e sorrise.

«Sì, esatto. E questa è la stanza di una persona di condizione elevata. Un gran lavoro creativo si è reso necessario per dar vita a questi archetipi antichi. La mia famiglia ha voluto ricreare un pezzo di Spagna del passato, come altri hanno voluto ricreare angoli della civiltà Maya, di Vecchia America, di civiltà Oceanica. Tuttavia la vacuità di tutto questo è evidente. Le nostre fabbriche producono gli stessi beni di anno in anno. Dato che tutti hanno le stesse cose è necessario, per migliorare, per esprimere la nostra personalità, modificare e abbellire da noi questi prodotti. Ecco cos’è la Terra, Barrent. Tutte le nostre energie e le nostre abilità sono incanalate verso scopi decadenti. Copiamo gli oggetti antichi e intanto le frontiere dei lontani pianeti rimangono inesplorate, non conquistate. Da lungo tempo abbiamo cessato di espanderci. La stabilità ha portato il ristagno in cui saremo costretti a soccombere. Siamo ormai così altamente socializzati che la spinta individuale si è rivolta verso gli scopi più inutili e allontanata da qualsiasi realizzazione davvero significativa. Penso che abbiate visto qualcosa da quando siete giunto sulla Terra.»

«Sì. Però non avrei mai pensato di sentirlo dire dal Capo della Polizia Segreta.»

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