Voci di Terra lontana [The Songs of Distant Earth - it]
- Автор: Кларк Артур Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Rizzoli
- Переводчик: Marco Paggi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Voci di Terra lontana [The Songs of Distant Earth - it]». Краткое содержание книги:
La storia è ambientata 1800 anni nel futuro, nel distante pianeta oceanico di Thalassa. Thalassa viene popolato da esseri umani tramite una navicella carica di embrioni, partita dalla Terra nel tentativo di salvare la razza umana. Il romanzo comincia con un’introduzione sui Thalassiani; Mirissa, un’attraente biologa marina, e il suo partner, Brant, mentre sono in barca vedono l’arrivo di una nave spaziale. È così che finisce la loro pacifica esistenza, con l’apparizione della Magellano, un’astronave proveniente dalla Terra che contiene un milione di persone ibernate. Gli eventi che portarono la Terra a salvare la razza umana sono spiegati nel libro tramite flash-back. Gli scienziati nel 1967 scoprirono che l’emissione di neutrini dal Sole, un risultato delle reazioni di fusione nucleare, erano molte meno di quelle che avrebbero dovuto essere. Meno di un decennio dopo venne confermato che non era un errore degli strumenti. Il Sole stava per trasformarsi in una nova nel giro di 3600 anni.
La tecnologia era abbastanza avanzata da permettere diverse spedizioni di navicelle contenenti embrioni di esseri umani e di altri mammiferi, oltre a robot per crescerli, verso pianeti che erano considerati abitabili. La spedizione di esseri umani vivi non era stata nemmeno presa in considerazione poiché, essendo la velocità della luce un limite insuperabile e le distanze dei pianeti molto elevate, la durata del viaggio sarebbe stata comunque di secoli. Si era deciso quindi di inviare navi cariche di embrioni, dette navi inseminatrici, insieme ad un gruppo di robot che arrivato a destinazione si sarebbe occupato di preparare il territorio e allevare gli esseri umani.
«Buona fortuna a loro; ne avranno bisogno. Puoi anche dir loro questo.
Non so più chi ha affermato che la reale funzione del motore quantico non è una cosa banale come il viaggio interstellare. Avremo bisogno dell’energia del motore quantico per impedire all’universo di collassare fino a riformare il buco nero primordiale… iniziando così un nuovo ciclo di esistenza.»
Cadde un riverente silenzio. Quindi Joan LeRoy ruppe l’incantesimo.
«Ciò non avverrà certo nel corso di questa amministrazione. Torniamo al lavoro. Abbiamo ancora parecchi megabyte da fare prima di andare a dormire.»
Ma non c’era il lavoro soltanto. Certe volte Kaldor si allontanava dalla biblioteca del Primo Atterraggio per svagarsi un po’. Faceva allora un giro per la galleria d’arte, oppure una visita guidata — dal computer — della Nave Madre (cambiando ogni volta itinerario per vedere quante più cose possibili), o andava a ritroso nel tempo visitando il museo.
C’era sempre una lunga fila davanti al padiglione della Terra. Moses Kaldor si sentiva a volte un po’ colpevole perché ricorreva alla sua posizione di privilegio per passare davanti a tutti. Si consolava dicendosi che i Thalassani avevano tutta la vita per ammirare i panorami di un mondo che non avevano mai conosciuto; lui invece disponeva di qualche mese soltanto in cui poter rivedere la patria perduta.
Incontrò molte difficoltà a convincere gli amici che lui, Moses Kaldor, non aveva mai visto i luoghi di cui talvolta ammiravano insieme le riproduzioni. Tutto ciò che si vedeva risaliva ad almeno ottocento anni prima della nascita di Kaldor, perché la Nave Madre aveva lasciato la Terra nel 2751, e Kaldor era nato nel 3541. Eppure certe volte sentiva un tuffo al cuore, e i ricordi l’assalivano con forza quasi insopportabile.
Tra le scene che maggiormente lo turbavano vi era quella intitolata «Caffè all’aperto». Ci si sedeva a un tavolino, sotto una pergola, bevendo vino o caffè mentre la vita della città scorreva proprio lì accanto. Fin quando restava seduto non c’era assolutamente modo di riconoscere la finzione dalla realtà.
Le grandi città della Terra erano in quel padiglione come restituite alla vita. Roma, Parigi, Londra, New York… d’estate e d’inverno, di notte e di giorno, osservava turisti e commercianti e studenti e innamorati andare ciascuno per la propria strada. Spesso costoro si accorgevano di venir ripresi, e allora gli sorridevano attraverso i secoli, e non rispondere era impossibile.
In altre scene non c’era invece nessuno; anche i manufatti dell’uomo erano assenti. Moses Kaldor poteva allora guardare, così come aveva fatto in quella sua altra vita, l’acqua vaporizzata delle cascate Vittoria, o la luna che sorgeva sopra il Grand Canyon, le nevi dell’Himalaya, le montagne di ghiaccio dell’Antartico. A differenza delle città, questi panorami non erano cambiati da mille anni a questa parte. E sebbene già esistessero prima dell’Uomo, non gli erano sopravvissuti.
28. La foresta sommersa
Lo scorpione di mare pareva non aver fretta; la prese con comodo, tanto che gli ci vollero dieci giorni per percorrere cinquanta chilometri. Quasi subito la piccola emittente sonar che era stata assicurata — non senza difficoltà — al carapace dell’animale infuriato rivelò una cosa strana. Lo scorpione si muoveva sul fondo del mare in modo perfettamente rettilineo, come se sapesse benissimo dove aveva intenzione di andare.
Parve evidente che avesse raggiunto la sua destinazione — qualunque essa fosse — a duecentocinquanta metri di profondità. Poi lo scorpione continuò a muoversi, ma sempre aggirandosi in un’area molto ristretta. Ciò per altri due giorni dopo di che il segnale cessò all’improvviso.
Che lo scorpione fosse stato divorato da qualche altro animale ancora più grosso e più feroce era una spiegazione troppo semplicistica. La trasmittente era racchiusa entro un solido cilindro di metallo; denti, zanne e tentacoli — per quanto poderosi — avrebbero impiegato almeno qualche minuto per romperlo, e inoltre l’apparecchio avrebbe continuato tranquillamente a funzionare se qualche grosso animale l’avesse inghiottito intero.
Rimanevano dunque due sole possibilità, la prima delle quali fu respinta con indignazione dal personale del Laboratorio Subacqueo dell’Isola Settentrionale.
«Ogni singolo componente aveva un suo duplicato» disse il direttore.
«Inoltre, abbiamo ricevuto l’impulso diagnostico soltanto due secondi prima dell’interruzione del segnale, e tutto era normale. Quindi è escluso che si tratti di un guasto.»
Rimaneva allora soltanto l’altra spiegazione, quella impossibile.
L’emittente era stata spenta. E per far questo bisognava aprire una serratura.
Una serratura non si apre per caso; accade forse per caso se ci si traffica intorno, ma normalmente si apre solo quando qualcuno la vuole aprire.
La Calypso, un venti metri a due scafi paralleli, era non solo la più grande, ma anche l’unica nave oceanografica di Thalassa. Di solito stava alla fonda sull’Isola Settentrionale, e ciò diede a Loren occasione di notare gli amichevoli sfottimenti tra il personale scientifico della nave e gli ospiti di Tarna, che venivano considerati alla stregua di ignoranti pescatori. Dal canto loro, quelli dell’Isola Meridionale coglievano ogni occasione per vantarsi di essere loro quelli che avevano scoperto lo scorpione di mare.
Loren non si prese la briga di far osservare che la verità era un’altra.
Fu un piccolo trauma rivedere Brant, anche se Loren avrebbe dovuto aspettarselo, in quanto sapeva che Brant si era occupato dell’equipaggiamento della nave. Si salutarono con fredda cortesia, senza badare agli sguardi curiosi o divertiti degli altri passeggeri. C’erano ben pochi segreti su Thalassa; ormai tutti sapevano chi occupava la miglior camera degli ospiti di casa Leonidas.
L’apparecchiatura pronta sul ponte di poppa sarebbe stata familiare a ogni oceanografo degli ultimi duemila anni. Era costituita da un telaio di metallo sul quale erano assicurate tre telecamere, un cestello di filo metallico in cui mettere i campioni raccolti dal braccio meccanico a controllo telecomandato e alcuni idrogetti che permettevano di spostarsi in ogni direzione. Una volta calata in acqua, l’apparecchiatura inviava immagini e dati alla nave attraverso fibre ottiche il cui spessore complessivo non superava quello di una mina da matita. La tecnologia era vecchia di secoli, ma ancora perfettamente all’altezza.
Ora la terra era fuori vista, e per la prima volta Loren si trovò completamente circondato dall’acqua. Ripensò a quanto l’aveva preoccupato la gita con Brant e Kumar, quando si erano allontanati sì e no un chilometro dalla spiaggia. Ma questa volta, notò con soddisfazione, si sentiva molto più a suo agio malgrado la presenza del rivale. Forse anche perché l’imbarcazione era parecchio più grande…
«Strano» disse Brant. «Non avevo mai trovato i sargassi così a ovest.»
In un primo momento Loren non vide nulla; poi si accorse che, a prua, sull’acqua c’era qualcosa di scuro. Qualche minuto dopo l’imbarcazione si trovò circondata dalla vegetazione galleggiante, e il capitano dovette ridurre la velocità al minimo.
«Comunque siamo quasi arrivati» disse. «Inutile intasare le prese d’acqua con quella roba. D’accordo, Brant?»
Brant regolò un cursore sullo schermo e fece qualche calcolo.
«Sì… siamo a cinquanta metri soltanto dal punto in cui emittente ha cessato di trasmettere. Profondità duecentodieci. Caliamo il pesce in mare?»
«Un momento» fece uno scienziato dell’Isola Settentrionale. «Abbiamo investito un mucchio di tempo e di soldi in quella macchina, che è unica al mondo. E se finisse per impigliarsi nei sargassi?»
Vi fu una pausa di pensieroso silenzio; quindi Kumar, che era stato insolitamente zitto forse perché messo in soggezione da quelli dell’Isola Settentrionale, prese la parola con una certa diffidenza.