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Le avventure di Cipollino

Электронная книга - «Le avventure di Cipollino». Краткое содержание книги:

Un monello che fa piangere chi gli strappa i capelli e un principe acido, cattivo e poco furbo sono i due antagonisti di questo memorabile romanzo del 1952. La posta in gioco dello scontro fra Cipollino e Limone è nientemeno che la libertà di un popolo intero, composto di pomodori, ciliegie, fagiolini e vecchie talpe. Incantate come una fiaba, lunghe come un romanzo, divertenti come un cartone animato, Le avventure di Cipollino sono un libro unico, nato nell'atmosfera di entusiasmo e di speranza del secondo dopoguerra. La trama è lineare: i buoni, vessati dal tiranno e oppressi da regole insensate, guidati dal giovane Cipollino riusciranno a sconfiggere i cattivi a colpi di scherzi, beffe e piani geniali, senza mai ricorrere alla violenza. Ma l'intento di Gianni Rodari, non è mettere in scena una lotta tra il male e il bene: è quello di dimostrare che una società giusta sia possibile, auspicabile e anche più divertente per tutti. Età di lettura: da 8 anni.
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La vista del terribile becco gli ricordò improvvisamente la triste fine di Ragno Zoppo. Sette e mezzo versò una lacrima alla sua memoria, poi fece per alzarsi e allora si accorse che la sua mezza zampa era rimasta incastrata sotto un peso che la schiacciava. Scoprì la bi saccia che Ragno Zoppo gli aveva gettato al collo prima di morire, e che non aveva avuto il tempo di osservare prima. Gli vennero in mente anche le ultime parole del valoroso postino:

— Porta il messaggio a…

— A chi? — si domandò Sette e mezzo. — E quale messaggio? Non farei meglio a gettare questa bisaccia nel primo fosso e tornarmene nella mia fogna? Là non vi sono passeri, non vi sono galline. Ci sarà un brutto odore, ma almeno non ci sono pericoli. Guarderò nella bisaccia, ma soltanto per curiosità.

Cominciò a leggere i messaggi e a mano a mano che procedeva nella lettura gli venivano le lagrime agli occhi e doveva asciugarsele per poter continuare a leggere.

— E non mi aveva detto niente! E io che gli facevo perdere tempo con le mie chiacchiere, mentre aveva una missione così importante da portare a termine. No, no, è chiaro: per colpa mia Ragno Zoppo è morto, tocca ora a me recapitare i suoi ultimi messaggi. E se io pure dovrò morire, avrò almeno fatto qualcosa per onorare la memoria di un fedele amico. Ho conosciuto suo padre nelle cucine del palazzo del Governatore: gran brava persona! Ho pianto sulla sua macchia, a metà strada tra il pavimento e il soffitto!

Si mise dunque in istrada, senza nemmeno ricordarsi di dormire e verso l'alba giunse al Castello. Trovò facilmente la strada del solaio e lì fu accolto con molte feste da Ragno Cugino, a cui narrò tutte le sue avventure. Insieme recapitarono i messaggi a Ciliegino, che viveva sempre in soffitta per castigo. Poi Ragno Cugino propose a Sette e mezzo di passare tutta l'estate al Castello e il vecchio chiacchierone accettò volentieri: la strada del ritorno gli metteva troppa paura.

Capitolo XXVI

Alla fine, poveracci, scappano pure i Limonacci

Una mattina il Limonaccio che portava a Cipollino la zuppa di pane e acqua, dopo aver deposto per terra la ciotola, si assicurò che la porta della cella fosse ben chiusa e che nessuno potesse ascoltare, e alla fine bisbigliò:

— Tuo padre sta male. E' molto ammalato.

Cipollino avrebbe voluto saperne qualcosa di più, fare delle domande. Ma il Limonaccio aggiunse solo che Cipollone non si poteva muovere dalla sua cella. E concluse:

— Bada bene di non dire a nessuno che te l'ho fatto sapere. Potrei perdere il posto, e ho una famiglia da mantenere.1

Cipollino non rifiatò. Evidentemente non bastava la divisa a fare un Limonaccio. Il carceriere, in fondo, era solo un padre di famiglia che non aveva trovato un mestiere migliore per mantenere i suoi figli.

Più tardi i prigionieri uscirono in cortile per la passeggiata e cominciarono come al solito a girare in tondo in tondo, mentre un Limonaccio segnava il passo battendo il tamburo:

— Uno… due… uno… due…

— Uno… — pensava Cipollino, — il Ragno postino è scomparso senza dar notizie di sé. Sono passati dieci giorni dalla sua partenza e ormai è certo che non ritornerà più. Non ha consegnato il messaggio, altrimenti la Talpa sarebbe già arrivata. Uno… due… Il babbo è malato e non c'è da pensare a farlo fuggire. Come trasportarlo? Come curarlo? Chissà per quanto tempo ci toccherebbe vivere alla macchia, senza medici e senza medicine. Caro Cipollino, lascia ogni speranza e rassegnati a passare il resto della tua vita in prigione. — E a restarci anche dopo morto, — aggiunse mentalmente, dando un'occhiata al cimitero della prigione di cui si vedevano i cipressi spuntare dal muro del cortile.

Quel giorno la passeggiata sembrava anche più triste del solito. I detenuti, nelle loro divise a strisce bianche e nere, camminavano con le spalle curve, e nessuno tentava nemmeno di attaccare col vicino, sottovoce, le solite conversazioni. Come per accompagnare la tristezza generale cominciò anche a piovere, ma i prigionieri non potevano mettersi al riparo perché la passeggiata si doveva fare con qualunque tempo.

A un tratto Cipollino si senti chiamare per nome da una ben nota voce nasale.

— La Talpa! — pensò, mentre il sangue gli dava un tuffo per la gioia.

— Al prossimo giro, rallenta, — aggiunse la voce.

Cara, vecchia Talpa, ce l'hai fatta.

Cipollino affrettò il passo e urtò col piede il detenuto che gli camminava davanti. Questi si volse e protestò:

— Mi hai preso per un pallone?

— Passa la voce, — bisbigliò Cipollino, — tra un quarto d'ora saremo tutti fuori della prigione.

— Ma sei matto?

— Fa come ti dico. State pronti. Si fugge durante la passeggiata. Fidati di me.

Il detenuto pensò che a fidarsi non ci perdeva nulla. Prima che il giro fosse terminato, il passo dei prigionieri era diventato più energico, più vivace. Le spalle si erano raddrizzate. Perfino il Limonaccio che suonava il tamburo se ne accorse, e credette bene di elogiare gli ergastolani:

— Così, così, — gridò, — fuori il petto, dentro la pancia, indietro quelle spalle… Uno… due… uno… due…

Non sembrava più la passeggiata di un gruppo di detenuti, ma la marcia di un plotone di soldati.

Quando Cipollino giunse al punto in cui aveva udito la voce della Talpa rallentò.

— La galleria è pronta. L'imboccatura si trova un passo a sinistra dei tuoi piedi. Non hai che da saltare e la terra sprofonderà, perché ne abbiamo lasciata solo una crosta sottilissima.

— Cominceremo al prossimo giro, — rispose Cipollino.

La Talpa disse ancora qualcosa, ma Cipollino era già passato oltre.

Urtò di nuovo col piede il detenuto che gli camminava davanti e i bisbigliò:

— Al prossimo giro, quando ti urto col piede, gettati un passo a I sinistra e salta battendo forte per terra.

Il prigioniero avrebbe voluto fare delle domande, ma in quel momento il Limonaccio che suonava il tamburo guardava proprio dalla sua parte.

Bisognava fare qualcosa per distrarlo. Subito un prigioniero gridò.

— Ahi!

— Che cosa succede? — strepito il Limonaccio voltandosi di scatto.

— Mi hanno pestato un callo.

Mentre il Limonaccio scrutava minacciosamente la fila per cercare il colpevole, alle sue spalle Cipollino diede il segnale: il detenuto balzò fuori della fila, picchiò i piedi in terra e sprofondò. Rimase un'apertura abbastanza larga perché ci potesse passare un uomo e Cipollino fece correre la voce:

— Ad ogni giro fuggirà un prigioniero, quello che io urterò col piede.

Così fu. Ad ogni giro un prigioniero balzava a sinistra, saltava nel buco e scompariva. Per prevenire il pericolo che il Limonaccio se ne accorgesse, dall'altra parte c'era sempre qualcuno che strillava forte forte:

— Ahi! Ahi!

— Che succede? — tuonava il Limonaccio.

— Mi hanno pestato un callo! — rispondeva una voce lamentosa.

— Questa mattina non fate altro che darvi pedate. State più attenti.

Dopo cinque o sei giri, il Limonaccio cominciò a sentirsi piuttosto inquieto. Guardava il cerchio dei prigionieri che gli facevano intorno il solito girotondo e pensava:

— Strano, giurerei che la fila si è accorciata.

Poi trovava che la sua era proprio una stupida fissazione. Ma subito dopo ripeteva:

— Eppure, eppure mi sembrano di meno.

Per convincersi che la sua impressione era sbagliata cominciò a contare i prigionieri; ma siccome questi giravano in tondo, gli capitò di non ricordarsi da quale aveva cominciato a contare e li contò due volte.

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