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READ-E-BOOK » Научная фантастика » Camminavano come noi [They Walked Like Men - it]
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Camminavano come noi [They Walked Like Men - it]

Электронная книга - «Camminavano come noi [They Walked Like Men - it]». Краткое содержание книги:

La crisi degli alloggi, che deve essere molto sentita anche negli Stati Uniti, ha probabilmente ispirato a Clifford Simak questo suo recentissimo libro, dove si dimostra come la sempre più difficile situazione in cui si trovano gli abitanti delle moderne metropoli possa avere, in realtà, un’origine extraterrestre, possa dipendere dalle oscure manovre di una razza d’invasori spaziali. E che l’umanità debba infine la sua salvezza non alla propria intelligenza o alle proprie armi, ma a un’altra «razza», tra le meno nobili del nostro pianeta, non è che una delle molte trovate di questo ironico e movimentato romanzo.
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— Grazie, Joe. Credo che riusciremo a cavarcela — dissi.

Ma non ne ero tanto sicuro. Se appena fossimo scesi il Cane si fosse messo a parlare, facendosi sentire da Liggett, sarebbe stato un bel pasticcio. E poi, in macchina c’era il fucile, con il caricatore mezzo pieno e la canna sporca di polvere dei proiettili sparati. Avrei dovuto spiegare perché avevo sparato e a chi, e perché mi portavo a spasso un fucile. In tasca avevo anche una pistola carica, e in un altra tasca c’erano i proiettili sia del fucile che della pistola. Come mi sarei giustificato? Un cittadino onesto, animato da intenzioni pacifiche, non se ne va in giro con un fucile in macchina e una pistola carica in tasca.

E c’era dell’altro. La telefonata che Joy aveva fatto a Stirling. Se la polizia ci si metteva di lena, l’avrebbe ben presto scoperta. Inoltre, chiunque tra i vicini di Joy, venuti fuori a causa del baccano, avrebbe potuto testimoniare di aver visto la macchina ferma di fronte alla casa, e come fosse schizzata via subito dopo, a tutto gas.

Pensai che avremmo dovuto dire a Liggett qualcosa di più, o essere franchi nelle risposte. Se voleva farci cadere in contraddizione tramite interrogatorio, avrebbe trovato mille appigli.

Ma se gli avessimo svelato solo una parte della verità, ci avrebbero trattenuto per ore e ore, sbellicandosi dal ridere alle nostre affermazioni o cercando di tradurle in qualcosa di più concreto e intelligibile. Poteva succedere di tutto, e finché fossimo riusciti ad allungare i tempi, c’era ancora la possibilità che saltasse fuori qualcosa che preparasse il terreno alle nostre rivelazioni.

Quando avevo aperto la scatola delle cartucce, alcune erano cadute sul pavimento. Stirling le aveva raccolte: ma poi le aveva date a me, o se l’era messe in tasca, o le aveva lasciate sul banco? Mi sforzai disperatamente di ricordare, ma senza successo. Se gli inquirenti avessero scovato quelle cartucce, avrebbero potuto collegare il mio fucile al laboratorio, e questo non avrebbe fatto che rafforzare i loro sospetti.

Se solo ci fosse stato tempo, avrei potuto spiegare tutto. Ma non ce n’era. Le spiegazioni, poi, avrebbero sollevato un vespaio, tra indagini e interrogatori, con lo scetticismo a condire tutto. Quando alla fin fine avessi deciso di vuotare il sacco, la sede avrebbe dovuto essere qualcos’altro che un posto di polizia.

Non c’era speranza di riuscire, da solo, a districare quella matassa. Dovevo trovare qualcuno che ne fosse in grado. Spiace dirlo, ma i piedipiatti non erano il soggetto adatto.

Diedi ancora un’occhiata in giro per il laboratorio, cercando il sacco. In quel momento, con la coda dell’occhio notai qualcosa che si muoveva strisciando nel lavabo. Ebbi la netta sensazione che una forma nera, simile a una lumaca, avesse sporto la testa al di sopra del margine del lavandino per guardare intorno, ritirandosi subito dopo.

— Andiamo? — disse Liggett.

— Certo — risposi.

Presi Joy per un braccio. Tremava; non visibilmente, ma lo percepivo.

— Coraggio, tesoro — dissi. — Il tenente vuole solo una dichiarazione.

— Da ognuno di voi — aggiunse Liggett.

— Anche dal cane? — chiesi. Dalla sua espressione capii che avrei fatto meglio a tenere il becco chiuso.

Ci avviammo. Quando fummo alla porta, Joe disse: — Parker, sei sicuro che non ci sia niente da dire al Vecchio?

Mi voltai a osservare lui e il poliziotto, e risposi sorridendo: — No, niente da dichiarare.

Uscimmo. Noi davanti, Joe e Liggett dietro. L’investigatore chiuse a chiave la porta del laboratorio.

— Voi due precedetemi alla centrale con la vostra auto — ordinò Liggett. — Io vi seguirò con la mia.

— Grazie — dissi, per quel gesto di fiducia. Scendemmo le scale.

— Il Cane! — mi sussurrò Joy.

— Lo metterò a tacere — risposi.

Fino a tempi migliori, avrebbe dovuto limitarsi a fare la parte del cucciolo giocherellone. La situazione era già abbastanza grave, senza che ci si mettesse pure lui.

Ma non c’era di che preoccuparsi.

Il sedile posteriore era vuoto. Non c’era più alcuna traccia del Cane.

24

Il tenente ci fece entrare in una stanza, o per meglio dire un buco, e ci lasciò soli.

— Sarò di ritorno fra un minuto — disse.

La stanza era piccola. Un tavolo minuscolo. Le sedie, scomode. C’era poca aria e poca luce. Faceva freddo.

Joy, pur essendo spaventata, era brava a non lasciarlo vedere.

— E adesso? — mi chiese.

— Non so — risposi. Poi aggiunsi: — Mi spiace di averti coinvolta.

— Ma non abbiamo fatto niente di male — commentò.

Proprio così. Non avevamo fatto niente, e tuttavia c’eravamo dentro fino al collo. Avevamo anche validissime spiegazioni per chiarire la faccenda, ma chi ci avrebbe creduto?

— Berrei volentieri qualcosa — disse Joy.

Anch’io. Ma non lo dissi.

I secondi passavano con estenuante lentezza. Pensavo a Carleton Stirling. Era stato uno dei miei migliori amici, un tipo straordinario. Cominciavo ora a rendermi conto della sua scomparsa. Non sarei più andato da lui, al laboratorio, a guardarlo lavorare, ad ascoltarlo.

Anche Joy doveva star pensando alla stessa cosa, perché chiese: — Pensi che sia stato qualcuno a ucciderlo?

— Non qualcuno — precisai. — Qualcosa.

Ero sicuro che erano state quelle sfere che gli avevo portato, avvolte nel sacco di plastica, ad ammazzarlo. Ero stato proprio io a portargli la morte.

— Tu non ne hai colpa — disse Joy. — Come potevi immaginare?

Vero, ma la considerazione non mi era d’aiuto. In quel momento la porta si aprì, ed entrò il Vecchio, da solo.

— Venite — disse. — Tutto a posto. Non sarete torchiati.

Ci alzammo e ci avvicinammo alla porta. Avevo un’aria interrogativa. Il direttore scoppiò in un risolino: — Oh, non c’è stato bisogno di usare la mia influenza per tirarvi fuori.

— E allora come si spiega? — chiesi.

— Il medico legale ha accertato che la morte è stata causata da un attacco cardiaco.

— Stirling non soffriva di cuore — dissi.

— Non hanno trovato niente. Dovevano pure attribuire la morte a qualche causa.

— Andiamo via — proruppe Joy. — Questo posto mi deprime.

— Sali in ufficio — mi disse il capo. — Mentre ti scoli un bicchiere, vorrei chiederti un paio di cose. Vieni anche tu, Joy, o hai fretta di tornare a casa?

Joy trasalì. — Vengo anch’io, grazie — disse.

Sapevo perché Joy rabbrividiva. Non voleva tornare dentro quella casa, dove aveva sentito il rumore di quegli esseri che si aggiravano nel giardino. Temeva di sentirli ancora, anche se non ci fossero stati.

— Porta Joy con te — dissi al boss. — Ti seguo con la sua macchina.

Una volta all’aperto, fummo tutti piuttosto taciturni. Mi aspettavo che il Vecchio facesse domande sulla mia macchina saltata in aria, e magari su un sacco di altre cose, ma disse solo qualche frase di circostanza. Idem in ascensore, mentre salivamo al suo ufficio. Quando entrammo, si diresse direttamente all’armadietto bar e tirò fuori il necessario.

— Per te scotch, Parker — si ricordò. — E per te, Joy?

— Lo stesso, grazie — rispose Joy.

Ci servì da bere, ma non andò a sedere alla scrivania, e si mise su una delle sedie con noi. Probabilmente non voleva assumere il tono ufficiale del capo, in quell’occasione. A volte rasentava il ridicolo con le sue professioni di umiltà; altre volte, non gliene restava un briciolo.

Si capiva che voleva dirmi qualcosa, ma non sapeva da dove cominciare. Da parte mia, non feci niente per aiutarlo. Rimasi a sedere, rigirando il bicchiere tra le mani, continuando a chiedermi se sapesse qualcosa o se avesse una minima idea di ciò che stava accadendo.

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