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Voci dal nulla [Fool's Run - it]

Электронная книга - «Voci dal nulla [Fool's Run - it]». Краткое содержание книги:

Rinchiusa nell’Avemo, il più impenetrabile carcere orbitale di massima sicurezza dell’intera galassia, Terra Viridian sconta la sua condanna senza poter sfuggire alla visione che le ha fatto massacrare senza motivo apparente più di millecinquecento persone. Una visione apocalittica, che lei stessa non comprende e all’esistenza della quale nessuno crede, ma la cui voce può significare un contatto totalmente nuovo per il genere umano. La scena cambia quando intorno a Terra iniziano ad agire strani personaggi: il Mago, capace di suonare Bach per ore e ore immerso in una profonda trance, Aaron, il poliziotto alla ricerca della gemella di Terra -Viridian misteriosamente scomparsa, e la Regina di Cuori, la musicista mascherata in grado di plasmare sonorità sempre nuove. Solo quando tutti questi destini si incroceranno nell’Averno, guidati da una voce a loro sconosciuta, arriverà il momento di giocare l’ultima partita.
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La Regina di Cuori aprì gli occhi l’istante successivo, ammiccando, senza aver l’aria di accorgersi dell’attenzione del Mago. — Dove siamo? — Consultò il quadro comandi, poi si passò con aria stanca e assente le dita fra i capelli e continuò finché la capigliatura le galleggiò attorno languidamente, come un’alga marina. Adesso tutti la guardavano incantati, persino Quasar.

— Ancora un’ora — disse il Mago.

Lei annuì, soffocò uno sbadiglio, con gli occhi sullo schermo. — Avevo dimenticato quant’è bello, quassù — mormorò. — Non ero più stata nello spazio dalla tournée dei Cygnus, due anni fa.

— Quando hai imparato a fare l’ufficiale di rotta — disse il Mago. Lei sembrò cogliere una sfumatura insolita nella sua voce; si girò verso di lui, sorridendo, ma esitò leggermente prima di rispondere, e lui non riuscì a penetrare il sorriso di quegli occhi.

— Quando ho imparato a navigare nello spazio. Sì. Vi ho portati fin qui, Magico Capo. Non ho dimenticato quello che ho appreso, vero? È come guidare una bicicletta. Almeno, così dicono; in vita mia non ho mai guidato una bicicletta. Ma come mai secondo te ci sono cose che bisogna studiare e ristudiare, e cose che non si dimenticano più? Si può dimenticare una lingua, ma non si dimentica l’addizione e la sottrazione. O i suoni… non si dimentica la differenza fra il canto di un uccello e la voce umana.

— Non lo so — disse il Mago, confuso dalla sua affabile parlantina. — Sarà l’istinto.

— La matematica non è istinto — disse il Professore in tono sprezzante.

— Pensavo più che altro alla bicicletta. Il senso dell’equilibrio collegato all’istinto di sopravvivenza.

— Che cos’è… — cominciò Quasar; il Professore le rispose senza lasciarle finire la domanda.

— Come respirare. Respiri per vivere; smetti di farlo, e muori. Ma non è un atto compiuto consapevolmente. Finché vivi, respiri. O lo fa il tuo corpo. Come allontanare di scatto la mano dal fuoco. O scappare da un pericolo.

Quasar annuì, esaminando una rigatura sull’unghia. Prese di tasca il tubetto di smalto. — Mi è capitato di scappare da un pericolo. E quella volta ho imparato una cosa bizzarra. Quando scappi, scappi verso il passato, non raggiungi mai il futuro. Il passato corre più veloce di te, e aspetta che tu lo raggiunga. Devi sottrarti al pericolo camminando, devi uscire dal passato. Perché quando scappi guardi indietro, ma quando cammini guardi al futuro.

Il Professore e il Mago si scambiarono un’occhiata. — Direi che è un istinto di sopravvivenza — disse il Professore.

La Regina di Cuori raccolse i capelli fluttuanti e se li legò alla nuca. — Come fai a sapere queste cose? — chiese a Quasar. La sua voce suonò brusca, quasi sgarbata, all’orecchio del Mago. Quasar rimise a posto il pennello con uno scatto secco.

— Le so. — Guardò il puntino di luce davanti a loro, sulla rotta del Pianto volante. Poi sorrise, con occhi cupi, irridenti. — Guarda te stessa. Noi eravamo nel tuo passato. Sei tornata da noi. Il Giocatore ti ha trovata e ti ha riportata indietro. Perché?

“Perché la musica del Mago doveva essere suonata.”

— E questo — mormorò il Professore — rende il Mago un megalomane, né più né meno che il GLM.

— Come? — disse il Mago, sorpreso. Il Pianto volante cantò delicatamente; il Mago distolse lo sguardo dallo schermo e ruotò sul seggiolino per accostarsi al quadro comandi e rispondere al messaggio sulla tastiera. Tornò nella posizione di prima; il Professore ruppe il silenzio.

— Ebbene?

— Ebbene, cosa?

— Cos’ha detto?

— Oh, due parole di cortesia. Una spaziolancia è entrata nel campo dell’analizzatore. — Alzò improvvisamente lo sguardo. — Cos’è questa storia che sono un megalomane?

— Quasar ha mai detto qualcosa che avesse un senso? — ribatté il Professore. — I suoi occhi si spalancarono, mentre lei toglieva di nuovo il cappuccio al tubetto di smalto. — No! Non farlo! Ritiro tutto, scusami…

— Non basta per ammansirmi.

— Vieni in cucina. No, meglio ancora, nella stiva. Nebraska ha messo laggiù tutto lo scotch.

— Mi trascinate in un carcere spaziale. Non mi permettete di fumare. E poi mi insultate. Per questo, inonderò tutto il Pianto volante di goccioline viola galleggianti.

Adesso il Mago le dedicava tutta l’attenzione; metà allarmato, metà ridendo, con le mani alzate a palme aperte in segno di pace, la supplicò senza parlare. Lo sguardo bruciante di Quasar mandò un lampo folle. La Regina di Cuori sollevò languidamente la mano e le sottrasse abilmente il tubetto di smalto.

— Che cos’è? Ma è meraviglioso! Non ho mai visto niente di simile. È nuovo? Hai altre tinte? Non hai un colore che si intoni ai miei capelli?

— Non hai un colore che si intoni al mio fulmine? — chiese umilmente il Professore. Quasar, divertita, rabbonita, lo guardò in cagnesco, poi scaricò la sua irrequietezza sulla Regina di Cuori.

— Ho un colore che si intona alla tua maschera.

La Regina di Cuori si sfiorò la guancia con aria incerta. — La mia vernice per il viso?

— La tua maschera. So quel che dico. Non te la togli mai, davvero. Nemmeno per fare l’amore.

— Quasar — disse il Mago, anche se nello stesso tempo la sua mente si soffermava a esplorare quella possibilità.

— Vedete la vernice — disse Quasar, testarda. — Ma non vedete i suoi occhi.

— Certo che li vedo — disse il Professore. — Sono spalancati davanti a me, e sorridono. Non è altro che il suo viso da palcoscenico. Il viso di uno dei migliori cubisti del mondo. La gente lo riconosce dappertutto. È un simbolo.

— Cos’è un simbolo?

— Il suo viso d’oro. Qualcosa che significa qualcos’altro. Qualcosa a cui reagisci senza pensare. Come un istinto, ma culturale, anziché biologico.

— Comment?

— Un oggetto fisico o un disegno che rappresenta un’emozione, una credenza, un rituale, un’esperienza culturale…

— Che lingua parli? — chiese gelidamente Quasar. Il Professore sospirò.

— Magico Capo…

Il Mago aprì una tasca nel bracciolo del seggiolino del comandante. Sul palmo della mano galleggiava oro. Lui alzò l’oggetto fra indice e pollice: un piccolo cerchio perfetto. Il Professore glielo prese, sorridendo.

— Un anello nuziale. Dove l’hai trovato?

— Apparteneva alla mia bis-bisnonna. Una volta l’ho portato davvero. Ora è solo carburante di riserva, se mai mi trovo bloccato da qualche parte senza crediti. — Aggiunse, rivolto a Quasar: — È un simbolo: un uomo e una donna si scambiano un anello d’oro come promessa di amarsi e fare l’amore solo fra loro per tutta la vita.

Quasar sollevò le sopracciglia, disgustata. — Tu non l’hai mai fatto, Magico Capo. Vero? — Il Mago storse la bocca. Ripose l’anello. Nebraska fluttuò su di lui come un angelo. — Fatto cosa? — chiese interessato.

— Sto cercando di spiegare a Quasar cos’è un simbolo — disse il Professore.

— Perché?

— Lasciamo perdere.

— È facile — disse Nebraska, lisciandosi un baffo fuori posto. — È come un ferro di cavallo. Inchioda un ferro di cavallo sulla porta, e ti porterà fortuna.

— Questa è superstizione, non un simbolo.

— D’accordo, l’arcobaleno, allora. È un simbolo di buona fortuna. Oppure un quadrifoglio.

— Cercavo un esempio un pochino più profondo.

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