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Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]

Электронная книга - «Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]». Краткое содержание книги:

Otto milioni di copie vendute per otto libri pubblicati: un record che nessun altro autore fantastico e fantascientifico ha mai eguagliato. Abraham Merritt, che siamo lieti di presentare sulle pagine di « Futuro » con uno dei suoi più noti capolavori, è una figura dominante nella letteratura immaginativa americana. Capostipite di una «scuola» che ha fra i suoi esponenti Fritz Leiber, Jack Vance ed Ira Levin, è il più grande ed affascinante creatore di mondi fantastici. Mondi dimenticati in luoghi inaccessibili, nascosti tra le pieghe del tempo, perduti tra i labirinti di altre sconosciute dimensioni. « Gli abitatori del miraggio » lo presenta in questa vena, che ha una grande tradizione narrativa. Merritt trasporta i suoi personaggi —ed i lettori con essi — dalla magica desolazione del deserto di Gobi, culla dell’uomo. agli universi misteriosi che si celano al di là dell’illusione e del miraggio. Universi popolati da figure mitiche, da genti e creature favolose, su cui domina l’ombra minacciosa del Kraken, che guida l’eterna battaglia fra il Bene ed il Male, incarnati in due figure di donna egualmente enigmatiche ed inafferrabili. Universi alternativi alla grigia realtà contemporanea, che fanno sognare e pensare.
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Udii levarsi dai tamburi un mormorio ondulante, un fruscio precipitoso. Continuò, accelerando rapidamente il tempo. Aveva una nota di trionfo: il trionfo delle onde che si avventavano vittoriose, del vento libero; e c’era in esso la pace e la sicurezza della pace… come il suono frusciante di minuscole cascatelle che cantavano la propria certezza di continuare per sempre, l’incresparsi di piccole onde tra i carici delle prode, e il frusciare della pioggia che porta vita a tutta la vegetazione della Terra.

Evalie incominciò a danzare intorno alla croce ametistina, aggirandola lentamente al ritmo della musica ondeggiante, frusciante e precipitosa dei tamburi. Ed era lei lo spirito di quel canto, e lo spirito di tutte le cose di cui cantavano.

Le girò intorno tre volte. Si accostò a me danzando, mi prese ancora la mano e mi condusse fuori, oltre il portale. Dietro di noi, mentre uscivamo, venne il rullo sostenuto dei piccoli tamburi… non più frusciante, ondeggiante e precipitoso… ma lanciato in una sfida trionfale.

Ma poi, della cerimonia e delle sue ragioni e persino del tempio, Evalie non volle più dire una parola, per quanto insistessi a interrogarla.

E dovevamo ancora salire sul Ponte Nansur a contemplare la turrita Karak.

«Domani,» diceva Evalie; e quando veniva l’indomani, lei ripeteva ancora «domani». Quando mi rispondeva abbassava le lunghe ciglia dei suoi chiari occhi castani e mi sogguardava stranamente; oppure mi sfiorava i capelli, e diceva che vi erano tanti domani, e non importava quando saremmo andati, perché Nansur non sarebbe fuggito. Vi era in lei una riluttanza che non riuscivo a spiegare. E di giorno in giorno la sua bellezza e la sua dolcezza intessevano una rete intorno al mio cuore, finché cominciai a chiedermi se sarebbe diventata uno scudo contro il contatto di ciò che portavo sul petto.

Ma i pigmei avevano ancora parecchi dubbi sul mio conto, indipendentemente dalla cerimonia nel tempio: questo era abbastanza evidente. Avevano accolto Jim nei loro cuori; cinguettavano e trillavano e ridevano con lui, come se fosse stato uno di loro. Con me erano piuttosto cortesi e amichevoli, ma mi sorvegliavano. Jim poteva prendere in braccio i loro bimbi piccini come bambole e giocare con loro. Le madri non amavano che io facessi lo stesso, e lo dimostravano chiaramente. Quella mattina ricevetti una conferma diretta di ciò che pensavano di me.

«Ti lascio per due o tre giorni, Leif,» mi disse Jim quando terminai di far colazione. Evalie si era involata, al richiamo del suo Piccolo Popolo.

«Mi lasci!» Lo guardai a bocca aperta, sbigottito. «Cosa vuoi dire? Dove vai?»

Jim rise.

«Vado a vedere i tlanusi… quelli che Evalie chiama dalan’usa… le grandi sanguisughe. Le sentinelle del fiume, di cui lei ci ha detto che sono state messe lì dai pigmei, quando venne spezzato il ponte.»

Evalie non ne aveva più parlato, e io me ne ero dimenticato completamente.

«Che cosa sono, indiano?»

«È appunto quello che intendo scoprire. A giudicare dal nome, dovrebbero essere come la sanguisuga gigante di Tlanusi’yi. Le tribù dicevano che erano rosse a strisce bianche, e grosse come case. Il Piccolo Popolo non arriva a tanto: dice che sono grandi quanto te.»

«Stammi a sentire, indiano… vengo con te.»

«Oh, no, non verrai.»

«Voglio sapere perché.»

«Perché i pigmei non te lo permetteranno. Stammi bene a sentire, vecchio mio… la verità è che non sono del tutto soddisfatti di te. Sono cortesi, e non vorrebbero offendere Evalie per nulla al mondo, ma… preferirebbero fare a meno di te.»

«Non mi dici niente di nuovo,» commentai.

«No, ma qualcosa di nuovo c’è. Un gruppo che è andato a caccia all’altra estremità della valle è rientrato proprio ieri. Uno dei cacciatori ha ricordato quel che gli aveva detto suo nonno: che quando gli Ayjir arrivarono qui a cavallo, avevano tutti i capelli gialli come i tuoi. Non i capelli rossi che hanno adesso. E questo li ha turbati.»

«Mi sembrava appunto che in queste ultime ventiquattro ore mi tenessero d’occhio,» ammisi. «Dunque la ragione è questa, eh?»

«La ragione è questa, Leif. Sono sconvolti. Ed è anche la ragione per questa spedizione in cerca di tlanusi. Hanno intenzione di intensificare la guardia al fiume. A quanto ho capito, ciò comporta una specie di cerimonia. Vogliono che io li accompagni. Credo che sia meglio accontentarli.»

«Ed Evalie lo sa?»

«Sicuro che lo sa. E non ti lascerebbe andare, anche se i pigmei lo consentissero.»

Jim partì verso mezzogiorno con una squadra di circa cento pigmei. Mi congedai allegramente da lui. Forse Evalie era stupita che avessi preso con tanta calma la partenza del mio amico senza farle domande, ma non lo mostrò. Quel giorno, però, fu molto taciturna: parlava quasi esclusivamente a monosillabi, distratta. Un paio di volte la sorpresi a guardarmi con un curioso stupore negli occhi. E una volta che le presi la mano, lei rabbrividì e si tese verso di me, poi si svincolò, quasi irritata. E quando ebbe dimenticato il malumore e si appoggiò alla mia spalla, dovetti farmi forza per non prenderla tra le braccia.

Il peggio era che non riuscivo a trovare un argomento incontrovertibile per non prenderla tra le braccia. Una voce nella mia mente mi sussurrava che, se era questo che volevo, perché non dovevo farlo? E oltre a quel sussurro vi erano altre cose che sgretolavano la mia resistenza. Era stata una giornata strana, anche per quello strano luogo. L’atmosfera era pesante, come se si stesse preparando un temporale. Le fragranze inebrianti che giungevano dalla foresta lontana erano più forti, e mi avvolgevano amorosamente, confondendomi. I veli di vapore che nascondevano il panorama lontano si erano addensati: a Nord avevano quasi assunto un color fumo, e si avvicinavano lentamente ma ininterrottamente.

Evalie ed io sedevamo davanti alla sua tenda. Lei infranse un lungo silenzio.

«Sei addolorato, Leif… perché?»

«Non sono addolorato, Evalie… solo pensavo.»

«Anch’io sto pensando. Alla stessa cosa?»

«E come posso saperlo… che ne so della tua mente?»

Lei si alzò bruscamente.

«A te piace guardare i fabbri. Andiamo a vederli.»

La guardai, urtato dalla collera nella sua voce. Evalie aggrottò la fronte, con le sopracciglia contratte in una linea ininterrotta sugli occhi luminosi e quasi sprezzanti.

«Perché sei offesa, Evalie? Che cosa ho fatto?»

«Non sono offesa. E tu non hai fatto niente.» Batté il piede a terra. «Ho detto che non hai fatto… niente! Andiamo a guardare i fabbri.»

Se ne andò. Balzai in piedi e la seguii. Cosa le era preso? Avevo fatto qualcosa che l’aveva irritata, questo era certo. Ma cosa? Comunque l’avrei scoperto, prima o poi. E mi piaceva davvero osservare i fabbri. Sulle loro piccole incudini forgiavano i coltelli falcati, le punte delle lance e delle spade, modellavano orecchini e braccialetti d’oro per le loro donne minuscole.

Tink-atink, tink-aclink, ding-clang, clink-atink… risuonavano i piccoli magli.

Stavano ritti alle incudini come gnomi, ma non erano affatto deformi. Erano uomini in miniatura, perfettamente formati, lucenti come oro nella luce che si ottenebrava, i lunghi capelli annodati intorno alla testa, gli occhi gialli fissi sulla forgia. Dimenticai Evalie e il suo sdegno mentro li guardavo, affascinato come sempre.

Tink-atink! Cling-clang! Clink…

I piccoli magli rimasero sospesi a mezz’aria; i minuscoli fabbri restarono immobili. Da Nord giunse il vibrare di un grande gong, un colpo bronzeo che parve spezzarsi sopra di noi. Fu seguito da un altro, poi da un altro ancora. Il vento ululava sulla piana: l’aria si oscurò, i vaporosi veli color fumo fremettero e si fecero più vicini.

Il clangore del gong cedette il posto ad una forte cantilena, il canto di molte persone, che avanzava e indietreggiava, saliva e svaniva via via che il vento si alzava e cadeva, si alzava e cadeva in una pulsazione ritmica. Dalle mura, i tamburi delle sentinelle ruggirono un avvertimento.

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