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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«E Tyr. Ti dimentichi sempre di Tyr.»

«Lui è Waltyr, non Walder» aveva precisato Grande Walder con aria da saputello. «E tanto viene dopo di noi, per cui non conta. Comunque, a me è sempre stato antipatico.»

Ser Rodrik aveva stabilito che condividessero quella che era stata la stanza di Jon Snow. Lui ormai era nei Guardiani della notte e non sarebbe più tornato a Grande Inverno. Bran non sopportava quell’invasione: era come se i Frey stessero cercando di rubare il posto di Jon.

Così era rimasto a guardare con ansia mentre i due Walder si battevano con Turnip, il ragazzo delle cucine, e con Bandy e Shyra, le due figlie di Joseth. I Walder avevano decretato che Bran dovesse essere il giudice di gara, con il compito di decidere se i giocatori avessero effettivamente detto “forsecheno”. Ma nel momento in cui il gioco aveva inizio, tutti si dimenticavano di lui.

Le grida e i tonfi nell’acqua attirarono ben presto parecchi altri: Palla, la ragazza dei canili, Calon, figlio di Cayn, Tom, il cui padre, Fat Tom, era stato ucciso ad Approdo del Re con lord Stark. Non ci volle molto perché tutti quanti si ritrovassero fradici e infangati; Palla era inzaccherata dalla testa ai piedi, i capelli pieni di muschio e senza fiato dalle gran risate. Era dalla notte in cui era arrivato il corvo insanguinato, che Bran non udiva così tante risate. “Se avessi ancora le gambe, li butterei in acqua tutti quanti” pensò amaramente. “Sarei io il solo signore del guado.”

Alla fine, anche Rickon era arrivato di corsa nel parco degli dei, seguito da vicino da Cagnaccio. Rickon rimase a guardare Turnip e Piccolo Walder lottare per il controllo del bastone fino a quando Turnip perse l’equilibrio e fini in acqua con un grandioso “splash”, gambe e braccia annaspanti.

«Io! Io adesso! Voglio giocare!»

Piccolo Walder gli fece cenno di accostarsi al tronco e Cagnaccio, come sempre, andò dietro a Rickon.

«No, Cagnaccio, tu no» comandò il piccolo Stark. «I lupi non possono giocare. Tu rimani con Bran…»

E Cagnaccio, in effetti, era rimasto con Bran, ma quando Piccolo Walder aveva colpito Rickon con il bastone, un fendente secco al ventre, in meno di un battito di ciglia il meta-lupo nero era già balzato sull’asse. L’acqua si colorò di sangue, tutti e due i Walder strillavano talmente forte come se stessero andando al macello e Rickon, seduto nel fango, era piegato in due dalle risate. Hodor arrivò pencolando, gridando: «Hodor! Hodor! Hodor!».

Dopo quell’evento, stranamente, Rickon decise che i Walder gli piacevano. Non giocarono mai più al signore del guado, ma fecero altri giochi: mostri e principesse, gatti e topi, vieni-nel-mio-castello e tanti altri. Sempre seguiti da Rickon, i Walder facevano razzie di torte e di miele nelle cucine, correvano lungo le mura, gettavano ossa ai cuccioli nei canili e si addestravano con le spade di legno sotto l’occhio attento di ser Rodrik. Rickon era addirittura arrivato a mostrare loro le cripte, giù nel profondo della terra, dove lo scalpellino lavorava alla tomba del padre.

«Non avevi il diritto di farlo!» Bran aveva urlato al fratello dopo essere venuto a saperlo. «Quello è un posto nostro… Un posto solo per gli Stark!» Ma a Rickon questo non importava.

La porta della sua camera si aprì. Entrò maestro Luwin, reggendo una fiasca di vetro verde. Insieme a lui c’erano Osha e Testa di fieno.

«Ti ho preparato una pozione per dormire, Bran.»

Osha lo prese tra le braccia ossute. Era molto alta per essere una donna, e incredibilmente forte. Senza sforzo alcuno, lo trasportò fino al letto.

«Questo ti darà un sonno senza sogni» assicurò Luwin, togliendo il tappo alla fiaschetta. «Un sonno dolce, senza sogni.»

«Sul serio?» Bran voleva credere che fosse vero.

«Sì, piccolo. Bevi, adesso.»

E Bran bevve. Il liquido era denso e sapeva di gesso, ma conteneva anche un po’ di miele, così andò giù più facilmente.

«Tornerò da te domattina.» Luwin, sorridendo, gli diede una piccola pacca sulla spalla nel congedarsi. «Ti sentirai meglio, vedrai.»

Osha si trattenne ancora un momento. «Hai fatto ancora il sogno del lupo?»

Bran annuì.

«Non lottare così duramente, ragazzo. Ti vedo parlare con l’albero-cuore. Forse gli dei stanno cercando di risponderti.»

«Gli dei?» Bran, già intontito, fece fatica ad articolare le parole. Il volto di Osha si fece indistinto e grigio.

“Un sonno dolce, senza sogni” fu l’ultimo pensiero di Bran.

Invece, non appena le tenebre si chiusero su di lui, si ritrovò nel parco degli dei.

Si muoveva silenziosamente sotto i grandi alberi-sentinella, dai tronchi grigioverdi, superando querce contorte vecchie quanto il tempo.

“Sto camminando!” Bran se ne rese conto con esultanza. Una parte di lui sapeva che si trattava solamente di un sogno, ma poter camminare, anche se in sogno, era sempre meglio della realtà della sua stanza, dei muri, del soffitto e della porta.

Era buio sotto gli alberi, ma la cometa rossa gl’illuminava il cammino e i suoi passi erano sicuri. Stava muovendosi su quattro gambe, forti e veloci. Poteva sentire il terreno sotto i suoi piedi, il soffice scricchiolare delle foglie cadute, le radici spesse e le dure pietre, i profondi strati dell’humus. Era una bella sensazione.

La sua testa era piena di odori forti, inebrianti: la verde emanazione delle pozze fangose, il profumo penetrante della terra che marciva sotto le sue zampe, gli scoiattoli sulle querce. L’odore degli scoiattoli gli fece tornare alla mente il gusto acre del sangue caldo, mentre le sue zanne frantumavano le loro ossa. La bocca gli si riempì di bava. L’ultima volta che aveva mangiato era stato appena mezza giornata prima, ma non c’era piacere nella carne già morta, nemmeno nella carne di cervo. Sopra di lui, al sicuro tra le foglie e i rami, poteva udire gli scoiattoli che squittivano e si agitavano. Mai si sarebbero azzardati a scendere dove lui e suo fratello erano in caccia.

Suo fratello… Riusciva a sentire anche lui, un odore familiare, forte come quello della terra, nero come la sua pelliccia. Suo fratello stava scivolando lungo le mura, in balia della sua furia. Un giro dopo l’altro, una notte dopo l’altra, instancabile. Andava alla ricerca di prede. E di una via d’uscita, in modo da ricongiungersi con sua madre, i suoi fratelli di nidiata, il suo branco… Sempre in cerca, senza mai riuscire a trovare.

Oltre gli alberi s’innalzavano le mura, barriere di uomini-pietra morti che isolavano questo frammento vivente di foresta. Barriere grigie, punteggiate dal lichene, eppure forti, spesse, più alte di quanto qualsiasi lupo fosse mai stato in grado di saltare. Gelido ferro e legno acuminato sigillavano gli unici fori tra le pietre ammucchiate tutt’attorno. Suo fratello si fermava di fronte a ognuna di quelle fessure, mostrando le zanne nel suo furore, ma non c’era comunque via d’uscita.

La prima notte, anche lui aveva fatto lo stesso, ma aveva imparato che non sarebbe servito a niente. Qui, il ringhio ferale non era in grado di aprire alcun varco. Aggirare le mura non le avrebbe spinte più indietro. Sollevare una delle zampe posteriori a lasciare il proprio marchio sugli alberi non sarebbe servito a tenere lontani gli uomini. Il mondo si era stretto attorno a loro, ma oltre quelle barriere di alberi, le grandi caverne grigie degli uomini-pietra continuavano a esistere. “Grande Inverno”: ricordava quel nome, ne evocò all’improvviso il suono. Al di là delle muraglie di roccia erette dall’uomo, alte fino al cielo, il vero mondo stava lanciando il suo richiamo. E lui sapeva di dover rispondere a quel richiamo, oppure morire.

ARYA

Viaggiavano dall’alba al tramonto, attraversando foreste, boschi e campi accuratamente coltivati, superando piccoli villaggi, affollati mercati e solidi fortini. Al calar della notte, si accampavano e mangiavano alla luce della Spada rossa. Gli uomini facevano turni di guardia. Oltre gli alberi, Arya vedeva a volte il baluginare dei fuochi degli accampamenti di altri viaggiatori. Notte dopo notte, quei fuochi sembravano diventare più numerosi, e ogni giorno, il traffico lungo la strada del Re sembrava farsi più intenso.

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