Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #5
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Barbara Piccioli
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]». Краткое содержание книги:
— Soltanto uno, Orion? —scherzò il mio amico. —Per un cacciatore della tua fama?
Risi, mentre addentavo la carne fresca del tonno. —Quanti caprioli sapresti uccidere tu, animale senza gambe? Quante lepri sapresti rincorrere?
In lontananza, scorsi le pinne scure degli squali, probabilmente attratti dal sangue dei tonni. Ma la presenza dei delfini li teneva a distanza. Poi, mentre il sole calava all’orizzonte, tornammo verso la riva.
In prossimità della spiaggia, dove l’acqua mi arrivava alla cintola, abbandonai per la seconda e ultima volta la mia cavalcatura.
— Vi ringrazio della caccia —gridai.
— Il mare è buono, amico Orion. Peccato che tu non sia un delfino, o una balena. Sei un buon compagno, per essere un bipede.
— E voi pure, tutti quanti. Grazie per aver diviso la vostra preda con me.
— Il mare sarà sempre tuo amico, Orion. Si sta bene nell’acqua.
Dopodiché si volsero per tornare in mare aperto. Rimasto solo, mi sdraiai sulla sabbia e lasciai che gli ultimi raggi mi asciugassero.
Il mare mi sarebbe rimasto amico per sempre, così avevano detto i delfini. Ma c’era un luogo, nello spazio-tempo, dove fluttuavo senza speranza nel mare, ferito e morente.
Vi ritornai.
11
Avevo sperato di giungervi guarito dalle ferite e di nuovo in forze. Ma questo non potevo farlo.
Aprii gli occhi e vidi la notte stellata e avvertii il dolore… ondate di atroce sofferenza che si irradiavano in tutto il mio essere. Benché avessi chiuso i recettori del dolore, lo sentivo ardere sotto l’autocontrollo che mi imponevo.
Fluttuavo sulla schiena nell’oceano buio e profondo, martoriato e inerme com’ero stato prima del viaggio nella città dei Creatori. Avevo davvero giocato tra le onde con i delfini? O era stato un sogno autoindotto, un disperato tentativo di sottrarmi a una realtà troppo dolorosa?
Smisi bruscamente di pormi domande quando qualcosa sfiorò la gamba ustionata. Appena un tocco, ma sufficiente a farmi sussultare e a ingoiare una sorsata d’acqua salata. Poi più nulla. Ma qualunque cosa fosse, sarebbe tornata, ne ero certo.
Ricordai le orribili creature della palude e mi chiesi che razza di predatori si celassero nelle profondità dell’oceano. Solo, agonizzante e disarmato, sarei stato una facile preda per qualsiasi animale affamato.
Il mare mi sarebbe sempre stato amico, questo avevano detto i delfini. Cominciavo a dubitarne.
Un altro tocco mi strappò un brivido. Gli squali, ricordai, spesso si avvicinano alla prede spingendo leggermente, quasi a voler giocare con esse, come fa il gatto con il topo prima di azzannarlo.
Dovevo fingermi morto, oppure cercare di allontanarmi a nuoto? Avrebbe fatto qualche differenza?
Non era uno squalo. Sentii un tentacolo avvolgersi delicatamente attorno alla mia gamba ferita. La scossi appena e il tentacolo mollò la presa.
Ma non per molto. Si accostò di nuovo, nello stesso punto, e questa volta la presa fu più salda. Poi un secondo tentacolo si avvolse intorno al mio petto. Le ventose aderivano alla pelle ustionata delicatamente, quasi con tenerezza.
Sapevo di non avere più speranze, ma volli ingollare un ultimo, lungo sorso d’aria prima che il mostro mi trascinasse giù. Ed ecco, sprofondavamo nelle buie profondità dell’oceano.
“Non avere paura, amico Orion” mormorò una voce nella mia mente. “Non ti faremo del male.”
“Sto delirando” mi dissi. “Prima i delfini, e ora voci incorporee. Mentre qualche orribile creatura mi trascina negli abissi marini. Se non annego, sarà la pressione a uccidermi.”
“Abbi fede, amico Orion.” La voce suonava quasi divertita.
Persi la cognizione del tempo mentre la lenta discesa continuava. Non un bagliore di luce lacerava la fitta oscurità, non un suono si inframmezzava al dolce gorgoglio dell’acqua.
“Ascolta la musica del nostro mondo” disse la voce. “Apri la tua mente.”
Potevo udire, realizzai, molto di più del gorgoglio dell’acqua. Suoni crepitanti tutt’intorno a me… fischi, grida sommesse, pulsazioni. E, in lontananza, un canto attutito, cantilenante. Nessuno di quei suoni, tuttavia, era riconducibile ai delfini.
“Ora apri gli occhi, Orion.”
Non mi ero reso conto di averli serrati. Ciò che vidi mi strappò un sussulto: ero circondato da centinaia e centinaia di punti luminosi, quasi fossi finito in un campo pieno di lucciole o nel cuore di un grappolo di stelle.
E quando aprii la bocca, respirai aria.
— Puoi sentirmi? —domandò la voce. Sì, potevo. Ora usava le vibrazioni sonore, anziché la telepatia, o qualunque altra forma di comunicazione avesse usato fino ad allora.
— Bene —disse, senza che io avessi risposto. —Il globo d’aria si è stabilizzato; dovresti sentirti meglio. Vediamo che cosa si può fare per le tue ferite. —Era una voce morbida, calda, dolce.
— Chi sei? —domandai. —Dove siamo?
Le luci danzavano e ammiccavano attorno a me, blu, rosse, verdi e gialle, ma non riuscii a distinguere forme o sagome.
— Ci stiamo avvicinando al fondo del mare, a un centinaio di chilometri dalla spiaggia dove sta la base Skorpis.
— Sai di loro?
Una risata piena, cortese, eppure piena di condiscendenza. —Sì, sappiamo di loro. E di te. —La voce si fece solenne, quasi grave. —E anche della facilità con cui vi uccidete gli uni con gli altri.
— Non lo definirei esattamente facile —replicai.
Nessuna risposta. Le luci baluginanti parevano danzare all’interno di una sfera, avvolgendomi in una rete di colorati lampi di energia.
— Non mi hai ancora detto chi sei —ripresi.
— Puoi chiamarci gli Antichi.
— Che cosa significa?
Divertita tolleranza, simile a quella di un nonno che osserva i primi passi del nipotino.
— Lo scoprirai a tempo debito —fu la risposta. —Ora dobbiamo continuare il nostro viaggio nelle profondità del mare.
Percepii movimento, l’accelerazione, poi la sensazione di correre pazzamente nell’acqua buia. Le luci mi circondavano. Potevo respirare. Mi sembrava di fluttuare, senza peso, come un astronauta in orbita. E le ferite andavano rimarginandosi. Non sanguinavo più e mi erano tornate un po’ di forze. Intanto, viaggiavo a velocità sempre maggiore, allontanandomi sempre di più dalla spiaggia.
Altre luci si avvicinarono. Brillavano e pulsavano quasi fossero creature viventi. Lunghi viali di luce si allungavano davanti a me, simili alle arterie che portano al cuore di una grande città.
— Come ti senti? —mi chiese la voce.
— Strabiliato.
— Fisicamente, intendevo. Le tue ferite?
Flettei le braccia, abbassai lo sguardo sulle gambe. Il processo di rimarginazione si era quasi completato.
— Sembra che tutto vada per il meglio.
— Bene. Ne siamo felici.
— Parlami ancora di voi. Che cos’è questa città di luci a cui ci stiamo avvicinando?
— È la nostra dimora, Orion. La dimora degli Antichi.
— Posso vedervi? —domandai. Ero quasi certo che le luci fossero esclusivamente scintille di energia.
— Potresti restarne sorpreso, e non favorevolmente —replicò la voce. —Forse troveresti ripugnante il nostro aspetto.
— Dimmi allora che cosa devo aspettarmi.
— Ecco un approccio ragionevole al problema. —La voce esitò, quasi in attesa di un’approvazione, prima di continuare.
— Orion, i tuoi Creatori ti hanno spiegato che lo spazio-tempo è un oceano, non è vero?
— Colui che ha nome Aton mi ha deriso più di una volta per la percezione lineare che io ne ho.
— Sì, questo è evidente. E tuttavia, questa tua percezione lineare non è del tutto errata, Orion.
— Ci sono correnti nell’oceano dello spazio-tempo —dissi.