Novilunio [The Wanderer - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1972
- Язык: итальянский
- Год: Libra Editrice
- Переводчик: Ugo Malaguti
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Novilunio [The Wanderer - it]». Краткое содержание книги:
Come la Luna è stata una fedele compagna della Terra nella sua solitudine celeste, così le stelle sono state soltanto immagini remote, indistinte, piccole fiamme sospese nel cielo, inaccessibili e straniere e incorporee. Ma un giorno qualche viaggiatore, lasciando la strada lontana, potrebbe venire a bussare alla porta della vecchia casa; un giorno qualcosa potrebbe avvicinarsi, strisciando, nella giungla nera degli spazi cosmici. Quel giorno potrebbe essere vicino, in un cosmo dove le forze del tempo e del caso si muovono secondo schemi che la mente umana non riesce neppure a intuire. E cosa accadrebbe, se uno dei punti luminosi nel cielo… una delle stelle lontane… apparisse d'un tratto enorme, come un globo sanguigno e minaccioso, nei cieli notturni della Terra? Se la fedele compagna delnostro pianeta, la Luna, fosse risucchiata e cancellata dal cielo? Inizierebbe allora una lunga, infinita notte di novilunio. Un grande cielo color ardesia, dove le stelle brillano rade e fievoli, sopra coste battute da gigantesche maree, tra grandi cataclismi ed eventi ancor più bizzarri, una notte di novilunio che opera strani prodigi sulla mente e sul cuore degli uomini, facendo emergere tutto ciò che di migliore, e di peggiore, di nobile, e di volgare, costituisce l'essenza della natura umana. In questa notte di novilunio, forse il genere umano comincerebbe a conoscere se stesso…
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1965.
Il paesaggio, e anche l'aria fino ai remoti orizzonti, aveva acquistato una nuova componente; l'orizzonte occidentale era roseo in molti punti, e lui non ne capiva il perché. Sorvolando la lunga isola dai contorni frastagliati di Ometepe, egli vide più luci ad Alta Gracia di quanto fosse possibile immaginarne, dopo mezzanotte. Tutti in piedi a guardare lassù a bocca aperta, a gridare o a piangere come idoti, o a tuffarsi nelle chiese, immaginò Don Guillermo.
Improvvisamente, un bagliore sanguigno dai foschi riverberi, e un'esplosione di rocce, eruttarono da un punto appena oltre la città, e per un istante egli pensò di avere sganciato una bomba della quale non aveva immaginato la presenza. Poi si rese conto che doveva trattarsi di uno dei vulcani di Ometepe, che esplodeva. Proseguì verso est… doveva allontanarsi, allontanarsi dalla tremenda esplosione! Quei lividi chiarori rosati… be', ma l'intera Costa del Pacifico doveva essere in eruzione, dal Golfo di Fonseca al Golfo di Nicoya.
Don Merriam, uno scarabeo ammaccato e dalle gambe appesantite da una tremenda stanchezza, si trascinò, facendo forza con le braccia, accanto all'orgogliosa bandiera magnetica della Capanna e vide, nel luogo in cui avrebbe dovuto sorgere la Capanna, un abisso dalle pareti frastagliate e irte, largo sei metri, con delle cascatelle di polvere che scivolavano lungo il bordo più lontano.
Una delle astronavi era precipitata con la Capanna, una era caduta sul fianco, attraverso l'abisso, come un ponte argenteo, con due delle tre «gambe» ammortizzatrici che sporgevano come le zampe di un pollo morto… mentre lui era strisciato fin quasi sotto il terzo Baba Yaga, senza neppure accorgersene.
Avevano chiamato i piccoli razzi lunari «Baba Yaga» perché… il primo a pensarci era stato Dufresne… essi ricordavano la capanna della strega montata su lunghe «zampe» che figura in un paio di pezzi popolari di musica classica russa, e che, nella tradizione che aveva dato origine ai pezzi musicali, andava in giro di notte proprio grazie a quelle zampe. Si diceva che gli astronauti lunari sovietici chiamassero le loro astronavi jeeps.
Ma ora il paragone con la capanna che camminava si stava facendo troppo realistico, perché le continue scosse verticali del lunamoto, che ormai Don non notava più, avendoci fatto l'abitudine, stavano facendo camminare il terzo Baba Yaga sulle zampe argentee, mano a mano che i sobbalzi lo facevano muovere. Uno dei piedi ammortizzatori era a un metro soltanto dall'abisso, e mentre Don osservava, si avvicinò di altri sei centimetri.
Don si rannicchiò, preparandosi a balzare. Si disse che Dufresne forse era decollato a bordo del razzo mancante, anche se lui non aveva visto il chiarore dei razzi. E Yo poteva essere, vivo o morto, sull'astronave che formava un bizzarro ponte sull'abisso. Gompert…
Il Baba Yaga fece un altro passo verso il precipizio. Don fece due rapidi passi a sua volta, sulla superficie sobbalzante, e poi si raddrizzò e afferrò l'estremità della scaletta che pendeva dal corpo dell'astronave, al centro delle tre gambe.
Facendosi forza, salì verso il portello, incastonato minacciosamente tra i cinque tubi — così simili a trombe — dei razzi. Il Baba Yaga ondeggiò. Don si disse che il suo peso abbassava un poco il centro di gravità dell'astronave, rendendo i suoi passi un po' più brevi.
CAPITOLO X
Sally Harris e Jake Lesher erano su uno dei convogli della metropolitana che sarebbero stati fermati e vuotati alla stazione della 42a Strada. L'ingorgo del traffico era stato pauroso, e l'auto di Jake era parcheggiata a Flatbush. La polizia aiutò il personale a sgombrare il convoglio della metropolitana, e a far salire in superficie i passeggeri.
«Ma perché, ma perché?» stava domandando Jake. «Sembra un brutto segno.»
«No, invece, un buon segno,» gli disse Sally. «Se ci fossero delle bombe, ci farebbero scendere. Inoltre, qui siamo vicini all'attico di Hugo. Com'è eccitante, Jake!»
Emergendo, trovarono Times Square gremita di folla, come non avrebbero mai creduto possibile alle tre del mattino.
Guardando a ovest, nella 42a Strada, poterono vedere il Vagabondo ancora alto sull'orizzonte, così vicino alla Luna che i due corpi celesti quasi si toccavano. Sul lato sud della strada, la divisione dell'ombra produceva un mare di immobili persone gialle, e sul loro lato un mare di persone purpuree. Le insegne pubblicitarie al neon erano tutte accese, ma la loro luce era in parte sbiadita a causa della luce che scedeva dal cielo.
La piazza era silenziosa, come mai lo era stata; ma in quel preciso momento un uomo emerse alle loro spalle, gridando a gran voce:
«Edizione straordinaria! Leggete tutte le notizie sull'avvenimento del secolo! Tutti i particolari sul nuovo pianeta!»
Jake trovò degli spiccioli, e prese una copia del Daily Orbit. Il tabloid aveva la prima pagina che riproduceva l'immagine del Vagabondo, una fotografia ancora umida che lasciava sulle dita una traccia di rosso e di giallo; e oltre alla foto c'era un commento di sei righe, che chiunque avrebbe potuto ottenere guardando il cielo e poi l'orologio. Il titolo diceva: Strano globo nel cielo — Enigma per il genere umano.
«Per me non è certo un enigma,» disse Sally, con enorme allegria, e poi, sorridendo a Jake, aggiunse, «Io l'ho creato. Io l'ho messo lassù.»
«Non bestemmiare, ragazza!» l'ammonì cupamente un uomo dalla bocca enorme come una lanterna.
«Ah, lei crede che non l'abbia fatto io, eh?» domandò Sally. «Le farò vedere!» A forza di gomiti, si aprì uno spazio libero intorno, e lanciò la giacchetta a Jake. Poi, puntando il dito successivamente su Bocca di Lanterna e sul Vagabondo, e poi facendo schioccare le dita, mettendosi a ondeggiare sinuosamente, in maniera provocante, cominciò a cantare, in un elettrizzante contralto, con una melodia presa imparzialmente da «Porta Verde» e «Strano Frutto».
Don Merriam aveva acceso i motori del Baba Yaga, prima di assicurarsi le cinture di sicurezza, e quando il sistema interno aveva appena cominciato a funzionare. Il motivo era semplicissimo: sentiva l'astronave sobbalzare ormai sul bordo dell'abisso.
Aveva fatto il possibile e l'impossibile, per ridurre i tempi di partenza. Aveva fatto «scoppiare» l'interno, facendo uscire in una sola vampata tutto l'ossigeno, per aprirsi una strada diretta di accesso, invece che attendere il lento funzionamento del doppio portello di decompressione. Aveva chiuso avventurosamente i portelli, alle sue spalle, e aveva compiuto un controllo approssimativo delle condizioni di funzionamento, e aveva dato solo un'occhiata al sistema di ricambio dell'aria, pur sapendo che l'ossigeno della sua tuta spaziale si stava esaurendo… e per poco non era stato ugualmente troppo tardi.
Il freddo fuoco degli ugelli inondò con forza la crosta lunare, però. Molecole torride piovvero dalla coda del Baba Yaga a una velocità di quasi due miglia al secondo, e dopo un momento che parve durare un'eternità l'astronave s'innalzò, ma lateralmente, invece che verticalmente… muovendosi come un vecchio aeroplano al decollo.
Forse l'errore di Don fu quello di avere tentato una correzione di rotta… il suo vettore lo avrebbe portato probabilmente a descrivere un'orbita, forse con eguale efficacia. Ma egli stava pilotando a vista, e non gli piaceva il modo in cui la bianca superficie lunare, percorsa da enormi spaccature nere, continuava a gonfiarsi nello schermo, così immensa e vicina, ed egli sapeva benissimo che più rapida era la correzione, minore era lo spreco di combustibile, e non sapeva con sicurezza la quantità di combustibile e di ossidante che gli rimaneva… anzi, in quel momento ancora non sapeva con esattezza in quale delle tre astronavi gemelle egli si trovasse… e, oltre a tutto questo, probabilmente era già stordito, e i suoi ragionamenti erano illogici, per la mancanza di ossigeno, che doveva scarseggiare nella tuta.