Morte dell'utopia [The Amsirs and the Iron Thorn - it]
- Автор: Бадрис Элджис
- Год: 1981
- Язык: итальянский
- Год: SIAD
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Morte dell'utopia [The Amsirs and the Iron Thorn - it]». Краткое содержание книги:
«Ahmuls, voglio che tu mostri una cosa a Jackson».
«Oh, sì».
«Molto bene», disse l’Anziano, carezzandolo di nuovo. «Ahmuls, colpiscimi quello». Indicò uno dei pali d’una casa, a una dozzina di dozzine di lunghi passi di distanza. Poi aggiunse, rivolgendosi a Jackson: «Come molti individui strani, Ahmuls doveva essere qualcosa di speciale, per non andare a fondo. È molto fiero delle cose che ha imparato a fare da solo. Dimostrano che lui si vuole bene, e poiché tutti noi ci vogliamo molto bene, quando facciamo qualcosa per questo genere d’amore siamo meravigliosi. Ahmuls…?». L’Anziano guardò l’essere con aria interrogativa.
Ahmuls si girò verso uno dei lancieri, tendendo il braccio flaccido. Non disse «per favore», né «ti voglio bene». Il suo gesto improvviso fu una richiesta sufficiente. Il lanciere non sembrò offeso. Lanciò il giavellotto, e Ahmuls l’afferrò a mezz’aria, con il pollice in basso e il braccio incrociato davanti al petto, ancora voltato di tre quarti rispetto al bersaglio. Poi, quando Jackson poté vederlo di nuovo chiaramente, Ahmuls si stava già riequilibrando in avanti, con i muscoli rilassati, e il giavellotto volava nell’aria in una linea assolutamente retta, ronzando. Jackson non aveva mai visto un oggetto che non s’incurvasse verso il basso, al termine del lancio. A una dozzina di dozzine di lunghi passi di distanza, la punta del giavellotto si piantò nel sostegno della casa con un klat!, una sferzata dell’asta metallica, e poi uno scricchiolio quando l’asta si spezzò, staccandosi dalla punta incastrata inamovibilmente. Nella casa ci fu un ribollire di esclamazioni indignate, e teste e corpi apparvero sulla soglia. Poi una voce scese dall’alto, compiaciuta non meno che scandalizzata. «Oh, Ahmuls!». E Jackson aveva visto cosa poteva fare l’amore.
L’Anziano disse: «Io voglio bene ad Ahmuls», e Ahmuls sorrise e sorrise.
Pfu!, pensò Jackson.
L’Anziano si fece avanti, afferrò dolcemente il braccio di Ahmuls. «Guarda, Jackson». Tese la pelle per un momento solo: e c’era il contorno di un braccio umano, prigioniero sotto quella carne che sembrava pasta cruda.
«Vedi», continuò l’Anziano, rivolgendosi a Jackson. «È anche per questo che voglio bene ad Ahmuls. Ma lascia che ti mostri un’altra cosa. Ahmuls, sali la scala. Mostra a Jackson che tu puoi salire la scala, Ahmuls».
Ahmuls riaprì di nuovo gli occhi, cercò, trovò le due cose che doveva. «Jackson», disse. «Scala». Soddisfatto, arrivò accanto all’Oggetto in due passi, a metà della scaletta in un balzo, e subito dopo fu in cima.
Restò con i piedi stretti sul gradino più alto, e la sola cosa che gli impediva di cadere riverso era il fatto che stava inclinato in avanti con le braccia protese, schiacciato con la faccia contro la superficie curva. Mentre la porta borbottava, strofinò la faccia sul metallo e mosse le palme appiattite in piccoli movimenti carezzevoli. Jackson alzò la testa con uno scatto del collo che gli ricordò dolorosamente la ferita al braccio, e sentì Ahmuls dire, con un filo di voce: «Ti voglio bene».
«Adesso scendi, Ahmuls», gridò l’Anziano. «Dunque, come vedi», disse a Jackson, «la porta crede che Ahmuls sia un essere della tua specie, perché non lo uccide. Certo, Ahmuls è molto stupido, quindi non c’è speranza che riesca mai ad aprire la porta. Ma è meglio per te, se ci pensi bene, perché se Ahmuls non fosse stupido, tu non mi serviresti. Comunque, Ahmuls entrerà con te, se aprirai la porta. Ne sa abbastanza per colpirti, se ti vede prendere un’arma. Gli è stato detto e ripetuto molte volte. Capisce qualcosa, se gliela si ripete diverse volte. Dentro è troppo viscoso per dimenticarla, dopo».
Ahmuls era tornato dall’Anziano. Si scambiarono altre carezze. «Ti voglio bene», dissero entrambi.
Jackson li studiava.
L’Anziano disse a Jackson: «C’è soltanto un modo in cui potresti impedire ad Ahmuls di attendere vicino a te sulla scala, mentre provi ad aprire la porta, e di seguirti all’interno. Dovresti storpiarlo adesso. Ho ancora bisogno di te, e non ho sostituti per Ahmuls. Non verresti punito, e avresti maggiori possibilità, se riuscissi a entrare. Quindi sono disposto a lasciarti tentare la sorte, adesso».
Jackson scrollò la testa e si avvicinò ad Ahmuls. Guardò diritto negli occhi socchiusi, mentre carezzava la guancia spugnosa. «Ti voglio bene».
Ma Ahmuls non ci cascò. Gli afferrò la mano con qualcosa che sembrava una macchina a cinque dita avvolta entro una coperta. Chissà come, il senso del tatto portò un messaggio al cervello di Ahmuls. «Niente buono», disse strofinando la mano di Jackson, prima di scostargli il braccio. «Molle».
CAPITOLO 9
I
Era caldo, in cima alla scaletta, mentre Ahmuls canterellava felice pochi gradini più sotto. Jackson passò di nuovo le mani sulla porta, e ancora una volta constatò che era esattamente come tutte le altre porte, a parte il fatto che non aveva maniglia e parlava. S’era abituato al borbottio. C’erano le scalfitture intorno ai bordi, dove molte mani, prima di lui, avevano tentato di insinuarsi. Una o due delle scalfitture aveva una profondità pari allo spessore di un’unghia. L’Anziano gli aveva detto che c’erano punti dove tutti, prima o poi, finivano per grattare sui vecchi graffi, cercando di approfondirli. Secondo la stima dell’Anziano, la scalfittura più profonda era stata fatta da una dozzina di uomini che avevano lavorato giorno e notte, all’incirca per due settimane ciascuno. E aveva lo spessore di un’unghia. Le porte, nella Spina, avevano uno spessore di due braccia. Ma era possibile, pensò Jackson, che tra una settimana o dieci giorni lui cominciasse a dirsi che la porta non era molto spessa… forse non più di un dito. Probabilmente, durante gli ultimi due o tre giorni in cui sarebbe rimasto aggrappato lassù, avrebbe detto a se stesso che da un momento all’altro l’avrebbe sfondata.
Era facile infuriarsi contro quella porta. Era soltanto una sottile fessura ovale nel metallo. Un uomo sensato, che avesse altre cose da fare, avrebbe detto a se stesso, in meno di un’ora, che non era una porta… era un falso corrugamento del metallo. Avrebbe ridisceso la scaletta e non avrebbe più ritentato. Non si capiva da dove uscisse la voce. Era la prima volta che Jackson aveva incontrato qualcosa che poteva parlare ma non aveva bocca.
Accostò l’orecchio alla porta, cercando di udire il battito del cuore che sentiva attraverso le punte delle dita; ma quando lo fece, la voce continuò, dentro la sua testa, e non riuscì a udire null’altro. Si sporse verso l’esterno, per quanto osava farlo, e la squadrò di nuovo. Poi disse: «Ehi, Ahmuls, andiamo giù».
«Giù?».
«Giù. Andiamo giù». «Sei stupido», disse Ahmuls, ma cominciò a scendere, un gradino per volta, assicurandosi che Jackson lo seguisse. L’amsir istruttore, che aveva assistito alle operazioni, corse verso di loro. «Cosa succede?».
Ahmuls sogghignò e indicò Jackson. «Lui è venuto giù. È stupido».
«Ho imparato tutto quello che c’è da imparare, lassù», disse Jackson.
«E dove intendi imparare qualcosa di più?».
«Questo è il vero problema, credo… Rispondere a questa domanda. Ma ho imparato tutto quel che c’è da imparare, lassù», disse Jackson, e si avviò verso la Spina.
«Non lasciarmi!», gridò Ahmuls, afferrando Jackson per il braccio illeso.
«Non importa, Ahmuls, caro», si affrettò a dire l’istruttore. «Tu aspetta qui… Lo riporterò. Sarà con me».
«Bene. Ma tu lo riporti indietro», disse dubbioso Ahmuls.
«Che cos’hai intenzione di fare?», chiese l’istruttore, frusciando a fianco di Jackson, con gli occhi accesi di curiosità.
«Studiare le porte», disse Jackson. Indicò la Spina, con il pollice. «Lì dentro ce ne sono parecchie».