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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Il ragazzo riempì d’acqua il bricco per il tè e l’appese al gancio sopra il fuoco, poi apparecchiò la tavola. Lui stesso aveva intagliato le ciotole e i cucchiai. Gli scuri della finestra non erano ancora chiusi e di tanto in tanto Rand scrutò all’esterno, ma era scesa la notte e si vedevano solo ombre proiettate dalla luna. Il cavaliere nero poteva benissimo essere là fuori, ma Rand si sforzò di non pensarci.

Quando Tam tornò, Rand lo fissò, sorpreso. Tam aveva alla cintola un largo cinturone dal quale pendeva una spada, con un airone di bronzo sul fodero e un altro sull’elsa. Gli unici uomini che Rand avesse visto portare la spada erano le guardie dei mercanti. E Lan, ovviamente. Non aveva mai pensato che suo padre ne possedesse una. A parte gli aironi, la spada sembrava assai simile a quella di Lan.

«E quella da dove spunta?» domandò. «L’hai avuta da un ambulante? Quanto ti è costata?»

Tam sguainò la spada, che scintillò alla luce del fuoco. Era assai diversa dalle rozze lame che Rand aveva visto in mano alle guardie dei mercanti. Non era adorna d’oro né di gemme, ma sembrava ugualmente splendida. La lama, lievemente ricurva e affilata solo da una parte, aveva un altro airone inciso nell’acciaio. I corti bracci dell’elsa erano lavorati a forma di treccia. Sembrava fragile, a paragone delle spade delle guardie, quasi tutte a doppio taglio e tanto massicce da abbattere un albero.

«L’ho avuta molto tempo fa e molto lontano da qui» disse Tam. «E l’ho pagata davvero molto. Due monete di rame sono troppe, per una di queste. Tua madre non approvò l’acquisto, ma è sempre stata più saggia di me. Ero giovane, allora, e mi parve che valesse il prezzo. Tua madre voleva che me ne liberassi e più d’una volta ho pensato che avesse ragione e che avrei dovuto darla via.»

Il riflesso del fuoco pareva incendiare la lama. Rand trasalì. Aveva sognato spesso di possedere una spada. «Darla via?» protestò. «Come si fa a dar via una spada simile?»

Tam sbuffò. «Non serve, per pascolare le pecore. E neppure per arare la terra e mietere il grano.» Per un poco fissò la spada come se si chiedesse come mai la teneva in mano. Alla fine mandò un lungo sospiro. «Ma, se non sono stato preso da fantasie morbose, se la fortuna ci pianta in asso, forse nei prossimi giorni sarò lieto d’averla conservata in quel vecchio baule.» Rimise la spada nel fodero e con una smorfia si pulì le mani sulla camicia. «La minestra dovrebbe essere pronta. Mentre riempio i piatti, prepara il tè.»

Rand andò a prendere il barattolo del tè, ma era incuriosito. Perché Tam aveva comprato una spada? Non riusciva a immaginare un motivo. E fin dove era andato, per averla? Pochissimi si allontanavano dai Fiumi Gemelli. Rand aveva sempre vagamente immaginato che suo padre fosse andato in altri paesi... sua madre era forestiera... ma, una spada? Avrebbe fatto un mucchio di domande, a tavola.

L’acqua del tè bolliva e Rand fu costretto ad avvolgere uno straccio intorno al manico del bricco per toglierlo dal gancio. Mentre si raddrizzava, un forte colpo alla porta fece tremare il catenaccio. Tutti i pensieri della spada, o del bricco caldo, svanirono.

«Un vicino» disse, incerto. «Mastro Dautry verrà a chiedere in prestito...» Ma la fattoria dei Dautry, la più vicina, era a un’ora di cammino anche di giorno, e Oren Dautry, per quanto non si vergognasse mai di chiedere qualcosa in prestito, difficilmente avrebbe lasciato la casa di notte.

Tam posò sul tavolo la pentola di minestra e si scostò. Tenne le mani sull’elsa della spada. «Non credo...» iniziò. Ma in quel momento il catenaccio volò in pezzi e la porta si spalancò di colpo.

Una figura riempì il vano, più massiccia di qualsiasi uomo Rand avesse mai visto, coperta di nera maglia d’acciaio lunga fino al ginocchio e munita di punte ai polsi, ai gomiti e alle spalle. Una mano stringeva una pesante spada a forma di falce; l’altra schermava gli occhi, come per difenderli dalla luce.

Rand provò un certo sollievo: quell’uomo, chiunque fosse, non era il cavaliere nero. Poi vide le ritorte corna d’ariete che sfioravano l’architrave e il muso irsuto al posto di bocca e naso. Emise un grido di terrore e, d’istinto, scagliò il bricco bollente contro quella testa animalesca.

La creatura mandò un ruggito, tra il ringhio e l’urlo di dolore, quando sentì sul muso gli schizzi d’acqua bollente. Nello stesso istante la spada di Tom guizzò con la rapidità d’un lampo. Il ruggito si mutò in gorgoglio e l’enorme creatura cadde all’indietro. Non aveva ancora toccato terra e già un’altra cercava di aprirsi la strada a colpi d’artiglio. Rand vide una testa deforme munita di corna dritte come chiodi, prima che Tam colpisse di nuovo e due corpi bloccassero la porta.

«Scappa, figliolo!» gli gridò suo padre. «Nasconditi nei boschi!» I corpi sulla soglia si mossero perché altre creature cercavano di sgombrare la porta. Con la spalla Tam sollevò il massiccio tavolo di quercia e lo spinse contro la porta. «Sono troppi per resistere!» gridò ancora. «Esci dal retro! Vai! Vai! Ti raggiungo subito!»

Rand si girò, ma fu preso dalla vergogna per avere ubbidito con tanta prontezza. Voleva restare ad aiutare suo padre, anche se non sapeva come; ma la paura lo soffocava e le gambe parvero muoversi di volontà propria. Si lanciò verso il retro della casa, seguito da rumore di schianti e grida.

Aveva già messo le mani sulla sbarra che bloccava la porta posteriore, quando l’occhio gli cadde sul catenaccio: non veniva mai chiuso a chiave, ma quella sera Tam l’aveva serrato. Rand lasciò stare la sbarra e andò alla finestra laterale. Sganciò il saliscendi e spalancò gli scuri. La notte aveva preso il posto del crepuscolo. La luna piena e le nuvole in movimento proiettavano ombre pezzate che si rincorrevano nel cortile.

Ombre, si disse Rand. Solo ombre. La porta posteriore scricchiolò quando qualcuno, o qualcosa, spinse per aprirla. Rand si sentì la bocca secca. Un forte urto scosse la porta nell’intelaiatura e spinse Rand a muoversi velocemente: con l’agilità d’una lepre, il ragazzo balzò fuori della finestra e si acquattò contro la parete esterna. Il battente si schiantò con fragore di tuono.

Facendosi forza, Rand si alzò a mezzo e scrutò nella stanza, con un occhio solo, dall’angolo della finestra. Nel buio non vide molto, ma più di quanto gli piacesse. La porta pendeva di sghimbescio e sagome scure si muovevano con cautela, parlando con voce bassa e gutturale. Rand non capì che cosa dicessero: le parole avevano un suono aspro, inadatto a lingue umane. Asce e lance e cose piene di punte brillarono ai raggi di luna. Stivali strisciarono sul pavimento e ci fu anche uno scalpiccio ritmico, come di zoccoli.

Rand inspirò a fondo e gridò con tutto il fiato che aveva in corpo: «Vengono dal retro!» Le parole uscirono come un gracidio, ma almeno uscirono. Rand aveva dubitato di riuscire a gridare. «Io sono fuori! Scappa, padre!» E si allontanò come una saetta.

Grida rauche e furibonde risuonarono nella stanza posteriore. Ci fu un rumore di vetri rotti, forte e secco; qualcosa cadde pesantemente per terra alle spalle di Rand. Il ragazzo immaginò che una creatura avesse sfasciato la finestra, anziché cercare di varcarla, ma non si girò a guardare se aveva ragione. Come una volpe che fuggisse i segugi, schizzò nell’ombra più vicina, fingendo di puntare verso i boschi, poi si lasciò cadere carponi e strisciò verso la stalla, dove il buio era più fitto. Qualcosa gli cadde sulla schiena. Rand agitò le braccia, incerto se lottare o scappare, finché non si accorse che si trattava del nuovo manico per la zappa, che Tam aveva iniziato a sagomare.

"Che idiota!" pensò. Per un attimo rimase lì disteso, cercando di smetterla d’ansimare. “Idiota come un Coplin!" Alla fine strisciò lungo il retro della stalla, portando con sé il manico di zappa. Non era molto, ma sempre meglio di niente. All’angolo, sporse cautamente la testa per scrutare l’aia e la casa.

Non c’era segno della creatura che era saltata fuori dietro di lui. Poteva essere dovunque. Gli dava la caccia, di sicuro. Forse proprio in quel momento strisciava verso di lui.

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