Le sentinelle del cielo [Sentinels from Space - it]
- Автор: Рассел Эрик Фрэнк
- Год: 1954
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Stanis La Bruna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le sentinelle del cielo [Sentinels from Space - it]». Краткое содержание книги:
La fascia favolosa della Via Lattea palpita sui loro capi, mentre nell’ombra, chi sa dove, incombe l’atroce minaccia delle astronavi di Deneb. Da troppe generazioni ormai, la razza umana, colonizzando i pianeti, è rimasta esposta alle insidiose radiazioni cosmiche; e le nuove specie dei “mutanti”fanno capolino ovunque, dando origine a nuove razze umane.
Con questo romanzo, E.F. Russell ha saputo narrare l’epopea siderale di un futuro che potrebbe anche essere vero…
Kayder uscì. Si fermò a una certa distanza dalla sua casa per osservare l’edificio, e scoprì che era già piantonato. Camminò per strade e vicoli fino alle due del mattino, pensando alle potenti scatole che si trovavano nello studio della sua casa. Senza di esse si sentiva una comune pedina. Come poteva entrare in casa senza farsi vedere? Da quale distanza, dietro l’anello di guardie, poteva lanciare il sibilo che solo gli insetti potevano sentire?
Stava scivolando silenziosamente nella parte più buia di una piazza, quando quattro uomini uscirono da un portone e gli sbarrarono il passo.
Uno di loro, un telepatico, parlò con sicurezza assoluta. — Voi siete Arthur Kayder. Vi stavamo cercando.
Era inutile negare a chi poteva leggere nella sua mente. Li seguì docilmente, sempre pensando alle sue preziose scatole, sempre convinto che gli insetti erano la migliore delle armi.
7
Le nebbie striscianti di Venere si addensavano in un fitto strato giallo sui portelli delle stive. Quando Raven entrò nella cabina principale per osservare lo schermo radar, una linea luminosa seghettata segnava la gigantesca catena delle Sawtooths Mountains. Dietro, fino alle grandi lussureggianti pianure dove l’uomo aveva stabilito il più forte caposaldo, si stendevano digradanti le foreste pluviali.
Una vibrazione costante scosse il Fantôme durante tutta la manovra più difficile, quella della decelerazione del gigante progettato per velocità incredibile. Non era una cosa semplice. Non lo era mai.
In basso, profondamente nascosti dal verde delle foreste giacevano quattro cilindri contorti di vecchie astronavi. In quel momento i piloti del Fantóme si preoccupavano unicamente di non far salire il numero a cinque.
Anche i passeggeri sapevano che quello era il momento più critico del viaggio. Gli accaniti giocatori di carte si fecero tesi e silenziosi, le discussioni terminarono e i bevitori di tambar divennero improvvisamente sobrii.
Tutti gli occhi erano intenti a osservare sullo schermo radar i denti di roccia che ingigantivano per poi sparire dietro lo scafo in fase di discesa.
Dagli altoparlanti giungeva la voce monotona di un ufficiale che si trovava nella cabina di pilotaggio.
— Quarantaduemila, quarantamila, trentaseimila…
Senza partecipare all’ansietà generale, Raven osservò lo schermo in attesa del momento opportuno. Le catene di montagne sorpassarono il centro dello schermo, scivolarono verso il basso e scomparvero. Qualcuno sospirò di sollievo.
Apparve l’estremità ovale della grande pianura, che a poco a poco diventò più chiara, più dettagliata. E comparvero i grandi fiumi, le vibrazioni dello scafo si fecero violente sotto lo sforzo di controbilanciare la forza di gravità del pianeta.
— Seimila. Cinquemilacinquecento…
Raven abbandonò il suo posto e uscì dalla cabina. Alcuni lo guardarono sorpresi per l’insolito comportamento.
Camminando in fretta lungo un corridoio metallico, raggiunse il portello anteriore. Quello era il momento migliore. L’equipaggio aveva il suo da fare, e tutte le menti erano occupate in tutt’altro. I passeggeri, invece, si preoccupavano per la salvezza della loro pelle.
Per quanto abituato al grande senso di autoconservazione degli esseri umani, Raven trovò la cosa divertente. Essere in apprensione, per quanto li riguardava, era un caso di totale ignoranza. Se fossero stati meglio informati…
Nel manovrare la porta automatica sorrise tra sé. Poi entrò nella camera stagna e richiuse il portello. Quell’azione avrebbe fatto accendere una lampadina rossa nella cabina di pilotaggio e avrebbe fatto squillare un campanello di allarme. Qualcuno sarebbe accorso per vedere chi era il pazzo che si divertiva con le uscite in quel momento delicato dell’atterraggio. Ma non aveva importanza. Il furente ufficiale sarebbe arrivato con almeno mezzo minuto di ritardo.
Il piccolo altoparlante della camera stagna, sintonizzato con la cabina di pilotaggio, continuava a dare informazioni.
— Quattromiladuecento, quattromila, tremilaseicento…
Raven manovrò rapidamente la leva del portello esterno, e lo spalancò. Non il minimo soffio d’aria uscì dallo scafo. Fu anzi l’atmosfera del pianeta a entrare, con il suo calore, la sua umidità e il forte odore della vegetazione.
Qualcuno cominciò a battere con violenza contro il portello interno, con il rabbioso vigore dell’autorità sfidata. In quello stesso momento dall’altoparlante giunse uno scatto, e una nuova voce cominciò a gridare: — Voi, nel Compartimento Quattro, chiudete il portello esterno e aprite quello interno. Vi avvertiamo: la manovra dei portelli da parte di personale non autorizzato comporta la pena di…
Raven fece uno scherzoso gesto di saluto all’altoparlante e saltò dallo scafo. Cadde a testa in avanti nell’aria umida e cominciò a rotolare su se stesso. Un attimo dopo, il Fantôme era un cilindro nero che volava alto sopra di lui, mentre un mondo di piante e di fiumi gli correva incontro.
Se qualcuno dall’astronave fosse stato tanto pronto da afferrare un binocolo per osservare la figura allargata nell’aria, che rotolava in caduta apparentemente incontrollata, avrebbe avuto qualcosa di strano cui pensare. Di solito, soltanto due tipi di persone saltavano da un’astronave in volo: i suicidi e i levitanti che volevano fuggire. Questi ultimi usavano le loro capacità extranormali per discendere a velocità di sicurezza. Soltanto i suicidi cadevano come pietre. Due tipi di persone saltavano da una astronave in corsa… e non era concepibile che ci fossero esseri che non erano esattamente persone.
La caduta durò più a lungo di quanto sarebbe durata sulla Terra. Una persona cade con accelerazione regolare finché non viene frenata dall’aumento della pressione atmosferica, e lì, la densa atmosfera del pianeta si accumulò contro il corpo in movimento.
Quando Raven fu a cento metri dalla cima degli alberi, il Fantôme era ormai ridotto alle dimensioni di una matita e stava iniziando l’ultima fase dell’atterraggio. Era impossibile che da bordo lo potessero vedere. In quel momento Raven rallentò la velocità di caduta.
La frenata fu un curioso fenomeno, senza niente in comune con i contorcimenti di volo e gli sforzi mentali che compivano i levitanti. Il rallentamento avvenne con regolarità, in modo naturale, come quando un ragno cambia improvvisamente idea e riduce di colpo l’emissione del filo.
All’altezza delle piante, a circa cento metri dal suolo, Raven scese come sospeso a un paracadute invisibile. In mezzo agli enormi rami, grossi quanto il tronco di un vecchio albero terrestre, cominciò a volteggiare come una foglia. Toccò il suolo lasciando soltanto una leggera impronta di tacchi sul terriccio.
Era disceso a poco più di un chilometro dal limite della grande pianura. Lì le gigantesche piante crescevano più distanziate l’una dall’altra, lasciando filtrare raggi di luce simili a quelli che piovono dalle vetrate di una cattedrale. Cinquanta o sessanta chilometri a ovest cominciava la vera giungla venusiana, con tutta la moltitudine di feroci creature da incubo, che solo ultimamente avevano imparato a mantenersi debitamente lontane dall’ancora più pericolosa creatura chiamata Uomo.
Raven non era affatto preoccupato dalla possibilità di veder comparire un solitario esemplare di qualcuno dei mille tipi di bestie feroci che abitavano le foreste del pianeta, e non si preoccupò nemmeno degli ancora più terribili cacciatori di uomini che si sarebbero lanciati fra poco alla sua ricerca.
La notizia del suo salto avrebbe irritato quelli che lo stavano aspettando allo spazioporto. Ma l’irritazione non sarebbe durata a lungo. Il messaggio di Kayder, se l’avevano ricevuto, doveva descriverlo, come un fenomeno telepatico al quale personaggi terrestri come Heraty e Carson sembravano attribuire più importanza di quanto meritava. Da questo avrebbero dedotto che tutta la sua importanza doveva essere ricercata in qualcosa che Kayder non aveva notato e che loro dovevano scoprire. Ora sapevano che aveva lasciato l’astronave alla maniera dei levitanti, ma che era precipitato nel vuoto in modo diverso. Senza esitazione avrebbero accettato l’esistenza di un nuovo e insospettato essere di talento para-levitante. Sommando la notizia a quanto già sapevano, sarebbero giunti a classificarlo quale primo esempio della creatura spesse volte immaginata e terribilmente temuta: una creatura dotata di molti talenti, che discendeva dall’unione di mutanti diversi. Mettendosi a sedere su uno spesso pezzo di corteccia verde, Raven sorrise tra sé divertito. Un esempio di “mutante multiplo”nato dall’unione di mutanti diversi. Un essere simile, per quanto i tre pianeti fossero tenuti costantemente sotto controllo, non era mai stato scoperto. E c’erano ottime ragioni genetiche per credere che un mutante del genere non sarebbe mai stato trovato, né che potesse esistere.