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La musica della città vivente [=Il rock della città vivente / City Come A-Walkin' - it]

Электронная книга - «La musica della città vivente [=Il rock della città vivente / City Come A-Walkin' - it]». Краткое содержание книги:

Il tema della città è stato più volte sfruttato in fantascienza, da quelle volanti di James Blish a quelle del lontano futuro di Clifford Simak. Ma nessuno, prima di John Shirley, aveva esplorato con tanta efficacia il mito della città vivente, organismo tipico del XX secolo e dintorni. Se le città hanno davvero un’anima, è possibile che sia maligna? E ammesso che si tratti di organismi senzienti, è concepibile che il rock sia l’equivalente della loro musica delle sfere? Lo scoprirà il lettore in questo thriller metropolitano ante-litteram, il libro che alla fine degli anni Settanta consacrò John Shirley come uno dei più promettenti autori di fantascienza moderna.
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— Una fine mostruosa, per la madonna — intervenne Hulera. Scosse la testa, il sorriso scomparve. — Gli hanno infilato il boccaglio di un estintore nell’occhio.

— Uh… Che razza di modo di morire. — Cole deglutì per cercare di riprendere il controllo. — E come diavolo è successo? — chiese, con un sorriso che si rese conto doveva sembrare la smorfia di un ubriaco.

— Questo volevamo chiederlo a voi — disse Hulera con aria da istrione.

— A me? E perché?

— Ci hanno detto che dovete un sacco di soldi a quella gente. Un sacco. A quelli del diciottesimo piano — rispose Drummond.

Cole si sentiva penetrare dallo sguardo di Drummond. Il poliziotto stava esaminando al microscopio ogni minima variazione nell’espressione di Cole.

— Sentite, Drummond — ribatté Cole — è ovvio che mi sarei levato dai pasticci se fossi andato da loro e avessi infilato qualcosa nell’occhio della guardia. Lampante. Insomma, è logico che dev’essere stato un maniaco. Insomma, se questo cosiddetto debito mi avesse fatto uscire di testa, e non voglio dire che non mi dia fastidio, se avessi perso i cinque minuti e fossi andato a far fuori tutti, credete che adesso potrei starmene qui a fare tranquillamente il mio lavoro, a poche ore di distanza?

— Come fate a sapere che sono passate poche ore? — disse Hulera, giulivo. Nei suoi occhi si accese la luce di trionfo dell’ingenuità.

— Cristo, Hulera — ringhiò Drummond con l’angolo della bocca — gliel’ho detto io qualche secondo fa. E sta’ attento.

Hulera scrollò le spalle, si leccò le labbra, puntò lo sguardo su Cole.

— Vi dispiacerebbe venire con voi al commissariato di polizia, signor Cole? — chiese Drummond.

— Mi dispiacerebbe sì. A meno che non abbiate un mandato di arresto.

— Possiamo averlo entro domani mattina — disse Hulera.

Si abbassarono le luci. Era cominciato il numero di Catz. Dovettero urlare tutt’e tre per farsi sentire al di sopra della musica.

Cole era contento che l’illuminazione fosse scarsa. Drummond non poteva più vedere perfettamente il suo viso. Era sicuro che il terrore che lo stava assalendo (niente lo spaventava più della prospettiva di finire in galera) si riflettesse in chissà quale angolo del suo viso.

— Dovrete procurarvi un mandato — disse Cole. — Io ho un locale da mandare avanti, e con quel debito che mi pende sulla testa resterò qui ad assicurarmi che renda tutto il denaro possibile, potete scommetterci l’anima…

— Una scusa molto debole, amico — disse Hulera, protendendosi in avanti. La sua voce era dura come l’acciaio.

— Porca miseria, Hulera, è un’ottima scusa — urlò Drummond al suo collega. Poi fece un cenno a Cole. — A domani. — E guidò fuori dal bar un Hulera terribilmente accigliato.

Cole si versò da bere.

— Un comportamento sospetto — mormorò fra sé, sorseggiando il liquore e fissando i poliziotti. — Dovevo andare con loro. Forse dovrei rincorrerli e rispondere a tutte le domande. Chi se ne frega.

La sua attenzione si soffermò sulla figura riflessa nella vetrina del club, fra insegne al neon che si accendevano e si spegnevano; una figura vaga, sovrapposta alle immagini dei clienti che popolavano il club. Era visibile solo quando il colore delle insegne passava dal giallo al rosso. Rosso: era Città, col suo impermeabile, il cappello lacero, gli occhiali a specchio.

Cole si guardò attorno. Città non c’era (se non a livello macroscopico). Di lui restava soltanto quel riflesso. Un riflesso che nessuno proiettava. Lo guardò. Città lo stava fissando e scuoteva la testa. — Alludi ai poliziotti? — gli chiese. — Devo andare a parlare con loro?

Città scrollò la testa, ammiccò, svanì.

Cole si rimise al lavoro. Quando terminò di suonare, Catz lo raggiunse al banco. — Ho sentito la voce di Città nei microfoni del palco — gli disse. — Mi ha parlato.

Il gelo scese nel cuore di Cole. — Vuole farci fare qualche altra cosa…

Lei annuii. — Ha detto che devi andare al telefono a gettoni.

— Perché? — Cole lasciò cadere lo straccio per pulire il banco. — Stasera è stato abbastanza. Non posso sopportare niente di più. Uh-uh. È stato abbastanza per dieci anni.

Ma andò al telefono.

Davanti all’apparecchio senza schermo, raccolse il ricevitore, s’infilò un dito nell’altro orecchio per eliminare in parte il frastuono della disco, e si mise in ascolto. Immediatamente, più forte del segnale di libero, si udì la voce di Città: — Non parlare con la polizia se puoi evitarlo. Cercherò di gettare i sospetti su una banda rivale. I Tongs, magari. Loro, quelli di Roscoe, hanno la tua voce registrata su videonastro. Sono riuscito a bloccare la telecamera, ma non la registrazione audio. Per cui, se vai al commissariato, potrebbero identificarti… Adesso devi recarti al Memorial Auditorium. C’è un concerto dei Prima Lingua. I vigilantes vogliono dare una lezione al gruppo perché si è rifiutato di associarsi al loro sindacato musicisti. Andremo a orecchio, vedremo di sfruttare le possibilità che ci si offriranno. Va’ all’uscita sud e ti farò entrare. Parti subito.

— Ehi, senti, sono stufo di fare le cose così, a orecchio — cominciò Cole in tono stridulo. — Avevi detto che non sarebbe successo niente a nessuno, e invece ci sono… — abbassò la voce, si guardò alle spalle — …ci sono dei morti in quel palazzo, e due come minimo non dovevano morire. Come minimo. Non c’era motivo di uccidere la guardia con l’estintore, Città. Potevi semplicemente stordirla, oppure… — La voce di Cole si spense. Il telefono gli rimandava solo il suo segnale monotono. Aveva la netta sensazione… — Città? — …che Città non fosse più all’apparecchio.

Scagliò il ricevitore di plastica contro la tastiera, restò a guardarlo rimbalzare e penzolare per aria, appeso al cordone di metallo, come un orribile pendolo.

Catz era al suo fianco, gli porgeva la giacca. — Ho già detto a Bill di sostituirti — disse. — La band continuerà senza di me. Al diavolo.

Cole si mosse lentamente per prendere la giacca. In lui c’erano tre diverse stratificazioni di paura. La prima era la paura di essere ucciso o fatto prigioniero. La seconda era paura per il night club e, contemporaneamente, paura per la sorte di Catz. La terza stratificazione era il terrore che provava accorgendosi di non avere nessuna scelta quando giungeva il momento di fare quanto Città gli diceva…

S’infilò la giacca e seguì Catz fuori dal locale.

L’uscita sud dell’Auditorium era chiusa con una catena; non c’era nessuno a sorvegliarla. Ma Città aveva aperto i due lucchetti che la bloccavano, e Cole dovette semplicemente sfilare la catena dalle maniglie della porta. Questa era chiusa anche dall’interno, e resisteva ai colpi di Cole. Catz disse: — Tirati indietro. — Cole si tirò indietro. Sentì due scatti metallici. Quando riprovò a spingere, la porta era aperta.

La spalancò, e i due entrarono decisi nel caldo e nel fumo dell’Auditorium. Si trovavano in un corridoio all’esterno dei gabinetti. Il corridoio di cemento vibrava al ritmo del basso e delle percussioni della band che si stava esibendo sul palcoscenico dall’altra parte della parete… Non erano soli. Li avevano visti entrare.

Punk e seguaci dell’angoscia rock erano allineati lungo le due pareti in un disordine studiato. I punk indossavano abiti fatti da loro stessi, ornati alla rinfusa da catene, gioielli, ninnoli, gingilli, autoadesivi, distintivi vari; i loro vestiti (simili come stile senza che ce ne fossero due identici) erano accozzaglie di parti che facevano a pugni tra loro, a riflettere il disgusto per gli abiti di produzione industriale e la moda computerizzata. Gli angosciari indossavano soprattutto uniformi (andava bene ogni tipo d’uniforme, ma quelle da carcerato erano le preferite) oppure tuniche bianche da ospedale. C’era anche un pizzico di vestiti in gomma, in pelle nera, in metallo cromato, qualche fascia da trapianto, qualche voguer sgargiante. Fumavano sigarette, erba e stick di alcaloidi. Guardarono Cole e Catz con indifferenza, ma in qualche espressione Cole lesse rispetto: — Quelli sono entrati gratis — ridacchiò qualcuno. — Mica dev’essere stato facile forzare la porta.

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