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Un mondo di ombre [Marion's Wall - it]

Электронная книга - «Un mondo di ombre [Marion's Wall - it]». Краткое содержание книги:

Può ritornare il passato? E una donna può attraversare lo schermo invisibile che separa il suo tempo dal nostro? Nell’anno del centenario del cinema, questo affascinante romanzo di Finney costituisce l’omaggio di URANIA (e della fantascienza in generale) al mondo della settima arte. Un mondo di sguardi allucinati, di visioni terrificanti e sogni impossibili; un mondo di mostri e magie che diventano sotto i nostri occhi tangibili e vivi. Come gli spettri di Marion, come le ombre della nera villa adagiata in collina di questo romanzo, come il mondo del passato — anzi, il mondo senza tempo che s’infiltra nel nostro lasciando una traccia enigmatica e indelebile.
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— Lo so. — Tesi una mano sul suo gomito. Dolcemente, le dissi: — Marion, la gente non viaggia più in treno. Non ce ne sono quasi più.

Lei non rispose, non si mosse. Si guardò attorno, a lungo. Scrutò la panche deserte e male in arnese; la lunga fila di sportelli, quasi tutti chiusi da assi di compensato; il ristorante dalla vetrina polverosa in un angolo della sala d’aspetto, con le grandi maniglie della porta d’ingresso bloccate da catena e lucchetto; il grande cartello elettrico in alto con la scritta ARRIVI-PARTENZE, che al momento annunciava solo il nulla; la tavola calda smantellata, con la fila di supporti metallici degli sgabelli ancora inchiodata al pavimento, mentre gli sgabelli erano scomparsi. Disse: — Sono venuta qui una sera. Recitavo all’Alcazar. Ero nel primo e nel terzo atto, ma non nel secondo, così ho avuto il tempo di correre qui e tornare a teatro per rientrare in scena. Doug Fairbanks e Mary Pickford stavano partendo per Hollywood.

“Tornavano a casa a Pickfair. Si erano fermati qui tre giorni. Avevano visto la commedia in cui recitavo la seconda sera, dalla quinta fila. Li avevo riconosciuti. E adesso rientravano a Hollywood. Sul Lark, ovviamente. Sono arrivata qui in tempo per vederli scendere da una grossa automobile verde scuro, con la capote di tela abbassata. Era una bella sera. È successo proprio lì.” Annuì in direzione della strada e si avviò verso la porta aperta. Io la seguii, continuando a tenerla per il gomito. “Doug salutava con la mano e sorrideva, con quel suo meraviglioso sorriso, e intanto aiutava Mary a scendere dall’auto. E anche lei aveva sulle labbra il suo bellissimo sorriso.” Ci fermammo sul marciapiede. Marion fissò la strada buia, deserta. “Lei aveva tra le braccia un mazzo enorme di rose gialle. E la loro automobile era ferma esattamente dove ho parcheggiato la tua. Qualcuno aveva tenuto libero lo spazio per loro. Però io non sono riuscita ad avvicinarmi. Sul marciapiede e in strada dovevano esserci un migliaio di persone che urlavano ‘Doug! Mary!’ Quelli più vicini cercavano di toccarli. Doug continuava a sorridere, e teneva un braccio attorno a Mary, e intanto percorrevano il marciapiede. Proprio qui, in questo punto esatto! La gente che arrivava per prendere il Lark… ce n’erano centinaia tutte le sere, Nick!… era costretta a scendere da taxi e automobili in mezzo alla strada, ai margini della folla. E la gente si alzava sui predellini delle auto, saltava in aria per cercare di vedere Doug e Mary sopra le teste della folla. Poi tutti li hanno seguiti dentro. Le entrate erano intasate. Siamo andati tutti a vederli partire. Quando il Lark ha lasciato la stazione, in perfetto orario, Doug e Mary erano sulla piattaforma panoramica, appena sopra il grosso cartello rotondo che diceva Lark. Doug salutava la folla col braccio, e Mary lanciava le sue rose alla gente, a una a una. Qualcuno si è messo a correre sul marciapiede a fianco del treno per poterli vedere fino in ultimo. Doug ha continuato a salutare e Mary a scoccare baci finché il treno non è scomparso in lontananza, e noi abbiamo risposto ai loro saluti finché sono rimasti solo due fanalini rossi e il cartello illuminato con la scritta Lark.” Marion si girò a guardare la facciata scolorita della stazione, poi si voltò di scatto, e percorremmo il marciapiede deserto fino all’automobile.

Guidai io, tenendo d’occhio Marion. Si girava a guardare la città che correva al nostro fianco, abbassava gli occhi sul pavimento dell’automobile, guardava di nuovo la città. Dopo un po’, a occhi bassi, disse: — Portami a O’Farrell Street, ti spiace, Nick? Tra la Mason e la Powell — e io annuii.

Attraversai Market Street, imboccai la O’Farrell, aspettai a un semaforo della Mason, poi ripartii lentamente verso la Powell. A metà di un isolato rallentai. — Qui?

— Un po’ più avanti, credo… No, adesso siamo troppo avanti. Oppure no? Aspetta.

Accostai al marciapiede. La capote era ancora abbassata, e Marion si girò a guardare dal retro dell’auto, poi si chinò in avanti, scrutando dal parabrezza. Studiò un edificio appena davanti a noi, sull’altro lato della via. — Moatle? E cosa significa? — Indicava un’enorme insegna in plastica gialla, rossa e bianca sulla facciata dell’edificio.

— Motel — la corressi. — È… una specie di hotel. Però senza atrio o cose del genere. Soltanto stanze e il posto per parcheggiare l’automobile… — La mia voce si spense. Marion stava scuotendo la testa per zittirmi. Chiuse gli occhi e girò la testa nella direzione opposta.

Poi riaprì gli occhi e fissò di nuovo il motel. — Ma guardalo! — disse, rabbiosa. — Gesù, com’è brutto! Portami via di qui, Nick. Un tempo lì c’era l’Alcazar.

Un isolato più avanti chiesi: — Qualcosa d’altro?

— Niente.

— Allora forse dovresti spiegarmi cosa avevi in mente prima. Alla stazione.

Irrequieta, lei rispose: — Dovevamo andare a Hollywood.

— A Hollywood. — Annuii. — E perché?

— Perché? Hai visto Ragazze focose! Ero grande — disse semplicemente lei. — Stavo già lavorando in un altro film. E in quello ero ancora più grande. Saremmo andati a Hollywood, Nickie. Come avremmo dovuto fare l’altra volta! Così avrei potuto riprendere la mia carriera.

Annuii ripetutamente, poi dissi con molta dolcezza: — Be’, adesso lo sai. Questo è un mondo diverso, Marion. L’Alcazar è scomparso. Come il Lark. E magari tra un po’ sparirà anche la stazione ferroviaria. E il mondo si sta riempiendo di motel. Ragazze focose è stato tanto, tanto tempo fa. E io non sono mio padre.

Lei annuì, poi abbandonò la testa sul sedile, e io la guardai. Aveva gli occhi chiusi; le lacrime le colavano sulle guance. — Porca miseria. Avevo davanti una grande carriera!

Arrivati a casa, misi il freno a mano. Marion aprì gli occhi e alzò la testa a guardare la casa. Restò a fissarla per qualche secondo, poi si girò verso me. — Addio, Nickie. — Scosse la testa a movimenti lenti. — Sono stanca, così stanca. — Poi sorrise e mi mise una mano sulla spalla. — Però è stato bello, no? — Non le risposi. Dire di sì mi sembrava sleale nei confronti di Jan, e mi sentivo già abbastanza in colpa. — E dai, Nickie — mi sollecitò lei, delusa di me — di’ che è stato bello. Non ti succederà niente.

Restai a guardarla per qualche attimo. — Te ne vai sul serio? Per sempre?

Lei annuì, e deglutì. — Sì.

— Va bene — dissi. — Perché no, allora? Ammetterò che è stato bello perché lo è stato. Non posso farci niente. — Ci riflettei su, poi le sorrisi. — Quindi sì, è stato molto bello, Marion. In effetti, è stato meraviglioso, e io non lo dimenticherò mai.

— Perbacco. — Lei sorrise e appoggiò la testa sul sedile.

Mi sentivo enormemente meglio solo per il fatto di riuscire a dire quelle cose, ammettere la verità. — Sei una ragazza fantastica, Marion. Diversa da tutte le altre che ho conosciuto. Per più di un verso.

— Raccontalo a tutti — mormorò lei, a occhi chiusi. — Io mi impappinerei.

— Non chiedermi di fare paragoni fra te e Jan, perché non li farò. — Fissavo, attraverso il parabrezza, la strada deserta. — Però all’inferno, sì, ammetterò che è stato bello. È stato meraviglioso, Marion. Assolutamente meraviglioso.

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