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L'anno del contagio [Doomsday Book - it]

Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:

Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.
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— Padre Roche — disse, non appena lui cominciò a pressare la terra con la parte piatta della pala, — dobbiamo andare in Scozia.

— In Scozia? — ripeté lui, come se non ne avesse mai sentito parlare.

— Sì — insistette Kivrin. — Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo prendere l'asino e andare in Scozia.

— Bisognerà portare con noi i sacramenti — osservò Roche, annuendo. — E prima di partire devo suonare la campana per Rosemund, in modo che la sua anima possa arrivare in cielo sana e salva.

Kivrin avrebbe voluto dirgli che non c'era tempo, che dovevano partire immediatamente, ma si limitò ad assentire.

— Intanto io andrò a prendere Balaam — replicò soltanto.

Roche si avviò verso la torre campanaria e prima ancora che l'avesse raggiunta lei stava già correndo verso il granaio. Voleva andare via di lì adesso, subito, prima che succedesse qualche altra cosa, come se la peste fosse stata sul punto di saltare loro addosso da dietro la chiesa, o dal granaio o dalla birreria.

Attraversò di corsa il cortile ed entrò nella stalla, portando fuori l'asino e cominciando ad affibbiargli sulla groppa le bisacce.

La campana rintoccò una volta e poi tacque… e Kivrin si bloccò con la cinghia del sottopancia in mano, aspettandosi di sentirla suonare ancora. Sapeva che i colpi previsti per una donna erano tre, e sapeva anche perché Roche si era fermato. Un colpo per un bambino. Oh, Rosemund.

Legò la cinghia del sottopancia e cominciò a riempire le bisacce: erano troppo piccole per contenere tutto, quindi avrebbe dovuto legare anche i sacchi sul dorso del mulo. Riempì una sacca di tela grezza con l'avena per nutrire l'animale, prelevandola dalla mangiatoia con entrambe le mani e rovesciandone in abbondanza sul pavimento sporco, poi cercò di prendere una rozza corda che pendeva dallo stallo del pony di Agnes per poterla chiudere. La corda era però legata allo stallo con un nodo che non riusciva a sciogliere, quindi alla fine si arrese e corse fino alla cucina per prendere un coltello, e al ritorno portò con sé i sacchi di viveri che aveva preparato in precedenza.

Staccata la corda dallo stallo la divise in pezzi più piccoli e si avvicinò all'asino, che stava cercando di praticare con i denti un buco nella sacca dell'avena, gli legò sul dorso tutti i bagagli con i pezzi di corda e lo condusse nel cortile e attraverso la piazza, fino alla chiesa.

Roche non si vedeva da nessuna parte. Kivrin doveva ancora andare a prendere le coperte e le candele, ma voleva riporre prima i sacramenti nelle sacche. Cibo, avena, coperte, candele. Aveva dimenticato qualcosa?

Roche apparve sulla soglia della chiesa, senza però avere nulla in mano.

— Dove sono i sacramenti? — gli chiese Kivrin.

Lui non rispose e per un momento si appoggiò allo stipite, con la faccia improntata alla stessa espressione che aveva avuto quando era venuto a dirle della morte del castaldo.

Ma sono morti tutti, pensò Kivrin. Non c'è più nessuno che possa morire.

— Devo suonare la campana — disse quindi Roche, e si avviò attraverso il cortile in direzione della torre campanaria.

— L'hai già suonata — replicò Kivrin. — Non c'è tempo per la campana a morto perché dobbiamo metterci in viaggio per la Scozia. — Legò quindi l'asino al cancello del porticato, annaspando con le dita gelate per serrare la corda, e gli corse dietro, afferrandolo per una manica. — Cosa c'è?

Lui si girò quasi con violenza, e l'espressione del suo volto la spaventò: sembrava un tagliagole, un assassino.

— Devo suonare la campana dei vespri — ribatté, e si liberò dalla sua stretta con un gesto energico.

Oh, no, pensò Kivrin.

— È appena mezzogiorno — insistette. — Non è ancora ora dei vespri.

È soltanto stanco, si disse. Siamo entrambi stanchi e non riusciamo a pensare in maniera coerente.

— Vieni, padre — aggiunse, prendendolo per una manica. — Dobbiamo andare, in modo da essere fuori del bosco prima di notte.

— L'ora è passata e non ho ancora suonato i vespri — replicò Roche. — Lady Imeyne si infurierà.

Oh no, gemette interiormente Kivrin. Oh no, oh no.

— Li suonerò io — si offrì, parandosi davanti a lui per fermarlo. — Adesso devi andare in casa e riposare.

— Si fa buio — ribatté il prete, con rabbia, poi aprì la bocca come per inveire ancora e da essa scaturì una grande boccata di vomito e di sangue che andò a spruzzare il giustacuore di Kivrin.

Oh no oh no oh no.

Roche guardò con espressione sconcertata il giustacuore macchiato e ogni traccia di violenza svanì dal suo volto.

— Sono malato? — chiese, continuando a fissare il giustacuore sporco di sangue.

— No — rispose Kivrin. — Ma sei stanco e devi riposare.

Lo guidò verso la chiesa, e quando lui incespicò ebbe un momento di panico, perché sapeva che se fosse caduto non sarebbe riuscita a farlo rialzare. Lo aiutò ad entrare, tenendo puntellata la pesante porta con la schiena, e lo fece sedere con le spalle addossate alla parete.

— Temo che il lavoro mi abbia stancato — mormorò Roche, appoggiando la testa contro le pietre. — Dormirò un poco.

— Sì, dormi — approvò Kivrin, e non appena lui ebbe chiuso gli occhi tornò di corsa al maniero per prendere delle coperte e una trapunta per preparargli un pagliericcio. Quando però entrò di volata in chiesa il prete non era più dove lo aveva lasciato. — Roche! — chiamò, cercando di vedere qualcosa nella navata buia. — Dove sei?

Non ebbe risposta e saettò di nuovo fuori tenendo le coperte ancora stette al petto, ma lui non era nella torre campanaria e neppure nel cortile della chiesa e non poteva essere arrivato fino alla casa, quindi tornò di corsa in chiesa e risalì la navata, trovandolo infine inginocchiato ai piedi della statua di Santa Caterina.

— Devi sdraiarti — disse, stendendo per terra le coperte.

Lui obbedì senza protestare e si lasciò mettere la trapunta piegata sotto la testa.

— Ho la peste, vero? — domandò, fissandola.

— No — ribatté Kivrin, coprendolo. — Sei stanco, ecco tutto. Cerca di dormire.

Roche si girò su un fianco, dandole le spalle, ma dopo pochi momenti si sollevò a sedere con il volto atteggiato di nuovo ad un'espressione omicida e gettò via le coltri.

— Devo suonare la campana dei vespri — dichiarò, in tono di accusa, e Kivrin riuscì a stento a impedirgli di alzarsi in piedi. Quando tornò a riassopirsi strappò delle strisce dal bordo logoro del proprio giustacuore e gli legò le mani alla parete divisoria.

— Non gli fare questo — si mise a mormorare ininterrottamente, senza neppure rendersene conto. — Ti prego! Ti prego! Non gli fare questo.

— Di certo Dio deve dare ascolto ad una così fervente preghiera — osservò Roche, aprendo gli occhi per un momento, poi scivolò in un sonno più profondo e tranquillo.

Kivrin corse fuori e scaricò l'asino, slegandolo, quindi raccolse i sacchi del cibo e la lanterna e portò il tutto in chiesa. Roche stava ancora dormendo, perciò lei sgusciò di nuovo fuori e attraversò di corsa il cortile per attingere un secchio d'acqua dal pozzo.

Al suo ritorno le parve che Roche stesse continuando a dormire, ma mentre gli bagnava la fronte con un pezzo di tessuto strappato dal panno dell'altare lui parlò senza aprire gli occhi.

— Temevo che te ne fossi andata — mormorò.

— Non andrei mai in Scozia senza di te — replicò Kivrin, pulendogli la bocca sporca di sangue.

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