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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Noel domandò con tono leggero: «Perché Gildig è stato incluso?»

«Non è chiaro?» chiese il vecchio. «Non può essere il traditore, ma è ottimo come funzionario addetto alla cerimonia.»

«In altre parole,» disse seccamente Conrad, «il traditore può essere solo Tixon — cioè il Capitano Pardee — Noel, Jarvis, oppure io.»

«Esatto,» disse lugubremente il vecchio. «Il nostro problema è ridurre i quattro a uno, e poi ridurre l’uno a niente. A questo scopo abbiamo qui il nostro zelante cerimoniere, Omar Gildig.»

«Sono lieto di farvi cosa grata,» disse Gildig ormai rilassato, quasi apatico.

Il vecchio fece scorrere un pannello, e scrisse col gesso su una lavagna. «Facciamo una tabella… così:

Peso

Cibo

Sangue

Arma

Cap. Pardee

Noel

Conrad

Jarvis

e parlando segnò le cifre accanto ad ogni nome: «Capitano Pardee: 162; Noeclass="underline" 155; Conrad: 166; Jarvis: 163. Poi… tutti e quattro conoscevate bene i granchiolini di palude di Fenn, e ciò indica familiarità con le paludi di Fenn. Quindi… un asterisco accanto ai vostri nomi.»

Fece un passo per guardarsi attorno. «Stai seguendo, Gildig?»

«Al tuo servizio.»

«Dunque,» disse il vecchio, «c’era del sangue sul terreno, e ciò indica una ferita. Il sangue non apparteneva ai due uomini uccisi, e non proveniva dal tesoro. Di conseguenza deve essere il sangue del traditore; e oggi ho prelevato del sangue da ognuno di voi. Lascio questa colonna in bianco. Passiamo alle armi. Gli uomini sono stati uccisi in modo rapido e preciso, con una scheggia Parnassiana. Tixon usa una pistola tipo JAR; Noel un raggio dammel; Conrad una lama perforante, e Jarvis uno sputaschegge. Quindi, una X vicino al nome di Jarvis!»

Jarvis fece per alzarsi. «Stai comodo,» disse Gildig. «Ti tengo d’occhio, Jarvis.»

Jarvis si rilassò sorridendo come un lupo. Il vecchio, guardandolo con la coda dell’occhio, disse: «Questo ovviamente non è affatto conclusivo. Veniamo al sangue. Nel sangue ci sono delle cellule. Le cellule contengono un nucleo e dei geni, e i geni di ogni uomo sono diversi. Perciò, riguardo al sangue…»

Jarvis parlò, continuando a sorridere: «Hai scoperto che è il mio?»

«Esatto.»

«Vecchio, tu menti. Io non ho ferite sul mio corpo.»

«Le ferite guariscono in fretta, Jarvis.»

«Vecchio, tu hai fallito come fidato servitore di Belson.»

«Eh? E come?»

«Per stupidità, forse peggio.»

«Sì? E precisamente?»

«Le tracce… In laboratorio hai compresso zolle della palude. Hai scoperto che ci voleva un peso di 160 libbre per ottenere l’effetto delle impronte su Fenn.»

«Sì. Esattamente.»

«La gravità di Fenn è sei decimi della media terrestre. La compressione di 160 libbre su Fenn è più facilmente ottenuta da un uomo di 240 o 250 libbre, come Gildig.»

Gildig si sollevò a metà. «Osi accusare me?»

«Sei colpevole?»

«No.»

«Non puoi provarlo.»

«Non ho bisogno di provarlo! Quelle tracce potrebbero essere state lasciate da un uomo più leggero carico del tesoro. Quanto pesava?»

«Un tesoro leggero come la seta,» disse il vecchio. «Non più di cento libbre.»

Tixon indietreggiò in un angolo. «Jarvis è colpevole!»

Noel spalancò la giacca sgargiante, rivelando uno stupefacente congegno: la bocca di una pistola gli sporgeva dal petto, un’arma sorprendentemente adatta al suo corpo. Adesso Jarvis sapeva dove Noel teneva il suo raggio dammel. Noel rise. «Jarvis… il traditore!»

«No,» disse Jarvis, «ti sbagli. Io sono l’unico servitore leale di Belson in questa stanza. Se Belson fosse qui, glielo direi.»

Il vecchio parlò in fretta: «Ne abbiamo avuto abbastanza di queste risposte evasive. Uccidilo, Gildig.»

Gildig distese il braccio; da sotto il polso, fuori dalla manica, spuntò un tubo di metallo lungo tre piedi, che già oscillava alla trazione del polso di Gildig. Jarvis balzò all’indietro, il tubo lo colpì sull’anca contusa; lo sputaschegge sparò. La mano di Gildig era sparita, esplosa.

«Uccidi, uccidi,» cantilenava il vecchio ritirandosi.

La porta si aprì; entrò un uomo pacato, di bell’aspetto.

«Io sono Belson.»

«Il traditore, Belson,» gridò il vecchio. «Jarvis, il traditore!»

«No, no,» disse Jarvis. «Posso spiegarvi.»

«Parla, Jarvis. È il tuo ultimo momento.»

«Ero su Fenn, sì! Ero la nuova recluta, sì! Era il mio sangue, sì! Ma traditore no! Io ero l’uomo che è stato creduto morto quando il traditore se n’è andato.»

«E chi è questo traditore?»

«Chi era su Fenn? Chi è stato svelto a levare la voce contro Jarvis? Chi sapeva del tesoro?»

«Bah!» disse il vecchio, mentre lo sguardo mite di Belson si spostava su di lui.

«Chi ha parlato poco fa del levare del sole all’ora del misfatto?»

«Un errore!»

«Un errore, davvero!»

«Sì, Finch,» disse Belson rivolto al vecchio, «come mai conoscevi con tanta precisione l’ora del furto?»

«Una stima, un’ipotesi, un’intelligente deduzione.»

Belson si girò verso Gildig, che era rimasto fermo stringendosi stupidamente il moncone del braccio. «Vai, Gildig; fatti mettere una mano nuova alla clinica. Dai loro il nome di Belisario.»

«Sì, signore.» Gildig uscì barcollando.

«Tu, Noel,» disse Belson. «Prenota un passaggio per Achernar; vai a Pasatiempo, e aspetta istruzioni all’Auberge Bacchanal.»

«Sì, Belson.» Noel se ne andò.

«Tixon…»

«Il mio nome è Capitano Pardee, Belson.»

«…Non ho bisogno di te, adesso, ma terrò a mente le tue rinomate capacità.»

«Grazie, signore, buona giornata.» Anche Tixon se ne andò.

«Conrad, ho un pacco da portare alla città di Sudanapolis, sulla Terra; aspettami nella Suite RS, di sopra.»

«Va bene, Belson.» Conrad si voltò e uscì a passo di marcia dalla porta.

«Jarvis.»

«Sì, Belson.»

«Intendo parlarti ancora, oggi. Aspettami nell’atrio.»

«Va bene.» Jarvis si girò e uscì dalla stanza. Udì Belson dire quietamente al vecchio: «E adesso, Finch, in quanto a te…» e poi altre parole e suoni, interrotti dal chiudersi della porta.

IL SIFONE PLAGIANO

Il barista era l’uomo più grande e grosso dell’Hub. Aveva una faccia lunga e sottile, un torace e una pancia come un barile di carne e ossa. Buttava fuori gli ubriachi sospingendoli verso la porta a colpi di pancia, saltando loro attorno, facendoli avanzare come un danzatore del ventre sgraziato ed elefantesco. Notizie degne di fiducia paragonavano i colpi ai calci di un mulo. Marvin Allixter, un magro nervoso prossimo ai quaranta, avrebbe voluto dirgli che era una canaglia, uno sleale mangiasoldi, ma frenava prudentemente la lingua.

Il barista rigirò la bolla avanti e indietro, esaminando da ogni lato la piccola creatura imprigionata. Splendeva e luccicava come un prisma, giallo sole, smeraldo, malva struggente, vermiglio, tutti i colori più puri. «Venti franchi,» disse senza entusiasmo.

«Venti franchi?» Allixter batté entrambi i pugni sul banco con fare drammatico. «Adesso tu stai scherzando.»

«Nessuno scherzo,» borbottò il barista.

Allixter si sporse in avanti con serietà, pensando di appellarsi alla ragione di quell’uomo. «Adesso, Buck, guarda qui. La bolla è un puro cristallo di roccia, vecchio di forse un milione di anni. E bada, i Kickerjee scavano per un anno intero, si ritengono fortunati se ne trovano uno o due, e anche allora solo in un grosso pezzo di quarzo. Sgobbano e lucidano girano e voltano, e uno scivola di mano e va in frantumi, la bolla si spacca, il piccolo cola lentamente fuori e muore.»

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