Il cuore dell’inverno
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #9
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il cuore dell’inverno». Краткое содержание книги:
Salendo sul camminamento colonnato che circoscriveva il cortile delle stalle, si alzò il colletto contro la pioggia portata dal vento fra le bianche colonne scanalate. Dannata pioggia! Un uomo poteva affogarci, e lui non era ancora uscito del tutto. Le lampade montate sui muri si erano spente, tranne per le due ai lati dei cancelli aperti, gli unici punti luminosi nella pioggia battente. Non riusciva a distinguere le guardie fuori dai cancelli. La squadra seanchan sarebbe stata immobile come se fosse un piacevole pomeriggio. Molto probabilmente anche gli uomini di Ebou Dar: a loro non piaceva fare brutta figura in alcun modo. Dopo un momento si ritrasse nella porta dell’anticamera, per evitare di inzupparsi completamente. Nulla si muoveva nel cortile della stalla. Dov’erano? Sangue e maledette ceneri, dove...?
Apparvero dei cavalieri ai cancelli, guidati da due uomini a piedi che portavano lanterne su delle aste. Non riusciva a contarli nella pioggia, ma erano troppi. I messaggeri seanchan avrebbero avuto con sé dei portalanterna? Con questo tempo, forse. Facendo una smorfia, fece un altro passo indietro nell’anticamera. La fioca luce di una singola lampada su un sostegno dietro di lui era sufficiente a trasformare la notte fuori in un manto nero, ma lui vi scrutò dentro. In pochi minuti, apparvero quattro figure pesantemente ammantate, che si affrettavano verso la porta. Se erano messaggeri, l’avrebbero superato senza rivolgergli una seconda occhiata.
«Il tuo uomo Vanin è maleducato» annunciò Egeanin, tirando indietro il suo cappuccio non appena fu oltre le colonne scanalate. Nell’oscurità, il suo volto era solo un’ombra, ma la freddezza della sua voce fu sufficiente a dirgli cosa avrebbe visto prima che lei entrasse nell’anticamera costringendolo a indietreggiare. Le sue sopracciglia erano tese nettamente all’ingiù e i suoi occhi azzurri erano gelide trivelle. La seguiva un Domon dal volto cupo, che si scrollava la pioggia dal mantello, e poi un paio di sul’dam, una pallida e bionda, l’altra con lunghi capelli castani. Mat non riuscì a vedere molto di più, dato che tenevano le teste basse, esaminando le piastrelle di fronte ai loro piedi. «Non mi hai detto che c’erano due uomini con lei» proseguì Egeanin sfilandosi i guanti. Strano come potesse far suonare veloce quell’accento strascicato. Non lasciava spazio perché un uomo vi inserisse una parola. «O che comare Anan sarebbe venuta. Per fortuna, so come adattarmi. I piani hanno sempre bisogno di essere adattati, una volta che l’ancora è asciutta. Parlando di asciutto, sei già corso fuori stanotte?
Confido che tu non ti sia fatto notare.»
«Cosa vuol dire che hai adattato il piano?» domandò Mat passandosi le mani fra i capelli. Per la Luce, era zuppo! «Avevo predisposto tutto!» Perché quelle due sul’dam se ne stavano così immobili? Se aveva mai visto la riluttanza in forma di statue erano quelle due. «Cosa stanno facendo quegli altri là fuori?»
«La gente della locanda» disse Egeanin con impazienza. «Tanto per cominciare, ho bisogno di un seguito adeguato per non insospettire nessuna pattuglia. Quei due... Custodi? ...Sono tipi muscolosi: fanno da eccellenti portalanterna. Inoltre, non voglio rischiare di perderli in questo vento. Meglio essere tutti insieme fin dall’inizio.» Egeanin voltò la testa, seguendo gli sguardi di Mat rivolti alle sul’dam. «Queste sono Seta Zarbey e Renna Emain. Sospetto che dopo stanotte sperino che tu dimentichi i loro nomi.»
Al nome ‘Seta’, la donna pallida trasalì. Dunque Renna doveva essere l’altra. Nessuna alzò il capo. In che modo Egeanin le teneva in pugno, comunque? Non che importasse granché. Tutto ciò che importava era che fossero lì, pronte a fare quello che serviva.
«Non è il caso di starcene qui» disse Mat. «Avviamoci.» Lasciò correre i suoi cambiamenti al piano senza ulteriori commenti. Dopotutto, sdraiato su quel letto negli appartamenti di Tylin, era stato lui a decidere di rischiare un cambiamento o due.
31
Quello che gli Aelfinn avevano detto
La nobildonna seanchan espresse sorpresa e un po’ di irritazione quando Mat l’accompagnò verso i canili. Seta e Renna conoscevano la strada, naturalmente, e si supponeva che lui prendesse il suo mantello e tutto quello che intendeva portare con sé. La due sul’dam li seguirono attraverso i corridoi fiocamente illuminati, i mantelli che pendevano dalle loro spalle e gli occhi bassi. Domon chiudeva la fila come un pastore che guidava le pecore. La treccia che gli penzolava da un lato della testa ondeggiava quando i suoi occhi dardeggiavano lungo i corridoi a ogni intersezione, e talvolta si tastava la cintola come aspettandosi di trovarvi una spada o un randello. Eccetto loro, i passaggi incorniciati da drappeggi erano silenziosi e immobili.
«Devo sbrigare una piccola faccenda lassù» disse Mat a Egeanin, con quanta più indifferenza potesse, e le sorrise. «Non c’è bisogno che ti disturbi. Ci metterò meno di un minuto.» Il suo sorriso migliore non sembrò colpirla più di quanto avesse fatto ieri nella sua stanza alla locanda.
«Se mi fai naufragare ora...» brontolò lei in tono minaccioso.
«Ricorda solo chi ha pianificato tutto» borbottò Mat, e lei grugnì. Luce, pareva che le donne pensassero sempre di potersi intromettere e prendere il comando, e fare un lavoro migliore dell’uomo che ne era titolare!
Quanto meno lei non espresse ulteriori rimostranze. Salirono in fretta fino al piano superiore del palazzo, poi per le scale strette e buie verso l’esteso attico. Solo poche lampade erano accese, molto meno di quelle nei corridoi di sotto, e il labirinto di angusti passaggi fra le minuscole stanzette di legno era una massa di ombre indistinte. Nulla si muoveva e Mat respirò in modo un po’ più rilassato. Lo sarebbe stato ancora di più se Renna non avesse sospirato con evidente sollievo.
Lei e Seta sapevano dove erano tenute le diverse damane, e anche se non si affrettarono esattamente, non ebbero indugi nel dirigersi più in profondità nell’attico, forse perché Domon camminava ancora alle loro calcagna. Non era una scena che ispirasse fiducia. Be’, se i sogni si potessero avverare, i mendicanti sarebbero re. Un uomo doveva accontentarsi di quello che aveva. Specialmente quando non aveva scelta.
Egeanin gli rivolse un’ultima dura occhiata e grugnì di nuovo, stavolta senza parlare, poi procedette dietro le altre, il suo mantello sventolava dietro di lei. Lui la guardò allontanarsi con una smorfia. Dal modo in cui quella donna camminava, se non avesse indossato un abito lungo, poteva essere scambiata per un uomo.
Lui aveva davvero una faccenda da sbrigare, e forse non così piccola. Non era qualcosa che volesse fare. Per la Luce, aveva cercato di tirarsene fuori! Era qualcosa che doveva dannatamente fare, però. Non appena Egeanin svanì dietro un angolo dopo Domon e le altre, Mat guizzò verso la stanza più vicina che ricordava contenere una del Popolo del Mare. Socchiudendo la semplice porta di legno senza far rumore, scivolò all’interno, che era nero come la pece. La donna che dormiva lì dentro russava aspramente. Procedette avanti a tentoni finché il suo ginocchio non sbatté contro il letto, poi più in fretta lungo il cumulo sotto le coperte, trovando la testa appena in tempo per metterle la mano sulla bocca mentre lei si svegliava con un sussulto.