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Mutazione [Downward to the Earth - it]

Электронная книга - «Mutazione [Downward to the Earth - it]». Краткое содержание книги:

Belzagor: un mondo misterioso, un pianeta preistorico immerso in un clima tropicale di vapori fumanti e di giungle intricate e abitato dai Nildoror, una razza indigena di esseri intelligenti simili ad elefanti, asserviti e schiavizzati dai terrestri durante i giorni dell’imperialismo interstellare, ma ora finalmente di nuovo liberi. Mentre i Nildoror attendono pazientemente la partenza delle ultime colonie umane, Edmund Gundersen, un tempo agente della Compagnia che aveva sottomesso gli abitanti del pianeta, e detentore del potere di vita e di morte, ritorna su questo strano mondo spinto da un intimo senso di colpa e dal desiderio di rivedere la bella Seena, da lui abbandonata dieci anni prima. Ma durante l’avventuroso pellegrinaggio nelle nebbie calde di Belzagor, molti incontri belli e orrendi attendono Gundersen, prima che egli possa osservare il mistico rituale della rinascita dei Nildoror, una cerimonia arcana che pochi terrestri hanno potuto vedere e a cui nessuno è sopravvissuto per riferirne.
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Iniziarono il loro viaggio nel tardo pomeriggio. I cinque nildor si muovevano in fila indiana, Srin’gahar per ultimo con Gundersen in groppa; il terrestre non sembrava costituire un peso per lui. Il sentiero conduceva esattamente verso nord, lungo il bordo della grande fenditura, con le montagne, che facevano da guardia all’altopiano centrale, che si innalzavano alla loro sinistra. Alla luce del sole calante, Gundersen guardò l’altopiano. Nella valle, l’ambiente conservava una certa familiarità; fatte le necessarie concessioni per le piante e gli animali indigeni, avrebbe quasi potuto essere una qualche giungla del Sud America. Ma l’altopiano appariva completamente alieno. Gundersen osservò i fitti ammassi di rosso muschio spinoso che ricoprivano e quasi soffocavano gli alberi lungo la cima della fenditura. La maniera in cui la flora parassitaria annegava gli alberi-ospiti gli sembrava sinistra. La parete stessa, di una roccia grigioverde, simile a sapone, punteggiata da macchie di licheni cremisi e striato ogni poche centinaia di metri da lunghe strisce di gonfi funghi blu, gridava la sua alienità: la morbida roccia non aveva mai sentito l’impatto della pioggia, ma era stata dolcemente plasmata dalla sola umidità, acquisendo nel corso dei millenni bizzarre sporgenze e incavi. In nessun luogo della Terra si poteva vedere una parete di roccia come quella, serpentina, intricata, untuosa.

La foresta al di là della parete sembrava impenetrabile e vagamente sinistra. Il silenzio, l’aria pesante e stagnante, il senso di una oscura alienità, i rami flessibili degli alberi piegati fin quasi a terra dal peso del muschio, l’occasionale grugnito lontano di qualche gigantesco animale, facevano apparire l’altopiano centrale minaccioso e inaccessibile. Pochi terrestri vi erano mai entrati, e non era mai stato esplorato nei dettagli. La Compagnia un tempo aveva fatto dei piani per eliminare larghi tratti di giungla e impiantare insediamenti agricoli, ma poi a causa della cessione non si era fatto più nulla. Gundersen era stato una volta sola sull’altopiano, per caso, quando il suo pilota aveva dovuto fare un atterraggio di fortuna durante un volo dal quartier generale al Mare di Polvere. Seena era stata con lui. Avevano trascorso un giorno e una notte nella foresta: Seena terrorizzata dal momento dell’atterraggio, Gundersen che la confortava in maniera mascolina, ma scoprendo che il suo terrore era contagioso. La ragazza tremava, mentre un incontro alieno dopo l’altro si presentava, e ben presto Gundersen fu anch’egli sul punto di tremare. Guardarono affascinati e disgustati un’armata di insetti innumerevoli, con iridescenti corpi esagonali e lunghe zampe pelose, marciare con maniacale determinazione dentro una macchia di muschio-tigre; per ore le feroci bocche delle piante carnivore fecero a pezzi gli insetti scintillanti, divorandoli, ma l’orda non smise di avanzare verso la distruzione. Alla fine il muschio fu così gonfio di cibo che entrò in sporulazione, lanciando in aria nubi lattee di particelle riproduttive. Il mattino dopo, l’intero campo di muschio era sgonfio e impotente, e piccoli rettili verdi con larghe lingue ruvide si misero all’opera, divorandone ogni stelo, denudando il terreno per una nuova generazione di piante. Poi c’erano le cose simili a piume gelatinose, a strisce blu e rosse, che pendevano in festoni rigonfi dagli alberi più alti, intrappolando incaute creature volanti. E massicce bestie dalla pelle ruvida, simili a rinoceronti, con corna blu labirintiche e intersecate, che scavavano la terra in cerca di radici a una dozzina di metri dal loro campo, e scrutavano cupamente gli intrusi della Terra. Ed erbivori dai lunghi colli con occhi come fari che si nutrivano delle foglie più alte, schizzando litri di urina color porpora da un’apertura alla base della gola. Ed esseri scuri, grassi, simili a lontre, che correvano squittendo accanto ai terrestri, rubando qualsiasi cosa con movimenti velocissimi. Altri animali fecero loro visita. Quel pianeta, che non aveva mai conosciuto la mano dei cacciatori, abbondava di grossi mammiferi. Lui, Seena e il pilota videro più spettacoli grotteschi in un giorno e una notte di quanto avessero mai immaginato quando avevano firmato per un impiego extraterrestre.

— Sei mai stato qui? — chiese Gundersen a Srin’gahar, mentre la notte cominciava a cancellare la parete di roccia.

— Mai. La mia gente raramente entra in questa terra.

— Qualche volta, volando basso sull’altopiano, ho visto degli accampamenti nildor. Non spesso, ma qualche volta. Vuoi dire che la tua gente non ci va più?

— No — disse Srin’gahar. — Alcuni di noi hanno la necessità di andare sull’altopiano, ma la maggior parte no. Qualche volta l’anima diventa stantia, e uno deve cambiare ambiente. Se uno non è pronto per la rinascita, va sull’altopiano. È più facile affrontare la propria anima laggiù, ed esaminarla per trovare i difetti. Capisci quello che dico?

— Credo di sì — disse Gundersen. — È come un luogo di pellegrinaggio… un luogo di purificazione.

— In un certo senso.

— Ma perché i nildor non si sono mai stanziati permanentemente lassù? C’è un sacco di cibo… il clima è caldo…

— Non è un luogo dove regni il g’rakh - rispose il nildor.

— È pericoloso per i nildor? Animali selvaggi, piante velenose, cose del genere?

— No, non direi questo. Non abbiamo paura dell’altopiano, e non c’è alcun luogo su questo mondo che sia pericoloso per noi. Ma l’altopiano non ci interessa, a parte quelli che hanno quel bisogno speciale che ti ho detto. Come ho detto, il g’rakh vi è estraneo. Perché dovremmo andare là? C’è posto abbastanza per noi nelle terre basse.

L’altopiano è troppo alieno perfino per loro, pensò Gundersen. Preferiscono una piccola giungla tranquilla. Curioso!

Quella notte si accamparono accanto a un torrente di acque calde. Evidentemente l’acqua usciva da uno dei calderoni sotterranei che erano comuni in quella zona del continente. Srin’gahar disse che la sorgente si trovava non molto a nord. Nuvole di vapore si innalzavano dalla rapida corrente; l’acqua, rosa a causa dei microorganismi d’alta temperatura, ribolliva. Gundersen si chiese se Srin’gahar aveva scelto quel posto appositamente per lui, dal momento che i nildor non usavano acqua calda, mentre i terrestri notoriamente sì.

Si lavò la faccia, con straordinario piacere, e fece seguire una cena a base di capsule di cibo, frutta fresca e stufato di radici di moraverde… deliziose bollite, velenose altrimenti. Come rifugio per la notte, Gundersen usò una coperta da giungla monomolecolare, che si era portato con sé nello zaino, l’unico bagaglio che avesse in quel viaggio. Sistemò la coperta su tre rami incrociati, per tenere lontane le mosche notturne e altri insetti fastidiosi, e strisciò sotto di essa. Il terreno, coperto da uno spesso tappeto di erba, era un materasso eccellente per lui.

I nildor non sembravano in vena di conversazione. Lo lasciarono solo. Tutti tranne Srin’gahar si spostarono di parecchi metri a monte, per trascorrere la notte. Srin’gahar si sistemò a poca distanza da Gundersen, come per proteggerlo, e gli augurò buona notte.

Gundersen disse: — Ti va di parlare un po’? Vorrei conoscere qualcosa circa il processo della rinascita. Come fate a sapere, per esempio, che il vostro momento è arrivato? È qualcosa che sentite dentro di voi, o è solo questione di raggiungere una certa età? Siete… — Si rese conto che Srin’gahar non gli stava prestando attenzione. Il nildor era caduto in una specie di profonda trance, e giaceva perfettamente immobile.

Con un’alzata di spalle, Gundersen si voltò e attese il sonno, ma il sonno ci mise parecchio ad arrivare.

Pensò a lungo ai termini del patto sotto cui gli era stato permesso di compiere il suo viaggio. Forse un altro molte-volte-nato gli avrebbe permesso di recarsi nella zona delle nebbie senza dover riportare indietro Cedric Cullen; o forse non gli sarebbe stato concesso alcun salvacondotto. Gundersen aveva il sospetto che il risultato sarebbe stato il medesimo, in qualsiasi accampamento nildor fosse capitato a chiedere il permesso. Anche se i nildor non possedevano alcun sistema di comunicazione a distanza, nessuna struttura governativa in senso terrestre, nessuna unità razziale superiore a quella di una popolazione di animali della giungla, tuttavia erano straordinariamente capaci di mantenersi in contatto fra di loro e di agire di comune accordo.

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