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Visioni di terrore [Visions of Terror - it]

Электронная книга - «Visioni di terrore [Visions of Terror - it]». Краткое содержание книги:

Annie, una bambina di sette anni, comincia a essere colta da strane crisi durante le quali sogna eventi passati che lei non ha vissuto e tragici fatti che puntualmente si verificano. Quasi tutti considerano semplici coincidenze queste visioni premonitrici, ma quando la piccola contribuisce al ritrovamento di un cadavere, la polizia si arrende all’evidenza. Chi è il responsabile dell’omicidio?
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Sentiva il fruscio di vestiti contro le pareti, mani che urtavano oggetti, come se cercassero qualcosa a tentoni nel buio. Passi sul pavimento. Un leggero, morbido scalpiccio sul tappeto.

Vera balzò giù dal letto. «Annie!» chiamò.

Ma era troppo tardi.

Un grido. Tonfi sordi e rovinosi. Gemiti infantili. E poi… silenzio.

«No!» urlò Vera.

Si precipitò sul pianerottolo e vide Annie rannicchiata per terra in fondo alle scale, col sangue che le sgorgava dal naso.

Volò giù da lei. Sapeva di non doverla muovere e quindi si precipitò al telefono, annaspò con il ricevitore e fece il numero del pronto soccorso.

«Ho bisogno d’una ambulanza.»

Vera dovette aspettare solo venti minuti per sapere delle condizioni di Annie. Seduta tutta sola nella piccola, ormai familiare, stanza vicino al pronto soccorso di Roselawn, udì il passo zoppicante del dottor Laval, che era accorso all’ospedale dopo essere stato avvertito dalle infermiere. Apparve sulla porta della sala d’aspetto, trascinandosi dietro la gamba offesa, con indosso una camiciola sportiva azzurra e pantaloni grigi. Sorrise debolmente.

«Assolutamente niente di grave», disse.

Un peso enorme sembrò abbandonare le spalle di Vera, che abbassò la testa respirando di sollievo.

Laval entrò e le batté sul braccio. «Annie ha fatto una brutta caduta. Ma, a parte qualche leggero ematoma, non c’è nessun danno serio.»

«Sarà del tutto normale?» chiese Vera.

«Ma certo. Se pensi a danni cerebrali, stai tranquilla. È sveglia, cosciente e potrai vederla tra qualche minuto.»

Sulle labbra di lei spuntò un caldo sorriso, che però svanì rapidamente. «Non so come sia successo», cominciò. «Avrei dovuto far mettere un cancelletto su quelle scale.»

«Dai! Nessuno mette un cancelletto per una bambina di quell’età.»

«Ma…»

«Andiamo a vederla.»

«Sì.»

Lentamente, sentendosi di colpo invecchiata, si alzò per seguire Laval, ma si ricordò all’improvviso di avere indosso un vestito da casa e le pantofole. «Non ho avuto il tempo di cambiarmi», si scusò.

«Nemmeno io», ribatté Laval con un sorriso. Assieme si diressero verso il pronto soccorso.

Annie non era ancora nella sua stanza. Giaceva su un letto nella sala comune, zeppa di armadietti, apparecchiature elettroniche e barelle, e impregnata dall’odore di medicamenti e disinfettanti. C’erano altri letti, ma tutti vuoti. Il pavimento era costellato di macchie.

Annie aveva un aspetto piuttosto buono. Aveva un grosso bernoccolo sul lato destro della testa, e qualche cerotto sulle braccia, le gambe e il viso. Gli occhi erano bene aperti e vigili, ma la bambina stava fissando il soffitto quando Vera entrò e sul momento ne ignorò la presenza.

«Ciao, tesoro», disse Vera, cercando di sembrare il più naturale e disinvolta possibile.

Stranamente, sinistramente, la testa di Annie rimase immobile.

«È il sedativo», bisbigliò Laval. «Un attimo di pazienza.»

«Stai bene?» domandò Vera.

Lentamente, Annie girò la testa verso sua madre e la fissò senza parlare. Vera fu assalita da un’improvvisa paura, perché ciò che vedeva sul viso della figlia non era intontimento, ma choc. Uno choc profondo, quello dovuto alla vista di qualcosa di terribile. «Che cosa c’è?» chiese, agghiacciata dalla paura. «Annie, che cos’è successo?»

Finalmente le labbra della bambina cominciarono a muoversi. «Mammina», pronunciò con voce a malapena percettibile, «sono caduta per le scale.»

«Sì, tesoro, lo so. Ma passerà presto.»

«Era venuto per uccidermi.»

Vera guardò ansiosamente Laval, poi altri medici e infermiere che erano lì ad ascoltare. «Vedi, Annie, hai fatto un altro dei tuoi sogni», le disse pensosamente.

«L’ho visto, mamma. Aveva una pistola. Voleva uccidermi. Ecco perché sono scappata dalla mia camera e sono caduta.»

«Chi era, tesoro?»

«Non ti arrabbierai con me?»

«No, certo.»

«Mammina… era zio Ned!»

Vera gettò un’occhiata ai dottori e alle infermiere. «Su, Annie», disse, «dovresti vergognarti. Lo zio Ned ti vuole bene più di chiunque altro, tranne la tua mamma.»

«L’ho visto!» gridò di colpo Annie, facendo voltare la testa di tutti quanti erano nel corridoio. L’espressione decisa, quasi fanatica, gli occhi brucianti, urlò ancora: «Mamma, mi ero svegliata e lui era fuori della finestra. Mi puntava contro una piccola pistola. Mi sono spaventata, sono scappata e sono caduta dalle scale!»

Seguì un silenzio di tomba, mentre Laval e Vera cercavano la risposta adatta, ma era difficile. «Annie», si decise Laval, con voce sinceramente affettuosa, «penso che tua mamma abbia ragione. Un brutto sogno, Ann. Un brutto sogno.»

«Bambina mia», aggiunse Vera, «perché mai zio Ned vorrebbe farti del male?»

«Non mi vuole più bene», spiegò imbronciata Annie, «perché vedo le scene.»

«Ma dai!» rispose Vera. «Ti vorrebbe bene anche se fosse la fine del mondo.»

Allora Annie rovesciò indietro la testa e fissò il soffitto.

Vera fece cenno a Laval di seguirla fuori della stanza. «Torniamo subito», disse alla figlia.

«Tu non mi credi», dichiarò la bambina.

«Ma no, dobbiamo solo parlare», la rassicurò Laval.

Vera e il dottore si appartarono in un corridoio che portava a una camera per i raggi X e lei si accorse di un cambiamento della propria opinione riguardo alle rivelazioni di Annie. Questo, pensò, doveva essere un brutto sogno e nient’altro. Non poteva essere una visione, una facoltà soprannaturale. Chiaramente, Ned McKay non sarebbe mai venuto a uccidere Annie.

Laval le offrì il miglior suggerimento che gli era possibile. «Non agitarti», le disse, «perlomeno Annie non si è fatta male seriamente.»

«Ma la sua mente», gemette Vera. «Che cosa ci sta succedendo dentro?»

Laval si strinse nelle spalle. «Se lo sapessimo davvero, mia cara, potremmo fare qualcosa.»

Vera restò un attimo pensierosa, come se stesse riconsiderando quanto aveva detto la figlia. «Sa, Ned ha una pistola.»

Laval la guardò, stupito. «Non vorrai per caso suggerire…»

«No, no, naturalmente, ma Annie sapeva che lui l’aveva.»

«Senz’altro, l’avrà vista in qualche occasione», ipotizzò con aria pensierosa Laval, «e l’arma le è rimasta impressa nella mente. È così che le cose entrano poi nei nostri sogni.»

«Lei pensa che Annie creda davvero che Ned?…»

Il medico allargò le braccia. «Brancolo nel buio, e non dovrei», ammise. «Che cos’abbia visto lei, lo ignoro. E tu?»

«Anch’io. Ma non riesco a sopportare quello che sta succedendo.» Vera si premette le dita sugli occhi, disperata. «C’è all’opera qualche forza maligna. È come se il diavolo si sia impossessato di lei.»

«Ehi, non vorrai credere a una cosa del genere.»

«Sì. Penso che sia al disopra di tutti noi.»

«Vera», l’ammonì Laval, «la cosa peggiore che puoi fare è pensare al diavolo. Vedo in continuazione gente che lo fa e ne viene distrutta.»

Vera sospirò, ancora una volta suggestionata da una voce pacata e autorevole. «Probabilmente lei ha ragione, ma una madre vuole delle risposte.»

«Ma le risposte giuste, Vera.»

«Certo.»

Non aggiunse altro e ritornò a fare un’altra visitina ad Annie, per controllarne le condizioni. Sentendola avvicinarsi, la bambina si voltò a guardarla. C’era nei suoi occhi un fiero risentimento. Quegli occhi che sembravano vedere tante stupefacenti cose in quel momento sembravano ardere e trapassare Vera, fissi nell’ignoto. Erano occhi che nessuno avrebbe osato dimenticare.

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«Ha detto che tentavi di ucciderla. Ha detto che eri alla finestra, con una rivoltella.»

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